Sembra vero! Intervista a Max Solomon

È il mago che ha curato gli effetti speciali del film “Gravity”. Max Solomon svela alcuni segreti delle sperimentazioni che hanno reso su...

È il mago che ha curato gli effetti speciali del film “Gravity”.
Max Solomon svela alcuni segreti delle sperimentazioni che hanno reso sullo schermo la “gravità zero” più realistica che mai.


La prima cosa da fare quando si va al cinema per vedere Gravity di Alfonso Cuaròn (Usa 2013) è dotarsi di un massiccio quantitativo di “suspension of disbelief”. Un tacito accordo tra pubblico e regista, citato da Giovanni Bignami, direttore dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, su La Stampa, nel quale lo spettatore “fa finta di crederci” e accetta un racconto cinematografico basato su condizioni fisiche palesemente impossibili.
Gravity è notevole non tanto per la storia (sceneggiatura ridotta all’osso, praticamente assente) e nemmeno per il suo valore scientifico (fondamentalmente inaffidabile) ma per l’utilizzo degli effetti speciali, sotto la sapiente guida di Max Solomon, che rappresentano una vera rivoluzione nel cinema.
Uscito il 3 ottobre in Italia, Gravity è stato proiettato a Torino in occasione del View Fest, che si è svolto presso la Multisala Cinema Massimo tra l’11 e il 13 ottobre. Il film ha riscosso un notevole successo di pubblico e qualche appunto dalla critica dovuta al suo eccesso di fiction.

Max Solomon, direttore dell’animazione presso Framestore per questo film, ha parlato al pubblico il 15 di ottobre, durante uno dei keynote programmati all’interno di View Conference, l’evento conseguente al View Fest che consentiva di incontrare i tecnici che hanno lavorato ai film proiettati durante la manifestazione. Solomon, che ha curato la previsualizzazione e le riprese, è stato anche supervisore dell’animazione e animatore in diversi film di Harry Potter e artista digitale ne Il cavaliere oscuro.

Poca scienza, molta fantascienza

Ma di cosa parla Gravity? La storia è molto semplice. Matt Kowalski (George Clooney) è il comandante di una missione di routine nell’orbita terrestre a bordo di un piccolo shuttle, sul quale è imbarcata anche Ryan Stone (Sandra Bullock), medico per la prima volta nello spazio.
Durante un’operazione di riparazione a un pannello elettronico dello shuttle, una tempesta di detriti colpisce gli astronauti e il mezzo, e Kowalski e Stone sono gli unici sopravvissuti. La naturalezza con la quale vengono mostrati gli astronauti che galleggiano nel vuoto, esattamente come gli oggetti che maneggiano, è talmente dettagliata da non saltare nemmeno all’occhio. Come si suol dire: se una cosa funziona bene non si nota.
Le critiche più forti rivolte a questo film riguardano la sua scarsa attendibilità scientifica. «Ci sono operazioni che durano ore – ha ribattuto Solomon poco prima del suo intervento a View Conference – ma che abbiamo dovuto velocizzare per farle durare pochi secondi e riuscire a inserirle nel film». Cinque anni di lavorazione per questo hyper realistic space thriller, a partire dall’idea iniziale del regista Alfonso Cuaròn, hanno portato alla produzione di un gioiello della tecnologia. «Il problema più grande – ha raccontato Solomon – riguardava le luci, che dovevano essere molto definite e di colore diverso a seconda della posizione dei personaggi nello spazio, se rivolti verso il sole o verso la terra. Inoltre dovevano essere realistiche».
Un problema non indifferente se si pensa che l’ambientazione è stata completamente costruita in computer grafica, ma come ha mostrato Solomon durante la sua conferenza, non è possibile ricostruire completamente ogni movimento e ogni colore poiché il risultato che si otterrebbe non sarebbe fluido e attendibile.

