dossier speciale sull'animazione

dossier di Gigi Cotichella Quelli che  le studiano tutte   pur di darci  l'anima Belli, allegri, simpatici ed educativi,...

dossier
di Gigi Cotichella

Quelli che le studiano tutte 
pur di darci l'anima
Belli, allegri, simpatici ed educativi, 
invadono oratori, cortili, piazze e mondi.
Sono gli animatori.
Alla base di tutto, una scelta.
  
Animatore:
tutto e niente
La parola animazione si usa in tantissimi contesti 
e corre il rischio di essere banalizzata. 
Iniziamo la nostra ricerca 
per scoprirne il vero senso nella vita dell’Oratorio.

Di animazioni ne esistono tante.
C’è il cinema d’animazione, con i disegni che prendono vita.
C’è l’animazione turistica, nei villaggi del tempo libero per eccellenza. Ha contagiato anche il mondo dello spettacolo che definisce “animazioni” quei particolari interventi molto interattivi con il pubblico. Gli anni settanta hanno portato l’animazione teatrale, ovvero il teatro che arriva nelle periferie e lavora con i gruppi per contaminare tutti. L’animazione socioculturale ha conquistato le comunità, per fare in modo che le persone prendano coscienza del proprio potenziale e lo sviluppino. L’animazione culturale è entrata nel mondo delle comunicazioni sociali.
C’è anche il reparto di ri-animazione, dove la medicina si occupa dei pazienti che versano in condizioni critiche e i clown hanno riportato il sorriso tra le corsie degli ospedali.
C’è infine quell’animazione particolarissima che è l’impegno dei giovani negli oratori e nei centri educativi.
A quest’ultimo tipo di animazione ci stiamo rivolgendo. A quell’esercito di giovani volontari che, soprattutto d’estate ma non solo, invade allegramente città e paesi per aiutare bambini e ragazzi nel loro percorso di crescita.

Animatori o educatori?
Che il loro sia un ruolo educativo, è chiaro. C’è una relazione legata ad un ruolo; l’obiettivo è la crescita personale dei ragazzi attraverso il gruppo (senza dimenticare i cammini personali) e attraverso dinamiche e linguaggi più accattivanti (senza dimenticare la sostanza educativa).
Proprio a causa dei linguaggi accattivanti a volte si è caduti nella trappola di scambiare il mezzo con il fine, di fare mille cose senza sapere il perché. Per questo, in alcune zone d’Italia e in alcuni mondi associativi, l’animatore è stato ribattezzato con un nome che sembra più nobile e dignitoso: educatore.
Intento lodevole ma opinabile.
Non definiamo “medico chirurgo” un animatore che disinfetta una ferita a un bambino né, tantomeno, lo chiamiamo “psicologo” se ha accettato di parlare con un ragazzo che ha un problema. L’educatore è un professionista (quindi seriamente ed accademicamente preparato) per un incarico tutto particolare.
Certo, tutti gli adulti hanno un ruolo educativo verso altri, soprattutto quando se ne prendono la responsabilità. L’insegnante deve educare, ma nel suo essere insegnante, non in quanto educatore. Così è per il genitore, il catechista e... l’animatore, che non è automaticamente e solo un educatore in senso stretto.
Ma allora chi è veramente l’animatore? Che cosa lo contraddistingue?

Per una vera animazione
I vari esempi di animazione appena descritti hanno in comune alcuni punti.

