Abiteremo in una "Smart City"

Abile, acuto, alla moda, brillante. Sono alcune delle possibili traduzioni del termine inglese Smart. Sempre più le città ambiscono ad esse...

Abile, acuto, alla moda, brillante. Sono alcune delle possibili traduzioni del termine inglese Smart. Sempre più le città ambiscono ad essere così. Nuove tecnologie tra le mani e un cuore pulsante e responsabile renderanno possibile il cambiamento.

Interattiva, sempre connessa, open data, green. In una parola: smart.
È questo l’aggettivo che più si addice alla città di domani. Dopo decenni tra code del traffico e mille problemi di centro e periferia, ora punta a diventare co-protagonista della nostra vita. Sarà un luogo intelligente, in grado di interagire con i propri abitanti e di farli comunicare tra loro in modo semplice e immediato.
Solo un sogno, o prossima realtà?

Una rivoluzione
Nella metropoli del futuro non ci saranno teletrasporto o astronavi. La vera rivoluzione è nel concetto di centro urbano, che passa da semplice “luogo” a “contesto”: un ambiente che dialoga in tempo reale con i suoi abitanti e facilita la vita.
Pensiamo alle numerose applicazioni su iPhone e Android: per segnalare guasti, ma anche per orientarsi in musei e fiere o per spostarsi da un capo all’altro della metropoli. O, ancora, per pagare il biglietto del bus con moneta elettronica, magari da casa. Le ipotesi di sviluppo offerte dalle nuove tecnologie – non solo informatiche – sono vastissime.
Siccome però bisogna ragionare in concreto, gli esperti hanno individuato gli ambiti in cui una città moderna può mettere alla prova la propria “smartness”.

Scuola. Pagelle e registri elettronici sono già una realtà per molti, come anche le lavagne LIM, sincronizzate con il computer. Per non parlare dei tablet che in futuro alleggeriranno le cartelle di milioni di studenti.

Salute. Le aziende sanitarie si stanno attrezzando per arrivare alla cartella clinica digitale, introdotta per legge già nel 2012. Con questo strumento, i pazienti possono sapere in temi più rapidi e “a km zero” i risultati di un esame e portarseli dietro inseriti nella tessera sanitaria. Molto meglio dei soliti dossier carichi di fogli.

Anagrafe e servizi al pubblico. Si possono effettuare on line registrazioni, variazioni, pagamenti e ottenere certificati dimenticando le file davanti allo sportello.

Mobilità. Anche il tram si ammoderna, con i biglietti elettronici e i ritardi previsti al secondo da pannelli di fianco alla fermata, aggiornatissimi. In più, è favorita l’intermodalità: cioè, l’uso integrato sullo stesso percorso di bici, treno e bus. E per sapere dove ci si trova, molti Comuni si sono dotati di punti informativi con mappe touch screen. Per non parlare di car e bike sharing (auto ecologiche e bici a noleggio), che si stanno diffondendo a macchia d’olio, soprattutto tra i giovani.

Infrastrutture. L’illuminazione pubblica consuma meno se è “a led” o se è alimentata dai pannelli solari. Quanto alla fibra ottica, è iniziata l’era della Banda Ultra Larga e del wi-fi accessibile gratuitamente a tutti. Due ingredienti che, insieme, permetteranno di viaggiare su una vera e propria autostrada del web.

Gestione delle risorse naturali. Acqua, terra e aria stanno diventando beni sempre più preziosi e scarsi. Riuscire a utilizzarli al meglio, riducendo al minimo l’inquinamento e gli sprechi, è un comportamento intelligente. Anche su questo fronte molte città si stanno attrezzando e cercano sistemi innovativi per riciclare i rifiuti, o per trasformarli in energia.

Fonti alternative. A proposito di energia, sono molti gli enti pubblici che già utilizzano il fotovoltaico o l’eolico per la luce e il gas naturale o il vapore acqueo per scaldarsi.

Ambiente. Visto che una città è fatta anche di case, palazzi e fabbriche, si stanno diffondendo piani regolatori improntati a un maggiore rispetto dell’ambiente. Il che significa: più parchi, più piste ciclabili, centri storici pedonalizzati. L’obiettivo è aumentare la “quota verde” del territorio e ridurre le emissioni dannose.
Sul versante antisismico esistono fior di progetti per abbattere i rischi da terremoto.
Qualche esempio
In molti si stanno dando da fare per mettere in pratica i buoni propositi. Senza scomodarsi per andare a New York, anche in Italia gli esempi non mancano. Se ne sono resi conto i visitatori dello “Smart City Exhibition” di Bologna, tenutosi a metà ottobre, prima manifestazione nazionale completamente dedicata al tema.
Tra i protagonisti c’era Torino, candidata a diventare Smart City europea: per ottenere titolo e relativo logo il capoluogo piemontese dovrà dimostrare di avere “smart economy, smart people, smart governance, smart mobility, smart environment, smart living”, come richiede la Commissione UE. In breve, dovrà ridurre emissioni e consumi energetici, incentivare i trasporti “puliti” e offrire servizi ai cittadini ad alto tasso di tecnologia.
C’era anche Vicenza, che ha ricevuto di recente un considerevole finanziamento dal MIUR: merito del progetto REGAL (Rete di Energia Generata e Accumulata Localmente), un sistema modulare per produrre energia pulita “in casa” e condividerla con tutta la città.
Sul fronte della ricerca, CNR e ANCI (l’associazione che riunisce i Comuni italiani) hanno scelto tre località di varie dimensioni in nuove tecnologie, per sviluppare altrettanti progetti sulla sostenibilità energetica. Per raggiungere l’obiettivo ciascuna città avrà a disposizione un milione di euro.

Democrazia partecipativa
Il vero miracolo dello stile “smart” è però un altro: quello di abbattere le barriere tra la metropoli e il paesino dell’estrema periferia. Le lunghe strade da percorrere non sono più un problema. Grazie alla maggiore connettività, infatti, le distanze si riducono e comunicare diventa semplice e immediato. E a costi decisamente accessibili.
Risultato: svolgere un lavoro moderno o studiare anche abitando in un Comune arroccato sui monti. Basta assicurarsi di essere “a portata di satellite”. È un aspetto importante, perché permetterà nel giro di qualche anno di rivitalizzare i territori abbandonati all’epoca della grande industria.
Anche il cittadino deve fare però la sua parte. In particolare, deve trasformarsi da utente passivo ad attore consapevole del cambiamento. Non basta dire: l’account internet ce l’ho già. I residenti delle smart city guidano auto elettriche e biciclette, pagano con moneta virtuale, rispettano l’ambiente.
La cosa più difficile, anche nell’era della tecnologia diffusa, è mettere tutti d’accordo. Per questo gli stake holders, cioè i portatori di interessi diversi (associazioni culturali, società sportive, enti, “semplici” cittadini), devono imparare a coprogettare lo sviluppo urbanistico del contesto in cui vivono, insieme a enti come Comune e Regione.
Gli esempi di democrazia partecipativa non mancano: molti Politecnici hanno già avviato laboratori di discussione, con tanto di digital design, che permettono di visualizzare su maxi schermo l’impatto dei vari suggerimenti.

Bisogna però impegnarsi. Il vero neo delle città del Terzo Millennio è “il cuore”. Quello ce lo dobbiamo mettere noi. Se sapremo riuscire nell’impresa, potremo dire davvero di vivere in una città hi-tech “a misura d’uomo”.
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