Erasmus plus

attualità di Leo Gangi Giovani europei in movimento Erasmus Plus In ventisette anni di vita, il progetto di interscambio unive...

attualità
di Leo Gangi


Giovani europei in movimento
Erasmus Plus
In ventisette anni di vita, il progetto
di interscambio universitario nei Paesi
dell’Unione europea ha cambiato la vita
a tre milioni di studenti, uno su dieci italiano.

c L’occhio ti cade su una vecchia foto in birreria. Con te ci sono diversi amici con aria divertita.
Non è un pub irlandese qualsiasi, perché ti trovi proprio in Irlanda. E perché, a riguardare quella foto, dopo anni sorridi ancora. Miracolo dell’Erasmus.

La nascita di un mito
Siamo nel 1984. I capi di Stato si ritrovano a Fontainebleau per il primo appuntamento del semestre di presidenza francese, ospiti di Mitterand. E subito si accorgono di un’amara realtà, come una fastidiosa macchia su una bella maglia: al di là dell’unione monetaria, i cittadini europei non si sentono per nulla tali. Vedono l’istituzione come un mito lontano.
Si cerca un modo per far cambiare loro idea e creare un sentimento di appartenenza alla nuova realtà europea.
Lo si trova, guardando al mondo universitario e approfondendo esperienze già esistenti come quella dell’associazione studentesca transnazionale EGEE (oggi AEGEE).
Così, nel ciclo 1987-88 nasce Erasmus. All’inizio sono undici i Paesi partecipanti. Il nome gioca su due fronti: da una parte, l’acronimo European Region Action Scheme for the Mobility of University Students (Programma per la mobilità universitaria nell’area europea). Dall’altra, il richiamo a Erasmo da Rotterdam, l’umanista che a cavallo tra il XV e il XVI secolo ha attraversato in lungo e in largo il Vecchio Continente. Per conoscere idee e persone.
Lo stile è quello della “contaminazione culturale” sui banchi di scuola: per prendervi parte, lo studente si deve iscrivere ad un apposito bando con piano di studi alla mano, scegliendo la città europea di destinazione e sperando di essere ammesso al programma. Ogni Ateneo è gemellato con Accademie di diverse nazionalità. Avuto l’ok, può partire. Il soggiorno, che conta su un contributo alle spese da parte della Comunità europea, dura dai tre mesi a un anno. Al ritorno a casa bisogna dimostrare (con l’apposito certificato) di avere seguito e superato nella città ospitante i corsi delle materie indicate nel piano.

Oltre l’ora di lezione
La vera contaminazione si ha però fuori dalle aule di lezione: nelle biblioteche, nelle case degli studenti e nei locali, o più semplicemente per strada e al supermercato. L’età media degli “erasmini” (c’è chi li chiama così) è di 22 anni.
«All’inizio ci si sente soli e sperduti. Ma è una sensazione che sparisce presto. Subentra la curiosità e il desiderio di fare amicizia. Si impara a farsi capire e si scoprono nuove abitudini, come il cucinare tutti insieme e il girare molto a piedi e con i mezzi pubblici. La sensazione più forte è di una libertà assoluta», spiegano alcuni. Il che, se può trasformare l’Erasmus in un’esperienza unica, porta però uno squilibrio nella vita delle città ospitanti, specie con il progressivo allargarsi del progetto.
Notizie di atti di maleducazione provocati da studenti stranieri fanno parte della cronaca recente. È l’altra faccia del senso di libertà, quando nasconde la percezione (sbagliata) di non essere controllati perché si è lontani da casa. Per fortuna – visto il numero di studenti che girano l’Europa – si tratta di episodi isolati. La stragrande maggioranza impara da subito a comportarsi bene.
Il divertimento si esprime soprattutto davanti a una birra o a una bibita, a un concerto e nelle feste organizzate. Con gli anni si sono moltiplicate anche le iniziative dedicate al “popolo dell’Erasmus”. Che è come fare parte di un club esclusivo. Si vive insomma un’esperienza unica, sentendosi nel contempo in un mondo a parte e parte della città dove si studia. Per questo chi l’ha provata non la scorda più.