1. La vita. In pericolo, spenta, immobile, o ancora, non espressa al massimo delle sue potenzialità, in ogni situazione l’animazione tende a dare anima (= vita). I disegni si muovono e diventano veri, i malati guariscono, le persone si accendono, le consapevolezze anche.
2. Il coinvolgimento. L’animazione è un metodo che prevede un coinvolgimento attivo del “pubblico” che, proprio grazie a questo, non è più spettatore ma attore protagonista. Disney diceva che il suo lavoro non era muovere i disegni, ma muovere le emozioni. Doveva crearsi, in sala, un coinvolgimento talmente forte da permettere al pubblico di identificarsi e cogliere addirittura degli insegnamenti.
3. La creatività. Inventarne di tutti i colori e usare tutti i linguaggi possibili: multimediale, plastico, ludico, grafico, musicale, coreografico, scenografico, ecc. Tutto questo arricchito dalla diversità degli approcci personali: dinamiche più legate al contatto fisico, o alla vicinanza intellettuale, o al gruppo, o alla comunità...
4. Il senso. Vuol dire rispondere alla domanda: “Perché si fa animazione?”, a livello personale, ma anche a livello del contesto in cui si agisce.
Dispiace costatare che questa riflessione sia stata più proficua nei villaggi turistici, dove parole come “regolamento”, “stile”, “etica” sono più presenti e preponderanti che negli ambienti ecclesiali
L’animazione in oratorio è quindi obbligata a riscoprire il proprio “senso” o a non aver più paura di nasconderlo, perché è proprio quello che permette di vivere appieno le altre tre dimensioni.
“Animatore” si è, quindi, per scelta, servizio, vocazione e ministero. Perché c’è un mondo immenso dietro quel dedicare tempo, quei sorrisi, quell’impegno di stare vicino ai più piccoli, spesso in condizioni non facili.
Per questo “animazione” è un nome completo. Non bisogna aver paura di dirlo. Altre “animazioni” hanno l’obbligo di darsi un altro aggettivo per specificarsi. Questa è completa; mette in azione l’anima e sa mettere l’anima dentro ogni azione.
Non solo d’estate, ma in tutte le stagioni dell’anno.
Ed è proprio seguendo il paragone delle stagioni che ci lasceremo condurre nella nostra ricerca.

Animatori che danno i numeri -------------
Oltre 6.000 oratori, centri estivi, grest ed estate ragazzi che d’estate accolgono oltre 1.500.000 bambini e ragazzi dai 6 ai 14 anni.
Chi rende possibile questo miracolo è un esercito di oltre 200.000 giovani dai 16 ai 25 anni che dedicano dalle 2 alle 8 settimane del loro tempo. Senza contare i campi estivi, dove si è in ballo H24.Alla base di tutto la voglia di stare con i ragazzi, di camminare con loro. Quasi tutti volontari, per restituire quanto si è ricevuto da ragazzi. Un modo per far crescere la propria comunità, ma anche per essere un segno nel proprio territorio. Alla luce di una delle massime più conosciute di don Bosco: “Buoni cristiani e onesti cittadini”.



Autunno:

ricominciare sempre

Mentre le foglie cadono, c’è chi si rimbocca le maniche, 
rivede il cammino in base alle difficoltà e riparte.
Ogni anno.

Può sembrare malinconico iniziare proprio dall’autunno. Ma in realtà per tutti gli animatori, l’autunno rappresenta l’inizio.
Abbiamo spostato il nostro Capodanno dal primo gennaio al primo settembre, quando riparte il ritmo che scandisce l’anno, le scuole non sono ancora iniziate e i più grandi si preparano per gli esami; ecco che allora la partenza di un nuovo anno d’animazione coincide veramente con l’inizio dell’autunno.
L’autunno è la stagione dell’avvio e del riavvio, della progettazione a lungo termine.
Un animatore non è solo un concentrato di entusiasmo, un agglomerato di tecniche proposte o una persona che ha più carisma della media. L’animatore è qualcuno che vive tutti questi elementi alla luce di un obiettivo, che ha ben presente come proprio orizzonte.
È lì che bisogna portare i ragazzi, o almeno avvicinarvisi il più possibile, scegliendo e cambiando le strade quando, eventualmente, si trovano degli ostacoli. Ma per farlo bisogna sapere la destinazione. E scegliere la destinazione significa progettare.
Progettualità e intenzione
È il primo pilastro dell’animazione educativa. L’animatore a settembre prende un impegno, decide di darci dentro e pur sapendo che ogni tanto arriveranno delle difficoltà, continuerà. La sua costanza, l’impegno a stare con i ragazzi, è garanzia di continuità e quindi chiede di elaborare un progetto.
Progettare vuol dire “gettare in avanti”, vedere la meta e fare di tutto per raggiungerla. È così che si sceglie il filo rosso dell’anno. Da lì nascono le varie tappe, le idee per nuove iniziative e così via.
Perché chi educa vive di progettualità, che non è solo la capacità di progettare; è saper vedere dove si trova ciascun ragazzo e dove può arrivare, chi può diventare. Per questo l’animatore è un portatore sano di speranza: perché vede oltre.
Oltre alla progettualità, c’è l’intenzionalità. Ovvero la competenza di chi dice: «Io voglio educare». Sembra scontato, ma non è così.
C’è sempre qualcuno che chiede: «Come posso farmi ascoltare dai ragazzi?». La risposta è semplice: «Devi diventare importante per i ragazzi». Ovviamente qualcuno chiederà: «Come si diventa importanti per i ragazzi?». Qui la risposta è ancora più semplice: «Basta che i ragazzi diventino importanti per te».
È il fondamento dell’animazione educativa, che già don Bosco ricordava: «Non basta che vogliate bene ai ragazzi, è necessario che i ragazzi si sentano benvoluti». Bisogna partire dall’idea che i ragazzi vengono prima di me, come persone con cui io non intrattengo un rapporto d’amicizia, ma nei confronti dei quali ho un ruolo, un impegno, una responsabilità.

