Una magica bacchetta

di Ilaria Beretta Susanna Mälkki, la prima donna a dirigere alla Scala Una magica bacchetta Angelica e soave nei modi ma determinat...

di Ilaria Beretta

Susanna Mälkki, la prima donna a dirigere alla Scala
Una magica
bacchetta
Angelica e soave nei modi ma determinata come una valchiria,
ha saputo rompere i tabù del mondo della musica classica
molto conservatore e maschilista ed aprire strade nuove.

  Una donna in cima alla Scala, ma stavolta solo per “spolverare” via vecchi pregiudizi... Tocca a Susanna Mälkki, che da sola bacchetta più o meno cento uomini, ma resta la signora di sempre. Caschetto biondo ramato, frangetta sfilata e vispi occhi chiari, sul divanetto di un hotel cinque stelle in centro a Milano la sua figurina esile stona un po’. Perché lei, una delle poche direttrici d’orchestra d’un certo livello, parla in una tonalità per niente retorica. Tanto che quasi non ci si crede che fra qualche ora calcherà il podio della Scala.
Dalla sua Finlandia a Parigi, prima donna alla guida del francesissimo Ensemble InterContemporain. Almeno fino all’anno scorso, quando come direttrice è diventata l’ospite principale della portoghese Gulbenkian Orchestra. Da Lisbona però vola dappertutto con la sua inseparabile bacchetta magica.
Maestra Mälkki, quando ha deciso di diventare direttrice d’orchestra?
In realtà non l’ho mai deciso. Certo, fin da piccolissima mi sono interessata alla musica, tanto che iniziai presto a suonare in orchestra. Poi, una volta ho provato a dirigere un piccolo gruppo e ho sentito subito che il podio era il mio posto. Mi ci volle un po’ di tempo però, prima che quell’impulso diventasse realtà, anche perché tutte le tradizioni erano contro di me: se fossi stata un uomo avrei iniziato prima. Non decisi tanto di fare la direttrice, quanto d’imparare a dirigere. E così, lavorando sodo, sono arrivata qui.

Vent’anni fa lei ha lasciato il posto di violoncellista in nome di questo sogno. Una scelta rischiosa...
Quando lasciai il mio lavoro, molti mi diedero della pazza: in realtà io come violoncellista avevo un’abilità che nessuno poteva togliermi, anche se stavo per fare dell’altro. Certo, anche allora sapevo l’importanza di un buon impiego, ma ci ho provato lo stesso. Gli altri erano scettici, ma per me se un sogno è un sogno, bisogna fidarsi di se stessi e andare fino in fondo. Ovviamente nella vita capitano cose diverse, ma in generale non si dovrebbe mai far tacere la propria passione.

Lei è una dei massimi esperti di musica contemporanea, sinfonica e operistica. Cosa ci trova di tanto bello?
La musica contemporanea è legatissima alla vita vera e perciò impone di scoprirla nella realtà. Per esempio, non la si può capire restando davanti a un computer. Bisogna andare a cercare le note del nostro tempo. E che lo si voglia o no, il suono del mondo odierno è molto astratto. Una volta era diverso: in un museo si vedevano quadri bellissimi di paesaggi ed era tutto lì. Oggi questo non basta, viviamo in una società che ci manda impulsi tutti nuovi. Perciò la musica contemporanea è molto variegata, a volte è radicalmente provocatoria e per questo piacerebbe ai giovani. Altre volte si fa conoscere attraverso le immagini, come accade nel cinema. Spessissimo senza saperlo si ascolta ottima musica contemporanea guardando film come 2001- Odissea nello spazio di Stanley Kubrick in cui ci sono pezzi di uno specialista del genere, György Ligeti.
Eppure i giovani ascoltano per lo più rock, pop, metal e punk... Che cos’ha di diverso la musica contemporanea?
Il rock o il pop sono molto diversi da Schubert, non dalla musica contemporanea. Perché anche la musica contemporanea è diretta e pienissima di contrasti drammatici. Si crede sia difficile da capire, ma non è così: basta approcciarsi con mente aperta. Poi certo, anche nella musica contemporanea, così come nel pop e nel rock, c’è del buono e del cattivo: ma se non ti piace un pezzo, n on è detto che non te ne piacerà un altro. Non si può decidere di non ascoltare più nulla, perché si è rimasti delusi da un brano: sarebbe folle.

