Architetture resistenti

di Carlo Mantovani Contro il degrado e la cementificazione selvaggia Architetture resistenti Una storia a fumetti per spie...

di Carlo Mantovani

Contro il degrado e la cementificazione selvaggia
Architetture


resistenti
Una storia a fumetti per spiegare come l’architettura contemporanea può contribuire a creare luoghi di vita belli e gradevoli. Nel rispetto del territorio e di chi ci abita.


“In un luogo brutto, non possono che accadere cose brutte”: questa la verità, lapidaria ma inconfutabile, che ha guidato gli autori di Architetture resistenti, una rivoluzionaria graphic novel. Il libro è nato dalla sinergia, del tutto inedita, di un team formato da due celebri architetti, Raul Pantaleo e Luca Molinari e una brava illustratrice, Marta Gerardi.
Il nobile obiettivo è di raccontare a fumetti la storia di alcune opere di architettura contemporanea, definite appunto resistenti: progetti illuminati che, invece di piegarsi alla perversa logica dell’orribile cementificazione palazzinara che devasta l’Italia, abbelliscono il paesaggio e, a volte, addirittura lo difendono.

Non tutto è da buttare
È il caso dell’imponente argine di terra che intorno agli anni Ottanta, con sapiente e perentoria eleganza, l’architetto Pietro Porcinai ha costruito allo scopo di proteggere il prezioso parco archeologico di Selinunte (TP) dall’inferno dell’abuso edilizio. O dello stabilimento Olivetti di Pozzuoli, ancora oggi modello di luogo di lavoro “user friendly”: non sta scritto da nessuna parte, infatti, che le zone industriali e gli edifici che le compongono debbano essere luoghi ostili all’uomo. E che dire del cosiddetto Giardino degli incontri che il Michelucci ha disegnato all’interno del carcere di Firenze, per renderlo più vivibile?
«In realtà – ricorda Pantaleo, ispirata firma degli ospedali di Emergency – gli esempi di architetture resistenti sono molto più numerosi di quello che si pensa: il problema è che la gente non li conosce.
 Ecco perché abbiamo scelto la storia a fumetti: un modo piacevole per spiegare alla gente che non ogni espressione dell’architettura contemporanea è un insulto alla bellezza. Che non tutto, insomma, è da buttare».
«Certo – prosegue Luca Molinari – il ventennio che va dal ’50 al ’70, etichettato come quello della ricostruzione e della ripresa, ha spalancato le porte alla speculazione edilizia, decuplicando la superficie urbana. Ma poi qualcuno, tra gli addetti ai lavori, ha cominciato a capire che il prezzo pagato per la presunta crescita era troppo alto e bisognava invertire la rotta: creando bellezza, invece di distruggerla».


L'abitudine al bello
Emerge quindi il ruolo sociale dell’architettura, che appare sempre più cruciale nella costruzione di città e paesaggi a misura d’uomo. Formare professionisti nuovi, tuttavia, trasformandoli in produttori di bellezza, sarebbe inutile se allo stesso tempo non provvedessimo a formare anche cittadini nuovi: che conoscano il valore del bello e lo pretendano, come un diritto inviolabile.
Obiettivo realizzabile soltanto riformando la didattica e rendendoci conto che, accanto alla storia dell’arte e della musica, nelle scuole occorre insegnare anche storia dell’architettura.

Per diffondere quella che Pantaleo, con un neologismo, chiama la “bellitudine”: cioè l’abitudine al bello. Perché un luogo gradevole, oltre a rispettare il territorio, fa stare meglio chi ci abita. <
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