Lavoro di squadra
Non bastano però progettualità e intenzionalità. Quello che fa la differenza per un buon animatore è saper lavorare insieme.
Il gruppo degli animatori è come una banda dove ognuno suona uno strumento diverso e tutti sono importanti. Certo, alcuni ruoli sono fondamentali, come quello del direttore, ma cosa può fare un direttore senza banda?
Imparare a lavorare insieme significa rifarsi spesso agli spartiti fondamentali, a ciò che mantiene insieme, che permette di animare e, allo stesso tempo, di seguire la direzione. Se qualcosa non funziona tra uno strumento e un altro, o tra tutti gli strumenti e il direttore, bisogna fermarsi e fare un’analisi per verificare.

Pensare la verifica
La verifica è un altro elemento fondamentale; anche se sembra assurdo, va pensata all’inizio. Individuare all’inizio gli elementi da verificare aiuta a vedere, alla fine, se il lavoro è stato fatto bene.
Viene alla luce che animare aiuta a crescere. Perché anche la mia vita va progettata; perché il sogno che ho dentro chiede di essere realizzato; perché sono le intenzioni che indicano la strada da percorrere; perché da soli non si va lontano anche se solo noi possiamo decidere di iniziare a camminare.
E perché verificarsi è una di quelle azioni che fanno grande una persona.

Coerenza
Autunno, allora, è la stagione che mi dice che essere animatore non è qualcosa di diverso da me stesso, non è qualcosa da vivere a ore. Animatore è una scelta. È uno stile.
Papa Paolo VI diceva: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri o, se ascolta i maestri, è perché sono dei testimoni». Non si tratta di essere perfetti: ognuno di noi può inciampare nel cammino, cadere, sporcarsi: fa parte del gioco. 
Si tratta piuttosto di essere coerenti. È la quinta colonna portante del nostro ricominciare. Sempre.
Con queste cinque fondamenta, progettualità, intenzionalità, lavoro di squadra, verifica e coerenza, si può veramente dire: «Chi ben comincia è a metà dell’opera», anzi ad un quarto perché siamo solo alla prima stagione.


Tre vite per imparare l’animazione -----------
Durante gli anni d’oratorio, don Bosco incontra molti ragazzi. Tra questi, tre si contraddistinguono per la loro voglia di diventare grandi: Michele MagoneFrancesco Besucco e Domenico Savio, proclamato poi santo.
Don Bosco ne scrive le vite per incoraggiare gli altri ragazzi a puntare in alto. In realtà le tre vite sono rivolte anche agli animatori, per scoprire un metodo educativo chiaro.
Sapendo il punto di arrivo (la pienezza di vita) il bravo animatore deve conoscere il punto di partenza dei suoi ragazzi e tracciare il cammino.
La forza di don Bosco è stata quella di portare in alto tre ragazzi completamente diversi: un ragazzaccio di strada, un sempliciotto di montagna e un leader carismatico. Non ci si spaventa del punto di partenza. Perché serve per tracciare la strada, non la meta.


Inverno: far nascere 

il calore 

dell’incontro

Non importa il freddo
intorno a noi o che sia difficile. 
L’importante è non spegnere il calore.
Senza aspettare l’estate!

