Giovani on the move

di Giovanni Godio Lungo le rotte disperate dei migranti Giovani on the move Viaggiano sulle “carrette del mare” o arrivano via...

di Giovanni Godio

Lungo le rotte disperate dei migranti
Giovani on the


move
Viaggiano sulle “carrette del mare” o arrivano via terra
con il loro carico di delusioni, problemi, speranze.
Li chiamano minori stranieri non accompagnati, soli,
o separati. Quasi tutti maschi, non si vedono, eppure ci sono.

Fine intervista. Hamza sa il fatto suo, chiede di non citare per prudenza il nome di una città di provincia, ma con un gesto deciso della mano aggiunge: «Per il resto puoi scrivere tutto, mi fido». Sedici anni, bruno, capelli corti, ti parla con calma e gentilezza. Studia da operatore meccanico, impara l’inglese («se qui in Italia non trovo lavoro magari mi tornerà utile»), va in palestra e al corso animatori della parrocchia, ha cominciato a leggere Il cacciatore di aquiloni, esce con qualche amico. E in una delle città più calcistiche del Belpaese ammette sorridendo un tifo da eresia: il Barcellona di Messi. Tutte cose della «mia mezza vita qui in Italia», come le chiama lui.
Inshallah
E l’altra mezza? Hamza viene da Khouribga, in Marocco, come racconta a Dimensioni Nuove. Ultimo di otto figli, a due anni ha perso il padre minatore. Quando ne ha otto la madre, in difficoltà, si accorda con un uomo perché lo porti a pagamento in Italia, dove da tempo vivono alcuni dei suoi fratelli e sorelle. «Per me in Marocco non c’era futuro», commenta Hamza. Non è ancora uscito da una brutta tonsillite che lo ha fatto ricoverare in ospedale quando, con altri tre ragazzini, viene portato a Tetouan, un’altra città marocchina.
Due giorni chiusi in una casa e poi via a Ceuta, l’enclave spagnola in territorio africano, per l’imbarco sul traghetto. I ragazzi hanno documenti falsi non proprio irresistibili e due tentativi vanno buchi. Ma il terzo riesce. Sbarco in Spagna, dove comincia un viaggio di quattro giorni verso l’Italia. In auto sono in sette, il passeur, sua moglie, i bambini e una ragazza. Inquietudine («quell’uomo ci addormentava con uno spray»), poco da bere e poco cibo. Poi, un’alba di quel 2005, in quella stessa auto Hamza si sveglia a Torino.
La sua “seconda mezza vita” inizia nella non facile ospitalità di una famiglia dispersa, quella dei fratelli emigrati in Piemonte. Va a scuola ma un fratello e soprattutto sua moglie, con i quali vive in quel periodo, non lo vogliono più tra i piedi. Lo fanno dormire per terra in cucina, su una coperta.
Entra in crisi, lo bocciano in terza media. Ha la forza di confidarsi con una professoressa che informa i vigili urbani. Lui avverte: «O mi aiutate o faccio qualcosa di brutto». Fino a che un giudice lo affida alla casa d’accoglienza Nuova Aurora del Volontariato Vincenziano, sino alla maggiore età.
E dopo i 18 anni, Hamza, ci hai già pensato? «Finito il corso da operatore meccanico vorrei fare un quarto anno al serale, per avere il diploma. E poi chissà, inshallah, se Dio vuole, vorrei trovare un lavoro, per far venire mia madre a vivere con me. Non sta bene e ha avuto una vita difficile».

