Studio o lavoro? Questo è il dilemma

di Leo Gangi Scegliere quando tutti parlano di crisi Studio o lavoro? Questo è il dilemma    Filippo frequenta il liceo scientif...

di Leo Gangi
Scegliere quando tutti parlano di crisi



Studio o lavoro? Questo è il dilemma 






 Filippo frequenta il liceo scientifico e si prepara alla maturità.

Poi dovrà scegliere cosa fare del proprio futuro.
Proseguire negli studi o cercarsi un lavoro?

La domanda è scontata, la risposta un po’meno. L’idea che si fa strada tra intellettuali e gente comune è di una crisi cronica che non permette più di programmare il futuro, né in un senso, né nell’altro. Allora, perché faticare tanto sui libri?

La sfida
Se lo sono chiesto fior di esperti. Gli stessi che rilevano come, in Italia, tra i giovani 20-34enni uno su quattro non termina le superiori. Mentre più della metà degli universitari completa il percorso con almeno un anno di ritardo.
L’aspetto più preoccupante è che parecchi giovani smettono addirittura di seguire entrambe le vie. Sono scoraggiati e gettano la spugna prima ancora che inizi il round. In termine tecnico sono chiamati NEET (Not in Education, Employment or Training): non vogliono più studiare ma non cercano nemmeno uno sbocco lavorativo. Anzi, se lo vedono arrivare lo scansano. È evidente che questa è la risposta peggiore, la più pessimista, perché non lascia via di scampo. L’unica frase che rimane in testa è: «Tanto, qualunque cosa faccia non funzionerà». È un atteggiamento senza speranza.
Eppure, con il calo della popolazione che da decenni investe lo Stivale, ci dovrebbero essere più posti per tutti. Ma nel frattempo sono intervenuti altri fattori. Anzitutto, si è alzata l’asticella della scolarità: ci sono comunque più diplomati che in passato; poi, bisogna fare i conti con la concorrenza globale. Perché è vero che si trasferiscono le fabbriche nell’est Europa o nei Paesi Emergenti, ma è anche vero che tanti stranieri preparati vengono a cercare fortuna nel Bel Paese.
Come uscire da questo circolo vizioso?
Un modo c’è: partire dalla radice. Per staccare il cordone ombelicale dai genitori e costruirci una vita nostra tutti noi (o almeno la maggioranza) abbiamo bisogno di lavorare.
D’altra parte, il mondo dell’impiego ha bisogno di persone con precise competenze e molta voglia di darsi da fare. Stupisce sempre il paragone tra laureati lasciati “a casa” e datori di lavoro che cercano disperatamente tornitori, magazzinieri, elettricisti od operai specializzati. È il segnale che forse l’indirizzo scelto non era lo stesso che serviva al mercato. Ma anche che, a cercar bene, le opportunità ci sono. In altri termini, la sfida è aperta.

Servono strumenti
Siamo sempre più proiettati al mondo virtuale, meno alla manualità. Usiamo decine di canali diversi per comunicare, ma non badiamo ai contenuti. Cerchiamo impiego ovunque, senza guardare cosa piace veramente a noi.
Ci sono laureati col massimo dei voti in Filosofia e collaborano brillantemente con società di human resources. Hanno saputo “piegare” la propria conoscenza a un altro settore e hanno seguito dei corsi per migliorare il proprio know how. Si sono adattati alle richieste del mercato, ma senza rinunciare a studiare.
Ed ecco un altro elemento da tenere in conto: la formazione. Negli annunci di offerte lavorative la parola “laureato” è oggi tra i requisiti di base. Come anche la conoscenza di almeno una lingua straniera (leggi: inglese) e dei programmi informatici di uso comune. Gli specialisti aggiungono altre capacità: nella top ten spiccano le doti di problem solving, la propensione a lavorare in team, il rispetto delle regole, l’aggiornamento continuo e soprattutto la motivazione.
I “cacciatori” di talenti insegnano che bisogna convincere l’esaminatore di essere la persona giusta al posto giusto. Bisogna mostrare di amare ciò che si fa, o che si vorrebbe fare.

Provare e sbagliare
C’è un requisito che manca nella lista: il fallimento. Eppure è indispensabile se si vuole crescere. È più o meno come le malattie che si prendono da piccoli: una vera “rottura”, ma aiutano a rinforzarsi. Certo, con criterio: tutto ha un limite, anche gli errori. L’importante è provare, forti del proprio bagaglio di conoscenze.
Inoltre, molti istituti superiori offrono un aiuto per superare paure e inibizioni: si sono moltiplicate in questi anni iniziative di orientamento, sia sul versante dell’impiego, sia su quello della prosecuzione degli studi. In diverse città il Centro per l’Impiego o altri enti di collocamento insegnano, in collaborazione con la scuola, a preparare un curriculum e organizzano simulazioni dei fatidici “colloqui di lavoro”. Da alcune di queste esperienze sono nati dei tirocini, e in certi casi un rapporto di lavoro stabile.

Se lo Stato viene incontro
Anche lo Stato prova a metterci del suo. Lo scorso giugno ha destinato un fondo per finanziare l’apprendistato e le assunzioni di personale giovane da parte delle aziende. Chi si aspettava un boom immediato è rimasto deluso: nel primo mese di prova sono state accolte circa 9.200 domande. I disoccupati sono molti di più. Ma è pur sempre una carta in più a favore di chi ha meno di 29 anni. E poi ci sono gli incentivi regionali, le borse lavoro, oltre a incubatori e a percorsi privilegiati per i giovani che desiderano intraprendere un’attività lavorativa in proprio.
Studiare fa curriculum
Il risultato è che, con qualche fatica, lavorare subito dopo il diploma si può. Meglio ancora se si riesce anche a concludere il percorso formativo con una laurea. Sono gli stessi datori a chiederlo: alla domanda se valga ancora la pena studiare, rispondono di sì, ma in modo mirato. Non «tanto per avere un titolo di studio».
Per contro, da una ricerca effettuata da Alma Diploma emerge che quasi la metà degli studenti a fine corso pensa di non avere scelto bene. Lo stesso dilemma si ripresenta all’Università, dove sono in parecchi a rimbalzare da un Dipartimento all’altro perché non sono sicuri dell’indirizzo preso, o perché quella era l’alternativa al test d’ingresso.
Anche in questo caso la scuola secondaria superiore è il luogo migliore per fornire validi strumenti: come già detto, mette a disposizione dei ragazzi più grandi iniziative e materiale per informare in modo adeguato sui corsi post diploma. Sul web c’è anche un sito, www.almaorientati.it, che traccia un identikit personalizzato sulle attitudini lavorative e formative. È un profilo indicativo, ma aiuta a schiarirsi le idee.
A questo punto, Filippo ha in mano tutti gli elementi per poter decidere cosa fare. Gli piacerebbe molto diventare infermiere, sa che c’è molta richiesta ma anche un test d’ingresso non proprio facile. Se non dovesse passarlo, però, gli piacerebbe fare l’educatore. Anche in questo caso, se vuole trovare un impiego, dovrà studiare. Di lì, non si scappa. Quel che conta, è che adesso è pronto a scegliere. E tu? <




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