L’inverno è la nostalgia della casa, del chiuso, del raccoglimento. Se anche si esce, si resiste poco, c’è subito desiderio di entrare da qualche parte, al caldo. È il tempo delle cioccolate calde, dei maglioni pesanti. Della necessità che tutti abbiamo di calore.
Per l’animatore è il simbolo dell’attività di gruppo, della formazione, del lavoro nascosto per qualche cosa di più grande. È un po’ come quando, nella società agricola di un tempo, l’inverno era la stagione per prepararsi per il lavoro futuro, ma anche il momento in cui i familiari si ritrovavano raccontandosi storie e ricordi. Questi mesi sono il momento in cui si forma la comunità, che poi si aprirà a diverse attività.

La relazione educativa
L’inverno freddo, magari apparentemente rigido, è il tempo per riscoprire anche la relazione educativa tra l’animatore e i ragazzi, un patto educativo da costruire.
La relazione educativa è innanzitutto una relazione. Come tutte le relazioni, ha alcune caratteristiche comuni, ma è educativa, la capisce cioè chi educa, chi si è messo in gioco per prendersi cura dell’altro. Certo che i ragazzi ci restituiscono gioie ed entusiasmi, ci fanno sentire più sicuri di noi, ma questa è una conseguenza. Il primo passo lo fa chi educa, chi si prende la responsabilità dell’altro.
Senza essere troppo schematici, la relazione educativa si forma unendo cinque caratteristiche.
Prima l’incontro. I ragazzi vanno incontrati: ma non nel senso banale del termine, perché è chiaro che non esiste nessun gruppo se non ci sono ragazzi da incontrare. Ma non basta “capitare vicini nello stesso posto”. Incontrare qualcuno significa incontrare la sua storia, le sue passioni, i suoi difetti. Sapere, cioè, il punto di partenza, per impostare poi il viaggio giusto verso l’obiettivo che si è stabilito. Ci si incontra per progettare scoprendo da dove si parte, senza enfatizzare troppo le situazioni positive e senza drammatizzare troppo le situazioni più difficili.
Il tempo. Nel tempo l’animatore costruisce la relazione educativa, un tempo che si svolge in vari modi. Il tempo del gruppo è sicuramente il momento principale dove si lanciano le esperienze, le attività, i momenti vari. Tuttavia, è nel tempo “extra” del gruppo che l’animatore può raffinare il suo intervento: nelle gite, nell’incontro casuale per le vie del quartiere o di paese, nella telefonata per il compleanno, ecc. È in quei momenti che i ragazzi si sentono valorizzati. Capiscono che non sono semplici elementi aggiunti a gruppi numerosi per la soddisfazione dei loro animatori. Si sentono trattati come persone chiamate a realizzarsi, persone amate per quello che sono, e, nello stesso tempo, spinte a dare il meglio di sé.
Poi c’è la fisicità. Perché un animatore non è solo un animatore a parole. Il contatto fisico è la pacca sulla spalla, è asciugare una lacrima, ma è anche la risata o il gioco insieme. Ancora di più, è lo sforzo fisico, è tenere puliti i locali, è spostare i tavoli, perché si è parte della famiglia e si sceglie di pagare di persona tutti gli effetti dell’essere animatori.
Quando si suda per animare, quando ci si sporca le mani, essere animatori acquista punti. Di concretezza, ma anche di qualità.
Di seguito c’è la comunicazione. L’animatore sa scegliere tra diversi linguaggi, perché sa che le stesse cose si possono dire in tanti modi diversi e se un modo è più adatto per farsi ascoltare dai ragazzi, allora è meglio utilizzare quello.
Nascono così conseguenze ovvie, ma spesso trascurate: privilegiare la possibilità di far fare esperienze ai ragazzi, utilizzare strumenti espressivi piuttosto che semplici parole, coinvolgere tutti e non sempre i soliti. Tutte tecniche e strategie che servono a migliorare la comunicazione relazionale.
Un animatore in gamba non è tale per le tecniche che usa, ma perché cerca ed elabora le tecniche sempre nuove e fantasiose pur di raggiungere i ragazzi nel migliore dei modi.
Infine c’è la scelta. Avendo un ruolo, un compito, l’animatore sceglie. Sceglie come fare l’animatore, sceglie all’interno di un progetto. Sa ascoltare le emozioni e le sensazioni che prova, ma non agisce d’impulso.
L’animatore sa che non si va avanti solo con la pancia (emozioni), né solo con la testa (razionalità). Sa di avere un terzo motore che ha sede nel cuore. Anticamente il cuore non era la sede dei sentimenti, ma della volontà.
L’animatore sa animare anche con volontà, non si ritira alla prima difficoltà. E neanche alla seconda. Perché ha scelto. Combatte l’inerzia esistenziale, quella forza che ti vorrebbe mantenere come sei e ti fa essere sempre peggiore. L’animatore invece sa rallentare quando si corre e correre quando tutti stanno fermi.
Sceglie quando parlare e quando tacere. Sceglie di mettersi in ginocchio e connettersi con Dio, perché un segnale dall’alto gli faccia da guida.
In un inverno così il seme, sotto la terra ghiacciata e la neve, cresce lo stesso, perché la primavera non è “quel qualcosa che all’improvviso capita” ma, semplicemente, lo sbocciare di ciò che è stato seminato e che ha vinto la durezza dell’inverno grazie al calore della terra.