Gli invisibili
Li chiamano minori stranieri non accompagnati, soli, o separati. Quasi tutti maschi sui 16-17 anni, provengono soprattutto dall’Egitto, dal Bangladesh, dall’Albania, dall’Afghanistan, dalla Somalia e dal Marocco. Arrivano in Italia con gli sbarchi delle “carrette del mare” sulle coste del Sud, ma anche nei porti di Ancona e Venezia o via terra, senza genitori o altri adulti tenuti a prendersene cura.
Secondo gli ultimi dati del nostro governo, alla fine di settembre i minori stranieri non accompagnati accolti in comunità o in affidamento sono circa 6200. Altri 1600 risultano segnalati ma irreperibili. Il totale fa 7800 (più 10% rispetto ai primi mesi dell’anno), ma è un dato incompleto, perché bisogna aggiungere i non accompagnati che hanno presentato domanda d’asilo (nel 2012 sono stati un migliaio), e poi quelli che restano “invisibili” perché ai servizi di accoglienza non si fanno quasi vedere.
«Si tratta dei cosiddetti “minori in transito” – spiega l’ultimo rapporto di Save the Children Italia sul fenomeno –, ragazzi soprattutto afgani che raggiungono le coste adriatiche, nascosti soprattutto a bordo di auto e Tir su traghetti provenienti dalla Grecia. Fin dal loro ingresso in Italia cercano di non essere identificati, per poter raggiungere più facilmente i Paesi del Nord Europa».
Quanti sono? E chi lo sa. Fra Roma, Calais in Francia e Patrasso in Grecia, tre grandi crocevia per le rotte continentali dei migranti, gli operatori del progetto europeo Children on the move ne hanno incontrati 1100 in dieci mesi. Di questi solo 37 (tre su 100!) hanno accettato di entrare nei servizi di protezione ufficiale.
A Calais, porta stretta (molto stretta) della Manica, puntano tutti all’Inghilterra. A Roma si fermano pochissimo, da una a due settimane, forse perché nella nostra capitale possono organizzare abbastanza facilmente le tappe successive del loro viaggio verso Nord, la Germania o la Svezia, dove i servizi che potrebbero ricevere sono migliori che da noi (anche se, va detto, almeno per quanto riguarda i migranti under 18 l’Italia non è proprio all’anno zero).

«Ma quando mi fate andare all’università?»
In transito o meno, i non accompagnati fuggono da Paesi in guerra o sull’orlo della guerra, da violenze o, “semplicemente”, dalla povertà. Viaggiano e rischiano da soli con i loro sogni, magari con i loro progetti di autonomia. Ma in genere non sono soli al mondo, perché al di qua o al di là del Mediterraneo hanno genitori, fratelli e parenti che scommettono, che investono sul loro viaggio perché sentono di non poter dare loro altre possibilità.
Ismael (il nome è “di fantasia”, ma solo quello), della Costa d’Avorio, probabilmente è arrivato in Italia sulla rotta rischiosa del deserto e del canale di Sicilia. Ha 17 anni, in patria ha già preso il baccalauréat (all’incirca la nostra Maturità, anche se lo si consegue prima) e gli va stretto che qui lo abbiano iscritto alle superiori.
Ha confidato agli operatori del progetto Gate, un altro progetto europeo di ricerca: «Presto lascerò i servizi. Vorrei un lavoro e guadagnare dei soldi per andare all’università. Il 90 per cento degli ivoriani che entrano in Italia non ci rimangono, vanno nei Paesi francofoni. Qui se non parli l’italiano sei perduto. Comunque, vorrei diventare un giornalista…».

16 anni, 8 Paesi
Invece Morad (anche qui il nome è di fantasia) ha lasciato l’Afghanistan a 16 anni con un fratello per raggiungere il Regno Unito, dove vive il padre ormai cittadino britannico. Li ha aiutati il nonno, pagando i trafficanti con la vendita di due case. Altri tre fratelli, in una vera e propria diaspora familiare, sono partiti per l’Inghilterra tentando la via della Russia.

I due ragazzi invece attraversano a piedi il confine col Pakistan e poi, su un autobus, quello fra Pakistan e Iran. Attraversano la Turchia, entrano in Grecia, ma lì i trafficanti li dividono: il fratello prosegue e Morad rimane in Grecia, da solo. La polizia lo arresta e lo tiene per due mesi in un centro di detenzione. Poi, rilasciato, Morad attraversa l’Italia e la Francia. Non trova il modo di passare la Manica, e però incontra gli operatori di un’unità mobile di Children on the move
Accetta di essere inserito in un centro d’accoglienza e parte una pratica di ricongiungimento: all’inizio sembra che il padre non guadagni abbastanza, ma poi le cose si risolvono. E finalmente, dopo un’odissea lunga otto Paesi, Morad ha potuto lasciare la Francia con in tasca un biglietto per Londra. 
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