Nell’aprile 2011 è stata la prima donna a dirigere un’opera alla Scala. Perché ci è voluto tanto?
Il tradizionalismo del mondo della musica classica si rifà ancora al modello di società gerarchica del XIX secolo. Allora anche il semplice musicista era un’attività esclusivamente maschile; figuriamoci il direttore, che è in una posizione di leadership. Tuttora si continua a vivere nel passato: per tutto il XX secolo le donne sono state escluse dalle orchestre, e ancora oggi sono molto poche (nei Wiener Philharmoniker sono solo tre). In questo senso il problema è solo la punta dell’iceberg: innanzitutto bisogna che le donne entrino come strumentiste in orchestra, solo allora non desteranno scalpore delle direttrici. Una donna non guiderà mai un’istituzione, se prima non ci sono donne anche nei livelli sottostanti. Lentamente le cose stanno cambiando, ma ci vorrà del tempo.

Non l’ha mai spaventata fare un mestiere che rompeva dei tabù?
No, perché io sono lì nel ruolo di direttrice per far funzionare qualcosa. Se sono capace e competente, tutto il resto è secondario. Anche il fatto che sono una donna. Deve essere chiaro l’ordine delle cose: prima viene la musica, poi i compositori e solo alla fine vengo io.

La sua esperienza faciliterà l’entrata delle donne nel mondo della direzione d’orchestra?
Sì, è molto diverso se nessuno apre la strada. Ci sono molte persone che fanno da più tempo quello che faccio io, cioè rompere tabù. Quando vado in un’orchestra dove non c’è mai stata una donna prima, cambio qualcosa: ma quando una cosa accade, è accaduta. E tutto è più facile.
Alla Scala quest'anno è stata legata ad un importante programma sinfonico...
Si è trattato di una prima assoluta, cioè un pezzo di Stefano Gervasoni scritto su misura per il violoncellista Francesco Dillon. È un tipico dialogo tra solo e orchestra, ma anche un’occasione importante visto che è stata una prima di un compositore italiano e per di più alla Scala! È poi seguito un brano di Luciano Berio, un grande della musica contemporanea italiana del XX secolo, basato su una partitura del compositore settecentesco (anche lui violoncellista) Luigi Boccherini. Infine un concerto di Béla Bartók, un personaggio che amo molto perché la sua musica arriva in profondità e mi tocca da vicino.
 
Scusi, ma Stefano Gervasoni (nato a Bergamo nel 1962) è un compositore vivente. Come si regola con l’autore?
In effetti è un fatto che suona abbastanza strano, ma discutere con i compositori è una delle cose che più mi piace della musica contemporanea! Funziona così: prendo la partitura e la studio da sola. Poi però ci incontriamo, la discutiamo e confrontiamo le nostre idee in proposito. Io ho spesso domande su questioni pratiche a cui cerchiamo di trovare soluzioni subito, visto che anche l’autore è presente alle prove.

Quando dirige si definirebbe una “donna coi pantaloni”?
Ma sì, perché no? Quando dirigo, devo essere forte, indipendente e prendere decisioni importanti. Direi proprio di sì. Anche perché io metto proprio i pantaloni durante i concerti, visto che indossare un vestito sarebbe una contraddizione rispetto a quello che sto facendo. È come se in gonnella volessi sembrare solo il più bella possibile; io invece mentre dirigo voglio proprio dimenticarmelo.

Ma mi dica, perché affascina tanto i suoi musicisti?

Non so, sarà che anche se faccio il mio lavoro molto bene, lo faccio sempre per la musica. A volte si trovano direttori che ingigantiscono il loro ego a dismisura al sentirsi chiamare “Maestro...”. Io credo che un direttore abbia tra le mani molte chiavi che deve saper gestire solo nella funzione giusta. Personalmente ho un profondo amore per la musica che mi dà energia. I musicisti partecipano al mio entusiasmo e così si crea sintonia. Ecco, il segreto.<
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