Le attività formative ---------------------
Perché un animatore dovrebbe fare formazione? Perché non pensare solo al divertimento? In realtà formarsi è il modo migliore per divertirsi, cioè per vivere appieno la vita.
Le attività formative sono un laboratorio in cui veniamo obbligati a riflettere, a prefigurare un tema prima di affrontarlo concretamente nella vita. Parliamo di perdono per iniziare una riflessione che ci trovi più preparati quando dovremo perdonare.
Le formazioni smuovono le domande, perché ogni ragazzo trovi le giuste risposte.




È primavera!

Svegliatevi, ragazzi!

L’animatore è uomo di vita e di Risurrezione. E contemplando la Pasqua si scoprono le radici della logica degli animatori.

La primavera è un tempo particolarissimo, perché coincide con l’idea di rinascita dovuta sia alla stagione, sia al tempo pasquale.
Spinge verso il meglio, le giornate si allungano sempre di più. Trionfa la vita e cresce la voglia di migliorarsi.
La primavera è anche il tempo dell’animatore che aiuta il ragazzo a scoprire dentro di sé le bellezze del percorso fatto. Nei progetti che seguono il ritmo dell’anno scolastico la primavera è il tempo in cui raccogliere i primi frutti.

Strade nuove
La primavera è il tempo dei primi caldi, della voglia di stare fuori.
Se l’inverno insegna il calore della casa, la primavera è il gusto dell’avventura e dell’esperienza. L’animatore è uno che fa fare esperienze. Ad ogni età, perché ad ogni età si cresce sperimentandosi in nuove iniziative.
La prima uscita o il primo impegno di volontariato, uno spettacolo da preparare, andare a visitare un altro oratorio, tutto diventa esperienza nuova. L’animatore non è uno che spegne i fuochi, è uno che li accende.
Adatta all’età, inserita in un percorso, l’esperienza non deve essere mai fine a se stessa. Perché quello che ci fa crescere non è l’esperienza in sé, ma il senso che le diamo successivamente. Per questo possiamo crescere anche dopo un’esperienza negativa, perché troviamo un nuovo senso al tutto.
Questo processo si chiama rielaborazione. L’animatore è qualcuno che aiuta a rielaborare, che aiuta a trovare il bello da trattenere in ciò che si fa. E siccome spesso mancano delle esperienze da rielaborare, l’animatore è pronto a crearle, per poi individuarne i significati più profondi da trasmettere.

