Attenti a quei jeans

Sapevate che i pantaloni scoloriti possono uccidere chi li produce? Con un occhio alla moda e un altro alla salute, impariamo a ves...




Sapevate che i pantaloni scoloriti possono uccidere chi li produce? Con un occhio alla moda e un altro alla salute, impariamo a vestirci con rispetto verso gli altri.

Skinny, leggings, extra-large o tappezzati di brillantini.
La scelta è infinita, ma la realtà è una sola: i pantaloni più famosi del pianeta possono uccidere chi li produce.
Laspetto invecchiatodel denim si ottiene sparando potenti getti di sabbia sulla stoffa attraverso bocchettoni manovrati manualmente: nellimpatto con il tessuto, le particelle di sabbia si trasformano in polveri microscopiche che vengono inalate dagli operatori e, in un arco temporale dai sei ai ventiquattro mesi di esposizione costante, provocano la silicosi, una malattia irreversibile, incurabile e mortale.
La sabbiatura è un processo relativamente nuovo per labbigliamento, presa a prestito dallindustria mineraria e delle costruzioni. Dopo essere stata vietata dalla comunità economica europea nel 1966 a causa degli elevati rischi per la salute, lindustria della moda ha delocalizzato la sua produzione in realtà prive di regolamenti in materia e dove il costo del lavoro è minore.
Solitamente, infatti, questo trattamento viene affidato a piccoli laboratori che operano nei Paesi poveri, come Bangladesh, Egitto, Cina, Turchia, Brasile e Messico, ma non si esclude il coinvolgimento di alcune imprese europee e italiane. Eppure lalternativa esiste, visto che leffetto invecchiato può essere ottenuto in modi più sicuri.

COSA POSSIAMO FARE NOI
Quando acquistiamo un paio di jeans, è piuttosto difficile distinguere i modelli trattati manualmente da quelli sottoposti a sabbiatura meccanica oppure trattati con altri metodi. Non potendo effettuare una scelta consapevole, la Clean Clothes Campaign invita a partecipare attivamente a un appello internazionale: basta collegarsi al sito www.abitipuliti.org e scegliere tra le varie possibilità di adesione (si va dalla donazione a sostegno della campagna ad azioni attive sul nostro territorio). In generale, quando si tratta di abbigliamento, non devono solamente brillarci gli occhi davanti a un capo che ci piace, ma bisogna imparare a vestire critico, cioè consapevole.
Nel camerino di prova non va guardato solo come mi sta, ma anche valutato tutto ciò che sta dietro a quel capo: le condizioni di vita di chi lo ha cucito, il rispetto della sua dignità e il successivo destino dellabito, in modo che non vada solamente ad affollare la già enorme mole di rifiuti. Questo non significa penalizzare lestetica, che rimane il prerequisito essenziale anche per laltra moda: vestirsi in modo consapevole deve essere innanzitutto un piacere e non un obbligo morale.

C’È ANCHE UNA FIERA…
Su questi temi così importanti, ogni anno a Milano (nel mese di ottobre) viene organizzato So critical so fashion (www.criticalfashion. it), il primo evento in Italia interamente dedicato alla moda fatta di sapere e principi etici.
Capi e accessori presentati a ogni edizione
confezionati da stilisti, artigiani e produttori indipendenti sono il risultato di una precisa ricerca di materiali  (riciclati o di riuso, filati biologici o naturali, materie prime organiche, tinture vegetali), del recupero di antiche tradizioni e di un processo produttivo attento allimpatto ambientale.
La prima regola della moda critica? Dire no al
fastfashion, cio
è alle proposte veloci, in continuo aggiornamento, e tornare al concetto del capo fatto per durare o, per lo meno, destinato a essere ritrasformato in indumenti o accessori nuovi.

LA MODA È FATTA DI CHIMICA
Oltre a chi lo produce, labbigliamento può danneggiare anche noi. Ogni guardaroba nasconde una valanga di insidie invisibili nelle numerose sostanze tossiche che, purtroppo, non vengono segnalate da un odore o una colorazione particolare.
Pensate di non correre rischi perch
é usate solamente tessuti naturali, come cotone, lana, seta e lino? Sappiate che, nella filiera produttiva delle fibre di derivazione animale o vegetale, vengono usati pesticidi, diserbanti, fertilizzanti e antiparassitari.
Ma il bagno nella chimica continua con i coloranti, gli ftalati usati per realizzare le stampe plastificate, i prodotti usati per conferire sofficit
à, mantenimento della piega, impermeabilità o resistenza dei colori (tra cui molte resine che liberano formaldeide) e poi conservanti, antimuffa, ignifuganti e biocidi usati durante il trasporto finale.

TUTTE LE REGOLE 
Nel libro-inchiesta Vestiti che fanno male. A chi li indossa, a chi li produce (Terre di Mezzo Editore), lautrice Rita Dalla Rosa raccomanda di prestare attenzione ai prodotti di marche sconosciute, troppo economiche, vendute senza particolari garanzie e prive di indicazione del luogo di produzione.
Meglio prediligere le case note e distribuite all
interno della rete ufficiale oppure, nel caso di marche ignote, recarsi presso un negozio di fiducia.
Ma la vera carta d
identit
à di un capo dabbigliamento è letichetta, che per legge deve dichiarare con quali fibre è fatto: le sigle più diffuse sono CO (cotone), PES (poliestere), LI (lino), PA (nylon), WO (lana), PAN (acrilico), SE (seta), PP (polipropilene), CV (viscosa), EL (elastan). Unetichetta fatta beneè il primo indice di serietà del produttore. Altri piccoli trucchi sono: prediligere i toni chiari e il bianco, comprare europeo (truffe a parte, le normative sono più stringenti), lavare sempre i capi nuovi prima di indossarli. Dopo aver girato per il mondo, un
viaggio in bacinella è dobbligo. 


Paola Rinaldi 
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