Blackhat - Bit, muscoli e pallottole

di Paolo Morelli Non tutti gli hacker vengon per nuocere Bit, muscoli e pallottole Contro i pirati informatici che minacciano le ba...

di Paolo Morelli

Non tutti gli hacker vengon per nuocere
Bit, muscoli e pallottole
Contro i pirati informatici che minacciano le banche internazionali e la sicurezza del mondo solo un uomo può opporre resistenza: un hacker più forte di loro.
In una guerra molto reale.

Dopo le rivelazioni del whistleblower Edward Snowden, ex tecnico della CIA ed ex consulente della NSA (i servizi segreti americani), il tema del controllo di informazioni sul web è balzato alla ribalta delle cronache, anche se non abbastanza. Snowden, ricercatissimo dagli Stati Uniti d’America, ora è rifugiato in Russia, ma continua a divulgare documenti segretissimi sul controllo illegale portato avanti dalla NSA ai danni dei cittadini americani (e non solo). Normale che un tema del genere venga trattato anche al cinema.

In questo film...
È il caso di Blackhat, film di prossima uscita in Italia che segna il ritorno sul grande schermo di Michael Mann dopo sei anni di assenza. L’ultima sua pellicola, Nemico pubblico - Public Enemy, con protagonista Johnny Depp, raccontava la storia di un pericoloso criminale ricercato dall’FBI del noto direttore J. Edgar Hoover. Le indagini, gli inseguimenti e gli intrighi sono materia conosciuta per Michael Mann, che ripropone una trama dello stesso genere nel nuovo Blackhat, con la differenza che il criminale super ricercato, in questo caso, è un hacker che non si sa dove sia.
Nella nuova pellicola, il protagonista è Chris Hemsworth (Star Trek di J.J. Abrams - 2009, Thor di Kenneth Branagh - 2011, Rush di Ron Howard - 2013). L’attore australiano interpreta un hacker, Nicholas Hathaway che è stato arrestato dalla polizia americana e si trova in carcere. Un altro “pirata”, sconosciuto, minaccia la finanza mondiale con le proprie incursioni informatiche nei computer delle borse più importanti del globo, modificando numeri e formule, danneggiando gravemente le operazioni dei broker. I servizi speciali americani, in collaborazione con quelli cinesi, rincorrono il cyber criminale ma brancolano nel buio. Scelgono così di coinvolgere Hathaway per aiutarli a combattere l’hacker sconosciuto sul proprio campo.

...come nella realtà
Si tratta di una pratica molto comune per la polizia americana, che spesso utilizza i criminali più ingegnosi, che ha incarcerato, per scovarne altri. In questo modo dà loro una seconda possibilità e si rinforza continuamente, ammesso che i detenuti in questione decidano di collaborare. È raro che gli hacker di grande capacità finiscano i propri giorni in carcere, dato che le loro competenze sono talmente elevate che le Forze dell’Ordine americane fanno di tutto (anche offrendo di scontare o annullare la pena) per coinvolgerli nelle operazioni di indagine più complicate.
Accade la stessa cosa in Blackhat, che avvisa lo spettatore già dal titolo. Il black hat, infatti, è l’hacker malintenzionato o con intenti criminali, nel gergo informatico. È colui il quale, pur venendo a conoscenza di debolezze nella sicurezza di sistemi informatici o siti web, tiene per sé queste scoperte senza avvisarne i proprietari per suggerire correzioni, ma ipotizzandone utilizzi illeciti.
Il black hat si contrappone al white hat, che ha le stesse capacità del primo ma finalità opposte. Solitamente il white hat irrompe in un sistema informatico per avvisare il proprietario di una falla nei dispositivi di sicurezza. Sono due facce della stessa medaglia, due utilizzi dello stesso strumento che si scontrano in continuazione, come accade in tutte le cose della vita, e il cui confronto non può che essere conflittuale.

Contrasti evidenti
Nel film di Michael Mann emerge con forza questa contrapposizione, mettendo in evidenza come la figura dell’hacker non abbia solo un’accezione negativa – come spesso viene inteso, soprattutto sui giornali – ma è semplicemente un professionista come un altro, che può mettere le proprie conoscenze al servizio di un’azienda o di un’istituzione pubblica per migliorare la vita dei cittadini.
Come ogni cosa, naturalmente, c’è chi usa queste conoscenze in maniera sbagliata, ma il fatto che qualcuno utilizzi male il web non significa che Internet sia una cosa da limitare, anzi, l’esistenza dei white hat va sfruttata per rendere il canale sicuro ed efficiente.
Ma tornando al film in uscita a inizio anno, alcune critiche non sono mancate e hanno anche motivazioni plausibili. Si contesta a Michael Mann la rappresentazione di hacker più attenti alla palestra che alla programmazione, almeno per quanto riguarda il personaggio di Chris Hemsworth.
La cyberwar, cioè la guerra combattuta a colpi di password e intrusioni informatiche, sembra sia stata rappresentata più come l’ennesimo film d’azione, con inseguimenti e spari.  Ci aspettavamo una veste più vicina alla realtà. Va detto che, comunque, rappresentare righe di codice e impulsi elettronici è ovviamente complicato, soprattutto al cinema.

Recenti fatti di cronaca
L’idea di trattare il tema delle guerre fatte di bit resta però una lodevole iniziativa, dato che il futuro sembra andare in quella direzione. Lo dimostrano il già citato caso Snowden e la situazione in cui vive Julian Assange, creatore e direttore di Wikileaks che, in seguito a una condanna per tentato stupro in Svezia, ora vive rinchiuso nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, per evitare di essere arrestato e portato a Stoccolma per poi, da lì, essere estradato negli Usa.
Il gigante americano, infatti, è alla ricerca di Assange a causa delle rivelazioni che Wikileaks diffonde da anni su internet e che riguardano le comunicazioni più riservate degli Stati Uniti d’America, soprattutto per quanto riguarda la gestione della sicurezza e della privacy (e in questo c’entra di nuovo la NSA ) e soprattutto la politica bellica all’estero, che pare non si sia dimostrata – per così dire – un esempio di onestà e trasparenza.
A farne le spese, tempo fa, è stato Bradley Manning (noto anche come Chelsea Manning), ex militare dell’esercito americano nel dipartimento informatico, che dopo aver trafugato e inviato a Wikileaks migliaia di “cable” (sistema di messaggistica) riservatissimi, è stato arrestato e condannato a 35 anni di carcere.
Le informazioni che ha diffuso hanno scatenato accesi dibattiti sul rispetto dei diritti umani da parte dell’esercito americano. Il suo attivismo, oltre ad avergli procurato una pesantissima condanna, gli ha fatto guadagnare ben tre candidature al Premio Nobel per la Pace (2011, 2012 e 2014). Naturalmente devono ancora essere confermate, dato che non sono ancora passati i 50 anni necessari, ma che per l’attivismo “cyber” si muovano comitati e organizzazioni nel mondo per chiedere il riconoscimento più importante del globo è significativo.

Dietro le schermo
persone di  valore
Il film, piaccia o non piaccia, porta sul grande schermo l’attenzione per il mondo degli hacker, visti non solo come loschi figuri che non vedono l’ora di rubarci le password, ma anche come persone che utilizzano le proprie competenze per portare avanti cause umanitarie di grande spessore.

A volte vengono beccati e ci rimettono la vita e la libertà, altre volte no, come accade per il gruppo di hacker attivisti chiamato Anonymous, che ha numerose cellule sparse per il mondo, quasi una per ogni nazione, e che ancora oggi è ben lontano dall’essere identificato dalle autorità. <

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