La carica delle R4

di Leo Gangi Un’auto mitica, un’impresa incredibile La carica delle R4 Erano 1323, tutte Renault 4, con un unico obiettivo: attraver...

di Leo Gangi


Un’auto mitica, un’impresa incredibile

La carica delle R4

Erano 1323, tutte Renault 4, con un unico obiettivo: attraversare il deserto del Marocco per una missione umanitaria. Benvenuti all’originale rally “4L Trophy”.


Un caldo cocente, l’auto che romba, una coda interminabile, la voglia di arrivare. Non è il centro città ad agosto ma una straordinaria avventura nel deserto del Marocco, vissuta da due giovani novaresi: Andrea Galliani (24 anni) e Thomas Galli (23 anni), entrambi dottori junior di “Economia aziendale”.
Un giorno, Andrea viene a sapere da un articolo di giornale del “4L Trophy”, una gara internazionale di rally e solidarietà rivolta agli studenti universitari, e convince Thomas a iscriversi con lui. Devono competere con altri 1323 equipaggi. Loro sono il numero 946. Piccolo particolare, si può partecipare esclusivamente alla guida di una Renault 4, mitica auto degli anni Sessanta, rimasta in produzione fino ai Novanta.
Per combinazione, Andrea può contare sulla macchina del nonno di Giancarlo: una R4 degli anni ’90 pronta a partire. Però, bisogna adattarla alle fatiche della sfida. E poi cercare gli sponsor per finanziare il tour de force. È da qui che comincia l’incredibile viaggio da Novara a Marrakech. Ecco cosa ci hanno raccontato.

Quanto tempo avete impiegato a prepararvi per il “4L Trophy”?               

L’idea è nata dopo la laurea triennale, più di un anno fa: ad aprile 2013 abbiamo costituito un’associazione Onlus, Ready 4 Africa (www.ready4africa.it; pagina fb Ready4Africa), per dare più forza al nostro impegno e raccogliere fondi e materiale da destinare all’iniziativa. Lo scopo del “4L Trophy” non è la competizione in sé, ma la missione umanitaria: trasportare nel sud del Marocco generi paramedici, scolastici e sportivi.
Ma siccome è fondamentale anche poter contare su un mezzo che non ti lasci “a piedi”, abbiamo provato la macchina: ancora un gran motore, nonostante l’età. Guidarla non è difficile, nonostante il famoso cambio orizzontale. Ci si abitua subito. Abbiamo lasciato tutti i pezzi originali, aggiungendo solo due ganci per il traino, un para coppa e un para serbatoio, fondamentali per parare le “botte” del percorso.

Cos’è che vi ha spinto a percorrere più di 2.700 km in un’auto storica, senza i comfort moderni?                                    
Lo spirito d’avventura e un pizzico di follia. Non siamo esperti di motori o di rally. Non bisogna essere dei maghi del volante, ma bravi ad adattarsi. E poi, il richiamo della solidarietà: ogni partecipante deve infatti raccogliere una certa somma dagli sponsor del suo territorio e riempire la propria vettura di materiale utile alla popolazione locale.
Così, abbiamo viaggiato con 200 paia di occhiali da vista già graduati e imbustati, 10 palloni da calcio, una carrozzina, un paio di stampelle e un grande scatolone con zainetti, borsette e materiale scolastico. Da unire al carico degli altri partecipanti: in tutto, 60 tonnellate di materiale paramedico più altri beni, e quasi 15.000 euro raccolti tra gli studenti, integrati con 10.000 euro dall’organizzazione. Serviranno per costruire delle scuole.

Quale percorso avete seguito?                 
Siamo partiti da Novara alle 12 dello scorso 10 febbraio. Prima tappa: Aix en Provence, dove ci siamo incontrati con un altro gruppo italiano, di Bolzano. Il terzo team partecipante, di Messina, ci aspettava più in là nel tragitto. Abbiamo viaggiato su strade nazionali. Forse, il momento più duro di tutta l’esperienza: abbiamo trovato freddo e maltempo. Per giunta, l’auto era stracarica di materiale e andava pianissimo. Ci siamo fermati a Saint Jean de Luz, al confine con i Paesi Baschi. Lì il 13 febbraio ci sono stati controlli tecnico-amministrativi, prima di partire per il percorso della gara.

Che vi ha portati in Marocco.                
Siamo arrivati al villaggio di Merzouga, ai margini del deserto, dove abbiamo provveduto alla consegna dei beni trasportati dalle R4. Poi è iniziata la gara vera e propria: tre tappe in quattro giorni. Dopo le prime due eravamo duecentododicesimi nella classifica generale. In quella degli equipaggi extra francesi eravamo decimi.