Un tempo pasquale
L’animatore è qualcuno che vive al ritmo della speranza: non solo guarda oltre, sa andare oltre.
L’animatore vive in un tempo pasquale! Pasqua significa “passaggio” e l’animatore coglie la sfida di accompagnare i ragazzi nella crescita. Un passaggio che, come la Pasqua, ha tre dimensioni.
La prima Pasqua nasce infatti nel mondo pagano. È una festa agricola che celebra la primavera, ovvero il passaggio dalla sterilità e freddezza dell’inverno ad un ritorno alla vita. Un campo apparentemente morto torna a coprirsi di fiori; alberi senza foglie riportano frutti. Tutto torna alla vita. L’animatore è colui che, di fronte a un ragazzo che non è ancora sbocciato, sa portare un vento di primavera per dare speranza
La seconda Pasqua nasce con Mosè, quando Dio libera il suo popolo dall’Egitto e attraverso il deserto giunge alla Terra Promessa. È il passaggio dalla schiavitù alla libertà. L’animazione, quando è vera, libera. Libera dalle catene delle mode, dell’apparire, dell’egoismo. Anche se bisogna attraversare a piedi il Mar Rosso, oppure bisogna vivere per lunghi periodi nel deserto, l’animatore continua a guidare il suo gruppo che a volte si lamenta. Perché sa vedere oltre.
La terza Pasqua è quella di Gesù: che ci porta dalla morte alla vita. Ed ecco che l’animatore non ha più paura di lavorare con “ragazzi difficili”, perché ama ripetere, con le parole di Giorgio La Pira: «Se è vero, come è vero, che Cristo è risorto, allora tutto cambia!».
La logica dell’animatore è tipicamente pasquale, perché aiuta nei passaggi e perché, anche nei momenti più difficili, sa far sentire in lontananza un’eco di campane a festa.

Un animatore in una comunità
Non si anima da soli. E non si anima nemmeno con il solo gruppo di animatori.
Si anima sempre dentro una comunità. Il tempo pasquale è il tempo della Chiesa, che invia discepoli e apostoli ad annunziare un grande messaggio a tutti gli uomini e a fondare comunità in cui vivere e condividere.
Non ha senso un animatore isolato. Senza un don che vive dentro una chiesa. Senza genitore che gli affida i propri figli. Senza adulti che mantengono in piedi strutture, che rimettono a posto locali, che cucinano, che pregano.
Si è animatori solo in comunità; si vive da animatori solo in modo comunitario. 
Non si tratta solo di frequentare gli stessi spazi. Oggi è necessario fare un passo in più. Bisogna decidere di mettere in comune.
Ognuno è chiamato a fare la sua parte e a donare quel talento che il Signore gli ha donato. Comunità è camminare insieme anche facendo cose diverse, fidandosi l’uno dell’altro.

Tempo di prime raccolte
In primavera si raccolgono già molti frutti: fragole, nespole, ciliegie, susine, albicocche. Ci sono anche i frutti dei percorsi educativi. È bene a questo punto ricordarsi che la verifica pensata durante l’autunno va ora attuata. Perché dai frutti si ricavano i semi per la nuova progettazione.
La primavera ci insegna ad essere lieti di quanto abbiamo fatto, ma anche a non fermarci di fronte al lavoro che ancora ci attende.
È una stagione importante, ma l’estate è dietro l’angolo, e con essa l’impegno più gravoso di ogni animatore.


Leggere per formarsi ----------------------
Gli animatori si preparano? Sì. Perché se non lo fanno, sui tempi lunghi si vede. E non bastano i corsi proposti, le nuove tecniche da provare e qualche gioco da memorizzare. È necessario prendersi del tempo per formarsi come persone (un tempo spirituale per sé), come animatori (un tempo per imparare la parte tecnica) che vogliono educare (un tempo per crescere nella relazione educativa).
Per farlo esistono libri, riviste, siti. Per scoprire questi strumenti vai su www.elledici.org e www.elledicieducare.it



Animatori d’estate 

e animatori con l’estate dentro

L’estate è un tempo speciale, 
in cui gli animatori aumentano all’inverosimile:
vento giusto o fenomeno effimero?
Certo, per molti d’estate
il Vangelo è più bello.

Che si voglia o no, se gli animatori durante l’anno sono un tot, durante l’estate sono destinati a moltiplicarsi.
Per fortuna, visto che in estate anche i ragazzi da animare si moltiplicano. I genitori hanno bisogno di un luogo al posto della scuola, ma cercano anche offerte educative autentiche e di qualità.
E gli oratori sono diventati importanti.

