FAUST

L’inizio è come un trovarsi all’improvviso dentro una tela di Rembrandt: sia perché ci si trova messi brutalmente di fronte a una lezione...


L’inizio è come un trovarsi all’improvviso dentro una tela di Rembrandt: sia perché ci si trova messi brutalmente di fronte a una lezione di anatomia , sia per le luci morbide, i grigi e i marroni che ricordano il codice delle sue opere. Si cerca l’anima, in quel corpo sventrato, e non è ovviamente impresa facile. Nel film di Aleksandr Sokurov invece si fa presto. Sta tutto in quella rappresentazione figurativa e insieme essenziale del “mito” di Faust, ripreso da Goethe e girato infatti in tedesco, e fatto diventare un capolavoro pittorico toccando invece le domande cardine dell’esistenza umana: sulla presenza (e soprattutto l’assenza) di Dio; sull’avidità e la corruzione dell’uomo; sulla ricerca dei desideri e sul loro appagamento spesso vano; sulla morte, che si accompagna sempre al bisogno di fede («La morte e il prete passeggiano insieme», si ascolta in una battuta del film).
Di registi maturi come Sokurov ne sono rimasti ben pochi e ogni suo nuovo film è una festa per i cinefili. E’ pur vero che la visione richiede un impegno non comune, ma ripaga di ogni sforzo. La parabola dello scienziato che incontra il Diavolo sotto mentite spoglie (qui una sorta di satiro deforme e con un genitale maschile al posto del codino dell’iconografia classica), che si lascia corrompere in cambio di ricchezza e dell’amore della ragazza desiderata (la virginale Margherita), si ammanta di interpretazioni sull’esercizio e la seduzione del potere. Si sente anche il gusto per una recuperata classicità narrativa e stilistica: il copione sospeso tra “operetta morale” e pièce da palcoscenico, il commento musicale classico, le meravigliose luci (del direttore della fotografia Bruno Delbonnel) che affondano nell’arte figurativa mitteleuropea, l’eco cinematografica della riflessione bergmaniana. Sotto pelle pulsa l’anima del paradosso (l’unico a riconoscere l’esistenza di Dio è proprio il Diavolo) e della riflessione filosofica, della burla (i “matti” del villaggio, tra cui una inedita Hanna Schygulla) e della favola gotica (gli angeli della Morte che compaiono alla fine). Supportato da un cast di pregevole statura (il dottore protagonista è interpretato dal tedescoJohannes Zeiler, dallo sguardo identico a quello di Ralph Fiennes; Belzebù invece è il mimo siberiano Anton Adasinsky), il film dura per 134 minuti. Il Leone d’Oro assegnatogli dalla Giuria Internazionale, non è un premio troppo popolare ma assolutamente meritato, per l’alta cultura trasfusa.

Il film
Il Faust di Sokurov non è un adattamento della tragedia di Goethe nel senso tradizionale, ma una lettura di ciò che rimane tra le righe. Che colore ha un mondo che produce idee colossali? Che odore ha? C’è un’aria pesante nel mondo di Faust: progetti sconvolgenti nascono nello spazio angusto dove si affaccenda. È un pensatore, un veicolo di idee, un trasmettitore di parole, un cospiratore, un sognatore. Un uomo anonimo guidato da istinti semplici: fame, avidità, lussuria. Una creatura infelice, perseguitata che lancia una sfida al Faust di Goethe. Perché rimanere nel presente se si può andare oltre? Spingersi sempre più in là, senza notare che il tempo si è fermato. In fondo. È l’eterno conflitto tra il Bene e il Male. Chi vince?

Narrazione surreale
* Alexander Sokurov si confronta con Faust, e ne esce vincitore. Non si tratta di un adattamento fedele dell’opera letteraria di Goethe, quanto un tentativo di raccontare la medesima storia attraverso quanto rimane tra le righe, il non detto, immagini ed emozioni.Come il romanzo, anche il film di Sokurov vede come protagonista il dottor Faust, uomo integerrimo dedito alle ricerche scientifiche. Per dominare la materia egli cerca di capire come funzioni il corpo umano analizzando e sezionando cadaveri, ma non riesce a trovare ciò che in realtà sta cercando: la prova dell’esistenza dell’anima(col cubo che la trova!). La sua rettitudine e il comune interesse per l’animo umano attirano l’attenzione di Mefistofele, che si nasconde nei panni di un usuraio. Il suo scopo, sulla Terra, è quello di mettere in luce e sfruttare le umane debolezze. E questo cerca di fare anche con Faust, mettendolo alla prova in modo da trovare il suo punto debole. Faust si lascia tentare, ma non ammaliare, dal potere, dalla ricchezza o dalla lussuria, nulla è tanto gratificante da desiderarlo all’infinito. Ma la bella Margarethe si innamora perdutamente del dottore, e il desiderio di possedere la donna, nella materia e nell’anima, si impossessa di lui. A questo punto Mefistofele sa come agire. Propone a Faust di fermare all’infinito il momento di beatitudine e di estasi della sua unione con la giovane, in cambio Faust gli cederà la sua anima. E lui accetta. E ben gli sta. Cose molto valide nel film i lunghi discorsi teologici- filosofici che stordiscono lo spettatore, la fotografia, quasi onirica nei suoi colori. La perfezione è tale che in ogni inquadratura si ha l’impressione di ammirare un attimo fissato per sempre su tela. Il contrasto tra il bene e il male è ben evidenziato dall’uso di luce e tenebra. Naturalmente , bisogna andare oltre , perche l’opera di Sokurov è una riflessione sul comune destino umano, incostante e indeterminabile perché dominato dai piaceri e dalle tentazioni. E, anche una considerazione sul libero arbitrio, o meglio sulla sua assenza: l’uomo non è padrone delle proprie scelte, perché egli stesso ha ceduto la possibilità di scelta, per debolezza o per poca moralità.

