Canzoni al Dente

di Claudio Facchetti Intervista a uno dei cantautori più originali del nostro panorama Canzoni al Dente Si è fatto strada da...

di Claudio Facchetti



Intervista a uno dei cantautori
più originali del nostro panorama
Canzoni al Dente
Si è fatto strada dalla scena indie con crescente successo, dimostrando che la qualità paga. Oggi arriva al quinto cd, un patchwork
di suoni e parole di grande pregio.



“Se Maometto non va alla montagna…”. Il proverbio ben si adatta a Dente, all’anagrafe Giuseppe Peveri, cantautore tra i più originali degli ultimi anni. Dopo un lungo e fervido percorso nel sottobosco della cosiddetta musica indipendente, il suo quinto album Almanacco del giorno prima è stato pubblicato da una major, la Sony. E a cercarlo è stata la casa discografica.
Un episodio, questo, che sottolinea la qualità della proposta dell’artista e il suo successo, cresciuto di anno in anno nel circuito alternativo, che ha spinto i suoi cd in classifica. Un bel segno di vitalità e di interesse da parte di un pubblico che non si lascia incantare dalle solite sirene del mainstream, ma cerca qualcosa di diverso.
E diverso Dente, per vari aspetti, lo è, perché non si lascia certo incasellare facilmente nel ruolo di “classico” cantautore. O meglio, durante la sua avventura musicale non si è fatto scappare le occasioni per visitare altri territori. Eccolo dunque protagonista di reading, conduttore radiofonico, scrittore di racconti per due libri, dee-jay, autore per artisti come Marco Mengoni, Arisa e Chiara Galiazzo. Non male per uno che si considera pigro. Adesso comunque l’attenzione ritorna sul suo mestiere principale, con questo “almanacco” che si sfoglia tra sonorità vintage e acustiche in un patchwork colorato e riuscito, a sostegno di testi che giocano con le parole, tra ironia e serietà, quasi un “marchio di fabbrica”.

Cosa ti ha portato sulla strada della musica?
Una serie di coincidenze ed eventi fortunati. Fin da piccolo, sono sempre stato un grande ascoltatore di musica ma, a differenza di tanti miei coetanei, all’epoca non ho mai preso in mano uno strumento: mi sembrava una cosa troppo difficile da fare. A vent’anni, però, ho iniziato a suonare la chitarra e a scrivere subito dei miei pezzi. Sono entrato in una band, La Spina, che mi accompagna ancora oggi, con cui ho registrato due album. Ho quindi fatto alcuni concerti da solo, sono andati bene e con mia grande sorpresa ho ricevuto una proposta per firmare un contratto con l’etichetta indipendente Jestrai. Da quel momento, ho iniziato a prendere la cosa seriamente. Mi sono detto: “Proviamoci, vediamo cosa succede”.

Quanto è stato difficile farsi largo?
Non così tanto come può sembrare, nel senso che ho intrapreso questa strada con una sorta di disincanto, tanto che ripensandoci oggi non lo spiego ancora. Mi ero trasferito a Milano per cambiare vita senza pensare alla musica, frequentavo infatti un corso di grafica. Poi ho iniziato a fare dei piccoli concerti, il pubblico veniva a vedermi, ho continuato. Certo, si guadagnava poco e accettavo qualsiasi cosa: ho suonato anche per gli aperitivi, la gente mi passava davanti con le tartine senza degnarmi di uno sguardo.

Ti stava stretta la band?
A parte il fatto che nel gruppo suonavo solo la chitarra, a starmi stretta era la mia città, così sono andato via. Con loro, come accennato, avevo inciso due cd che non erano andati bene e concerti non se ne facevano. Era insomma un periodo difficile e ho deciso di pensare un po’ alla mia vita. L’amicizia è rimasta, e infatti oggi mi accompagnano.

Dopo un felice percorso fatto nell'ambiente alternativo, sei approdato a una major. Qualcuno avrà storto il naso…
Non penso, anche perché io non ho cambiato nulla della mia musica. Mi sembra un ottimo segno che non solo la mia, ma anche altre grosse case discografiche si aprano a queste realtà senza pretendere di modificare qualcosa. Hanno capito, con parecchi anni di ritardo, che molti artisti funzionano senza essere per forza commerciali. È un interesse che può solo aiutare a far crescere l’ambiente, e non a caso tanti miei colleghi stanno per uscire con una major.

C’è un tema ricorrente nel tuo cd, che è il tempo, richiamato anche nel titolo. Un’idea voluta?
Quando scrivo non penso mai a un argomento preciso, tuttavia, una volta riascoltato il disco, mi sono accorto che ritornava il tema del tempo che passa, sulle cose che si sono fatte ma soprattutto sulle cose che non si sono fatte. Così mi è venuta in mente l’idea di questo archivio di eventi che potevano accadere, una sorta di almanacco del passato, dove ci trovavi le previsioni dell’anno non solo scientifiche, ma anche un po’ bislacche. Il titolo è stato quasi una conseguenza logica, che poi è un ribaltamento di una frase fatta, come da mia tradizione.

Non solo il titolo, ma anche i testi contengono spesso gustosi giochi di parole. Come li costruisci?
La maggior parte di essi sono istintivi, alcuni scritti di getto, magari quando sono per strada, mi è capitato di buttarli giù anche in cinque minuti. Altri nascono da un’idea che elaboro un po’ di più. Comunque, fanno parte del mio dna, nella vita di tutti i giorni sono abituato a parlare così. Bado molto, invece, a non scrivere cose che mi sentirei uno scemo a cantare.

Sono testi autobiografici o più da osservatore del mondo?
Sono molto personali, sia perché sono uno scarso osservatore e sia perché non riesco a trovare ispirazione all’esterno. Le cose devo “sentirle” in prima persona.
 
Sotto il profilo musicale, i brani hanno sapori diversi e intensi: vintage, pop, atmosfere anni ’60…
Durante la scrittura delle canzoni, avevo già in mente quali suoni usare, sentivo soprattutto che volevo poca elettricità e strumenti veri, anche particolari, come il clavicembalo o il contrabbasso. Sono molto soddisfatto del risultato, perché è riuscito in sostanza come me lo ero immaginato.

Oltre a essere cantautore, hai anche altri interessi, da conduttore radiofonico a dee-jay. Per vincere la noia?
In realtà, sono molto pigro e quando mi snocciolano tutte le cose che ho fatto, mi sorprendo sempre un po’. Sono collaborazioni che non mi verrebbe mai in mente di fare, ma che mi vengono richieste. Alla fine, non dico di “no”, e mi piace anche farle, ma… devo esserci costretto. Il dee-jay invece è un modo per ascoltare la musica che mi piace al di fuori di casa mia. Nei miei set, metto dischi ballabili italiani degli anni ’60 ed è molto bello, nelle serate giuste, vedere la gente scatenarsi sui brani di Rita Pavone o Edoardo Vianello.

Hai composto pezzi per altri artisti, come Mengoni, Chiara, Arisa. Cambia, in questi casi, il tuo modo di scrivere?
Sì. Per Marco, ho scritto il testo di Mangialanima


sulle musiche di Paolo Nutini, che io non canterei mai.

Per Chiara il pezzo lo avevo già nel cassetto, ho solo fatto qualche piccola modifica per renderlo più pop. Diverso il discorso con Arisa: mi ha proprio chiesto un brano e l’ho composto pensando che l’avrebbe cantato lei. È stata la prima volta e pensavo di non riuscirci. Invece l’ho scritto quasi di getto, è andata bene. <
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