Un tempo... in anticipo
L’estate è una stagione che inizia “prima”. Già in primavera inizia la preparazione del centro estivo. Ci si incontra, si riflette, si sceglie il tema, si programma.
Spesso nascono anche malumori tra animatori di tutto l’anno e animatori “stagionali”. Ricordano i dissapori tra i due fratelli della parabola del Padre misericordioso e gli operai dell’ultima ora che ricevono la paga come i primi.
L’importante non è tanto essere animatori d’estate, ma avere l’estate dentro: uno stile non può venire meno.

Un tempo... a sé
L’estate è spesso e volentieri un tempo a sé; è un tempo magico in cui l’animatore gioca tre punti della sua identità.
Il primo è l’importanza dell’attimo. Il centro estivo è un turbinio di attimi, di appuntamenti diversi: gioco, ballo, torneo, attività, laboratorio espressivo, laboratorio manuale, preghiera, tempo libero, merenda, gita. Un continuo passaggio da un momento all’altro, per intere giornate, per diverse settimane. E in ognuno di quegli attimi l’animatore deve esserci, pronto, preparato, entusiasta.
L’estate insegna l’intensità dell’animazione. Tutto è amplificato, più forte. Non è un male. Piuttosto bisogna fare come i contadini che in estate, mentre raccolgono, mettono da parte qualcosa per la nuova semina. È come immagazzinare un po’ di sole per i momenti più difficili, per scaldare l’inverno.
Infine, l’estate insegna il valore dei singoli incontri. Spesso i ragazzi passano e vanno, anche per una settimana sola. L’animatore d’estate deve saper “lasciare un segno”. Il che significa avere sostanza, in un contesto  forte ed emotivo. Non bisogna stupirsi che dopo un campo, a distanza di tempo, le persone si ricordino di più il ballo, che ha fatto da “inno”, che i momenti seri ed impegnati. È normale che si ricordino molto di più le emozioni. Sta a noi legare i contenuti ad esperienze che lascino il segno, che rendano ancora più bello il dono del messaggio che si vuole lanciare.

Il vero ritmo dell’estate
L’estate infine è il tempo della bellezza, del sorriso continuo e della voglia di esplodere. Lì s’impara a utilizzare le energie, a ricordarsi che la forza, come la bellezza, o il carisma, sono “nulla” senza il controllo. Si corre, si balla, si fa di tutto, ma solo perché questo “tutto” serva all’obiettivo che si è scelto.
L’animatore vero sa sempre tenere il ritmo. Un conto è andare lenti, un altro è trascinarsi o essere noiosi; si può andare veloci, perché serve coinvolgere, ma senza travolgere tutti.
L’animatore vero prende un gruppo di ragazzi timidi e li porta a liberarsi completamente. Ha un gruppo di ragazzi scatenati e riesce a riportarli a un silenzio capace di ascolto.
L’estate, con la forza della sua animazione da palco, ci ricorda che l’importanza del “come” si anima è sempre influenzata dal “perché” si anima. Chiederselo ogni mattina prima di incominciare serve a chiarirsi le idee e a testimoniare al meglio le motivazioni profonde che sostengono l’impegno.

Fino a quel giorno meraviglioso in cui un ragazzo chiederà “Ma tu perché lo fai?”. È un giorno che sa d’estate, in qualunque momento dell’anno accada. Potrai decidere di rispondere direttamente o anche puntare più in alto iniziando con un chiaro: “Non chiedermi perché lo faccio... chiedimi per Chi lo faccio!”. 


La Spiritualità dell’animatore -------------

La dimensione dell’incontro con Dio varia da persona a persona. Ma ha elementi comuni fondamentali.
Tempo: bisogna prendersi un po’ di tempo al mattino o alla sera, per incontrare Dio senza caos intorno. Tutta la vita deve diventare una grande preghiera, ma è anche vero che sono indispensabili dei momenti particolari.
Qualità: il tempo è la base poi ci vuole qualità e costanza, da alimentare in ogni modo: un canto, una lettura, dei simboli, un commento al Vangelo, la vita dei santi…
Impegno di vita: c’è un modo per sapere se la preghiera non è vera: se si resta uguali a prima. Per crescere e migliorarsi è bene chiudere ogni momento di preghiera con un impegno di vita concreto. Siamo chiamati ad essere luce del mondo e sale della terra, ma se il sale perde il suo sapore non serve a nulla.