DOMANDE & RISPOSTE
Tra le moltissime domande rivolte a A. Sokurov, in una sala stampa gremita, ne abbiamo selezionato solo alcune. Eccole di seguito.
Il film ci dice che "le persone infelici sono pericolose". Sembra un monito molto attuale più che derivato dall’opera di Goethe.
Quello che vorrei dire ai giovani oggi, e so che molti giovani oggi sono infelici, è: l’anima costa poco e nessuno ne ha bisogno tranne voi. La vostra anima è solo vostra e poi non ci sono più acquirenti per questo genere di cose. I giovani come speranza per il futuro, giovani che non hanno un destino tanto migliore delle generazioni che li hanno preceduti, quelle che si sono confrontate con i totalitarismi e le guerre. Si sta sbilanciando qualcosa nella società, le persone diventano selvagge, aggressive. In Russia sentiamo questo alito agghiacciante che la società dei consumi ha imposto, la televisione, un certo cinema, la scomparsa del confine tra il male e il genio. Abbiamo visto all’opera torturatori di talento, geni del male, e quel male si è riprodotto lasciando semi come il fiore su cui soffi e la corolla vola via disseminandosi, prende residenza nell’animo umano, diventa carattere. Nostro compito è fermare questa espansione, fermare la fine della parola.

Secondo Lei il potere corrompe inevitabilmente?
Sì, perché l’uomo di potere viene infettato da tutto ciò che lo circonda. Attorno a lui si raccolgono le anime nere.

Perché ha pensato che proprio l’opera di Goethe potesse rappresentare il capitolo di chiusura della sua tetralogia?
Noi russi viviamo al limite della tradizione letteraria europea. Goethe e il Faust sono parte essenziale della cultura mondiale del XIX e XX secolo. Alexander Puskin, Fjodor Dostoevsky, Lev Tolstoj si sono ispirati al Faust, un uomo nel cui destino è scritto tutto ciò che potenzialmente accade nella vita di ognuno di noi. Rappresenta un'esperienza primaria.

Oggi la letteratura è decaduta, gli umanisti tacciono, temono, sono guardinghi ed erano i donatori di senso, ieri andavano in avanscoperta, oggi il linguaggio della politica e la televisione ne stanno decretando la morte. Cosa ne pensa?
 “Dante tranquillizza”, ma dietro Dante, come dietro i grandi russi, c’erano scuole, tradizioni culturali, nessuno vola, c’è un gradino da salire dopo l’altro, e questo vale per tutte le arti, e la sua prediletta, la pittura, nasceva da botteghe dove s’imparava il mestiere. Ma la scuola in Russia è stata annientata, gli scrittori venivano messi al muro e fucilati, 20 milioni di morti fatti da Stalin, 20 dalla guerra, 2 milioni nell’assedio di Leningrado: cosa rimane al popolo russo dopo un secolo così? Una terra che scontava secoli di arretratezza, dove si cominciava solo a pensare all’abolizione della servitù della gleba quando a Londra già funzionavano a pieno ritmo fabbriche e ferrovie. E’ la fine del libro la peste dei nostri tempi.
Perché il suo Faust parla tedesco?
La lingua di un popolo è la sua stessa vita, come pensare di leggere Dante in un’altra lingua? Faust deve vivere e parlare la sua lingua perché è stato concepito così.


Rispetto ai suoi film precedenti, questo si potrebbe definire un kolossal per lo sforzo produttivo che ha richiesto. Come mai ha voluto girare in luoghi diversi e chiudere la vicenda in Islanda?
La natura fa parte della drammaturgia, come la lingua. Per questo ho voluto che il film fosse in tedesco e ho provinato almeno 1000 attori prima di trovare quelli giusti. Perché Goethe senza il tedesco non ha senso, perde carattere, tono. L'Islanda poi è un luogo non spiegabile, ci si sente come se si fosse alla fine del mondo, in un perenne subbuglio, con la sensazione di un pericolo imminente. Cercavo una terra difficile. In Islanda l’ho trovata.

Maria Elisa ed Enrico Marotta
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