Lo spazio in un cubo
Ed ecco la trovata di Max Solomon, la Light Box: «Abbiamo costruito un cubo di tre metri per tre, all’interno del quale ogni pannello era ricoperto di led, in totale ne abbiamo utilizzati 1 milione e 800 mila. Gli attori si muovevano all’interno di questa scatola che utilizzavamo per ricreare l’esposizione dei loro visi alla luce, in base a ciò che ci serviva».
Certo, recitare all’interno di una scatola non deve essere stato semplice. «In effetti – ha ammesso Solomon – George Clooney e Sandra Bullock hanno avuto parecchie difficoltà, dovute alla scomodità delle attrezzature e dei luoghi utilizzati per le riprese. Più che altro perché non lo avevano mai fatto prima».
Per ideare il procedimento che ha portato alla produzione del film sono stati necessari diversi test, come i tentativi per riprendere i movimenti degli attori in maniera tradizionale o le simulazioni al computer dei movimenti da far fare agli oggetti che esplodono nello spazio.
La pellicola ha richiesto un lavoro immenso di post produzione, un assemblaggio al computer delle diverse parti registrate separatamente attraverso la macchina da presa. Come ha mostrato Solomon durante la conferenza del 15 ottobre, Sandra Bullock e George Clooney hanno recitato su strutture che simulavano il fluttuare nel vuoto dei corpi degli astronauti, mentre l’obiettivo della cinepresa registrava esclusivamente le loro espressioni facciali. La tuta spaziale, gli oggetti che si spostano nel vuoto, i loro corpi e le stazioni orbitanti sono stati aggiunti in un secondo momento.
Ma ciò che colpisce di questo enorme lavoro di ricostruzione è la lunghezza delle scene, con piani sequenza di sbalorditiva fluidità. «Ogni ripresa lunga, mediamente, è composta da 11 mila fotogrammi, a parte quella iniziale che ne conta 19 mila – ha aggiunto Solomon – ed è anche per questo che abbiamo avuto molte difficoltà con le luci, che hanno richiesto un lavoro approfondito da parte del direttore della fotografia. La Light Box è stata progettata insieme a lui».
Un laboratorio creativo
Ogni film è un laboratorio creativo e produce invenzioni che trovano applicazione, a volte, in altre pellicole o addirittura in contesti esterni al cinema. È il caso della steadycam, macchina da presa con un supporto legato al corpo dell’operatore che consente la realizzazione di riprese fluide e lunghe con uno sforzo sostenibile.
Questa soluzione nacque verso la fine degli anni ’80, ma fu messa a punto grazie a un film, Halloween, la notte delle streghe di John Carpenter (1978), per trovare la propria consacrazione grazie a Stanley Kubrick e al suo Shining (1980).
Quindi non è escluso che la Light Box creata da Max Solomon e dal suo team (ai suoi ordini ben 30 animatori) trovi applicazione nelle future produzioni cinematografiche. Una piccola rivoluzione? «Gravity non ha nulla di nuovo dal punto di vista della storia e del soggetto – commenta Solomon – ma sicuramente può influenzare le produzioni future sulla ricostruzione della realtà. Abbiamo visionato ore e ore di filmati dei viaggi reali avvenuti nello spazio e ci siamo basati su modelli esistenti di stazioni, shuttle e tute spaziali per utilizzarli in questo film. Il regista è stato molto scrupoloso».Il team ha cercato anche di “sperimentare sul campo” la realtà a gravità zero, per quanto possibile. L’occasione è stata fornita dal cosiddetto Vomit Comet, un aereo in grado di volare verso l’alto a grandissima velocità per poi scendere in picchiata altrettanto velocemente, più volte durante lo stesso volo.
I passeggeri, opportunamente assicurati, possono così sperimentare la gravità zero all’interno del velivolo durante le discese. Indispensabile, quindi, un viaggio di questo genere prima della fine della lavorazione.
Quando ci si trova davanti a personaggi come Max Solomon, ci si chiede spesso come si arrivi a svolgere professioni di questo livello. «All’interno di un film – ha spiegato – ci sono tantissime persone che provengono da percorsi molto diversi tra loro. Io sono un animatore, ho fatto anche l’illustratore, ma in Gravity c’erano esperti di computer grafica e programmatori. Ci sono diverse competenze che vengono messe insieme». Non c’è un vero percorso, solo lavoro, impegno, competenze e tanta, tantissima voglia di sperimentare per cercare sempre l’effetto migliore.
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