--------- I Sussidi per l’animazione estiva

Sussidio deriva dal latino e significa: “sedere sotto, sottostare”. Il “subsidium” era la retrovia dell’esercito romano, pronta ad attaccare.
Il sussidio quindi è qualcosa che aiuta, che porta soccorso. Il sussidio non anima, né porta avanti la relazione educativa: quello lo fanno gli animatori.
A che cosa serve, quindi, il sussidio? Semplicemente a suggerire strumenti che favoriscano la relazione educativa.
Lo fa principalmente scegliendo un tema. La vita è sempre più grande di un tema, ma scegliere un tema aiuta a essere più efficaci.
Al tema si aggiunge, di solito, una storia, per aiutare i ragazzi a vivere dentro il tema. E alla storia si collegano gli altri strumenti: scenografie, ambientazioni, giochi, laboratori, attività, preghiere, canzoni, video, schede.




Tutti i numeri dell’animatore
Quasi un decalogo, contando fino a nove.
L’inizio. Da un lato lo ZERO non esiste, perché nessun ragazzo è mai uno zero. Dall’altra è il ricordo del cerchio, che in oratorio non è mai tale ma assomiglia più a un'ellisse. Lo zero per un animatore è soltanto un monito: ti mostra le tante situazioni “off” che puoi incontrare, tutte da accendere. Per fortuna non parti da zero.

Il sogno che hai dentro te.
 La tua vocazione da animatore. C’è UNA voce, chiara e precisa che ti ricorda che sta a te cominciare. Certo non da solo. Ma devi decidere tu di essere quell’UNO che fa la differenza.

La relazione. Tu e ciascun ragazzo. Anche se, come animatore, vivi sempre la dimensione del gruppo, ricordati che non animi mai “masse di ragazzi”, ma ragazzi in  gruppo. Di fronte a te c’è sempre: Marta, Carlo, Giovanna, Michele, ecc. Siete sempre in DUE. In una relazione in cui sia chiaro chi anima e chi è animato.

La logica di Dio. “Dove due o più sono riuniti nel mio nome...”. Significa che si è sempre almeno in TRE. Tu, chi anima con te e Gesù. Non è una frase sdolcinata: Dio ci invita a essere comunità, ad essere Chiesa. Se ti può sembrare difficile, ricordati il tre: è Gesù che cammina con te. E se c’è Lui...

La preghiera. Se la Chiesa ci ha donato QUATTRO Vangeli diversi, è perché ognuno di noi possa avere la dimensione più adatta a sé. Non cercare scuse: ricavati uno spazio per te all’interno della giornata, trova il tuo Vangelo e prega. Scoprirai un mondo diverso.

Incontro. Darsi il CINQUE. Un incontro che è creativo, è contatto fisico, fa mettere in gioco chi lo propone. Che dice: “Voglio darti una mano!”, “Voglio esserci”, “Sono presente”, “Dammi il cinque... sono con te!”.

Le emozioni. Quelle primarie sono SEI: felicità, paura, rabbia, disgusto, tristezza, sorpresa. È normale provarle tutte, anche quelle meno positive. Ma tu sei più delle emozioni che provi, tu sei le scelte che fai quando decidi di essere differente.

La completezza. SETTE le note, come sette i colori, come sette le virtù e sette i vizi, sette i giorni della settimana. È l’invito a usare tutti gli strumenti, tutti i linguaggi. Un animatore è completo, ragiona a 360 gradi, è pronto a cambiare strada pur di raggiungere la meta.

La felicità. Sono OTTO le beatitudini che Gesù ci ha lasciato nel discorso della montagna. Beato significa sia “santo” che “felice”. Gesù quindi è chiaro: farsi santi non è altro che puntare dritto alla felicità. Un bel programma, non c’è che dire!

Il miracolo. Tre per tre fa NOVE, è la Trinità che dà il meglio di sé con la vita, la morte e la risurrezione di Gesù. È la spinta a ricordarsi che noi possiamo essere il miracolo vivente di oggi, perché Cristo ha solo noi per portare il suo messaggio a tutti. <


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