Più forte dell’euro
Per decenni questo progetto ha significato certo libera circolazione ma soprattutto confronto, scambio di esperienze e di culture. Per tanti è stata anche l’opportunità per trovare il vero amore. La favola del matrimonio iniziato sui banchi di scuola qui acquista sapore internazionale.
Secondo un recente studio condotto dalla Commissione UE, in quasi trent’anni l’esperienza all’estero avrebbe portato a un’unione duratura per circa un quarto dei giovani coinvolti, di nazionalità diversa, che si sono incontrati nel Paese ospite. Con la nascita di oltre un milione di bebè. E in molti casi anche con la decisione di andare a vivere in uno Stato diverso da quello di provenienza dei genitori, pur restando nella cerchia dell’Unione.
Anche sul fronte occupazionale, il periodo di formazione all’estero rende più forti. Secondo la ricerca della Commissione, il rischio di non lavorare a cinque anni dall’agognata laurea si riduce del 23% per chi inserisce in curriculum il soggiorno-studio in una città straniera. Un “graduato” che non ha mai messo il naso fuori casa rischia almeno il doppio.
Il motivo è intuibile: provare a vivere in un contesto che non si conosce aguzza l’ingegno. Così, diventa più facile imparare un’altra lingua, relazionarsi con gli altri, individuare e risolvere i problemi quotidiani, che spaziano dalle carte bollate a come procurarsi viveri e cure mediche. Ma anche a come occupare il tempo libero. In due parole: problem solving.
Il tutto, in un ambiente protetto come quello universitario, in cui sono chiari i riferimenti cui rivolgersi in caso di necessità.
Il requisito base per partecipare all’Erasmus è sapersi adattare. Che però è uno skill fondamentale in qualunque ambiente di vita, la premessa per diventare adulti.
Dettagli a cui i datori di lavoro prestano molta attenzione, al di là delle nozioni imparate sui libri.

Un sogno che scricchiola
Oggi a causa dei problemi economici che hanno scombussolato il mondo anche l’Erasmus scricchiola un po’. Non è in discussione la sua importanza, né il suo significato per una vera integrazione dei popoli europei. Il dilemma è riuscire a mettere insieme le risorse necessarie per far funzionare il meccanismo.
Nel 2014 il programma ha faticato a trovare il suo spazio nell’agenda europea e per la prima volta si è presentata la prospettiva di una chiusura. Finora, il vasto consenso raccolto attorno all’Erasmus ha sempre convinto Strasburgo e Bruxelles ad andare avanti, dedicandogli un apposito capitolo nel bilancio dell’Unione. Di recente, la Commissione ha frenato gli entusiasmi, ipotizzando tagli al progetto, se non adesso, per il 2015. Poi, però, l’Europa ci ha ripensato.
Anche perché partire dai banchi di scuola è in effetti un ottimo modo per costruire una coscienza identitaria dei cittadini europei.
Si tratta di trovare una formula efficace, creativa e che magari costi meno.

Pronto a diventare Plus
Così si è giunti a una conclusione: l’addio a Erasmus e il benvenuto a Erasmus+ (Plus), con una dote di quasi 15 miliardi di euro in sette anni, fino al 2020.
Il nuovo piano, che muove ora i primi passi guardando ai giovani tra i 13 e i 30 anni, riunisce sette iniziative precedenti tra cui Comenius, Erasmus e Leonardo (per il lavoro), e guarda oltre.
Le novità principali sono l’attenzione anche allo sport e l’apertura ad altre organizzazioni del territorio. Non più solo scuole, quindi. Ma sempre nell’ambito della formazione, del lavoro e da quest’anno anche dell’attività fisica.

Un esempio di come la crisi sia un’occasione di crescita e di trasformazione. Una opportunità nuova per imparare a sentirsi cittadini europei. <
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