È difficile guidare nel deserto?                    
È emozionante. Il percorso è in parte in sterrato e ovviamente in parte molto sabbioso... Dopotutto, è il deserto. Ci siamo ritrovati circondati da un paesaggio fantastico: le dune, le oasi, la gente che passa con i cammelli. E a volte gli insabbiamenti: alcuni erano davvero tosti da superare. Unico consiglio: farlo in prima e dare tutto gas.

Come avete fatto a non perdervi in tutta quella sabbia?                     
Il “4L Trophy” non ammette né Gprs né altri strumenti, se non la cartina del Marocco, la bussola e il road book (un libretto di carta con i riferimenti di massima; per esempio, alla capanna girare a destra) forniti dall’organizzazione. Il rischio è che, vista la natura del deserto, è facile perdersi. Il vantaggio è che con così tanti partecipanti non ci si trova mai da soli.

La giornata tipo?                             
Sveglia presto al mattino, colazione, partenza. Il tutto in una manciata di minuti. Quando abbiamo scoperto di essere alti in classifica, abbiamo massimizzato i tempi. Ed è capitato anche di lavarci i denti in corsa, tra la tenda e la macchina… Al punto di controllo tecnico, dove si passa allo scanner il codice a barre per l’identificazione e si leggono i chilometri fatti, vengono consegnati 2 litri d’acqua e si parte per la tappa. Da lì in poi si deve seguire il road book.
A pranzo ci si arrangia. Colazione e cena al bivacco sono invece garantite dall’organizzazione con cibo locale. La notte si dorme in tenda. Al limite, in R4.

Momenti di tensione?                     
No assolutamente. Anche quando ci siamo dovuti fermare per un insabbiamento l’abbiamo presa a ridere e abbiamo iniziato a lavorare per tirare la macchina fuori. Ma abbiamo avuto una brutta sorpresa.

Quale?                        
Nell’ultima tappa purtroppo si è rotta la macchina. Pensavamo alla batteria. Invece si trattava dell’alternatore. Abbiamo dovuto abbandonare a malincuore la competizione. Ma abbiamo scoperto anche di avere molti amici: gli equipaggi di Bolzano e di Messina ci sono stati molto vicini. Uno di loro, studente di Ingegneria meccanica, ci ha aiutati a far ripartire la nostra R4 e a farci trainare fino al villaggio di Erfoud, da dove abbiamo potuto riprendere il viaggio per Marrakech.

Quindi, la vostra impresa è finita lì…                      
Niente affatto. Anzi, abbiamo vissuto un’avventura nell’avventura. Merito di un team di ragazzi romeni, conosciuto in Francia, che ha avuto parecchi problemi fin dall’inizio con la propria vettura. Del resto, è partito da Bucarest, con 2000 km in più degli altri sulle spalle. Anzi, sulle ruote. Hanno passato l’intera notte prima dell’ultima gara a mettere a punto la marmitta. E una volta a posto si sono ritrovati con il motore rotto: l’auto non si accendeva più.
La brutta notizia è che servivano mille euro per cambiare il blocco-motore o portare la loro R4 fino a Tangeri e poi alla volta di casa. I nostri amici erano in guai seri.

Allora cos’è successo?                          
Ci è venuta un’idea: con gli altri due team italiani ci siamo piazzati poco oltre il controllo del bivacco e abbiamo chiesto un euro a ogni equipaggio che passava alla partenza. In un’ora abbiamo raccolto mille euro. Siamo partiti anche noi. Eravamo gli ultimi: quattro macchine. Abbiamo corso all’impazzata: avevamo mezz’ora per arrivare al punto di controllo tecnico dell’ultima prova nel deserto. Proprio mentre stavamo per arrivare, a Rissani si è fermata la macchina. E così è finita la nostra avventura. Ma è stata fantastica. E poi…


E poi?                          
E poi è stata anche indimenticabile. Dalla scalata dell’Atlante per arrivare a Marrakech fino alla festa della premiazione, a cui abbiamo preso parte tutti. Ora la mitica R4 ha 188.000 km, di cui 7.615 km compiuti da Novara a Marrakech e ritorno. Alla fine del viaggio l’acqua del radiatore era bollente. Ma funziona ancora bene. E non è detto che in futuro non la aspettino nuove imprese, magari in altre parti del mondo.<

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