WhatsApp e il feticcio della privacy

dweb di Stefano Moro WhatsApp e il feticcio della privacy Privacy, privacy, privacy! In Italia, come un po’ in tutta Europa, ...

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di Stefano Moro

WhatsApp
e il feticcio
della privacy

Privacy, privacy, privacy! In Italia, come un po’ in tutta Europa, le leggi sulla privacy sono diventate particolarmente rigide e ci troviamo continuamente a firmare autorizzazioni al trattamento dei dati personali. Fatto culturale o puramente normativo? Qualcuno impietosamente ci attribuisce la filosofia del “meglio che gli altri non sappiano” ed è difficile dargli completamente torto. Certamente però sono apprezzabili le strisce gialle in farmacia e agli sportelli pubblici e perché disdegnare le class action contro gli operatori che ci telefonano continuamente per proporci contratti più vantaggiosi o le società che ci contattano via email. Ma diventiamo un po’ ridicoli quando abbiamo paura di essere intercettati e al telefono con amici e colleghi ci mettiamo a parlare per enigmi senza fare nomi.
Sia chiaro, la privacy è importante e la società del controllo e della sorveglianza è quanto di meno auspicabile. La chiave semmai è trovare il punto di equilibrio tra privacy e trasparenza, tra diritti personali e rispetto delle leggi. Ma ciò che davvero sorprende e fa sorridere è come calpestiamo la nostra privacy nei nostri comportamenti quotidiani. Inorridiamo per l’impiegato che rilegge ad alta voce il nostro numero di cellulare allo sportello della banca, ma poi scriviamo sui social network tutto quello che facciamo minuto per minuto e mettiamo in piazza emozioni, sentimenti e informazioni personali come se non avessimo di fronte migliaia di persone. Ci scandalizziamo per i sistemi di localizzazione e sorveglianza di Echelon, e poi permettiamo a Google di condividere la nostra posizione con tutte le app del nostro telefonino e inchiodiamo le nostre relazioni personali alle spunte blu di WhatsApp.
Qual era il tempo di risposta per un SMS? Quale per la richiamata dopo una telefonata non risposta? Cinque minuti, un’ora, anche un giorno a volte! Potevi non aver sentito, non aver letto, essere impegnato o persino esserti dimenticato. Oggi per il 60% degli Italiani, che usa WhatsApp, la pacchia è finita e, con essa, un pezzo di libertà. È inutile negarlo, l’aspettativa è sempre più stringente, amici genitori fidanzati mogli colleghi, tutti, quando vedono che hai letto, esigono una risposta immediata. E più il messaggio è delicato, richiedente, complesso, più sono lì a guardare lo schermo e quella doppia spunta blu, immaginandosi le vostre reazioni e i vostri pensieri nell’atto di rispondere. La società del controllo ce la siamo costruita noi, non il Grande Fratello. E non stupisce che il Presidente dell’Associazione degli Avvocati Matrimonialisti Italiani abbia dichiarato che il 40% delle cause italiane di divorzio tirino in ballo proprio WhatsApp.

Naturalmente non è WhatsApp il problema, non cambia molto se parliamo di Facebook, Messenger, Telegram o Skype. Il problema siamo noi, che in pochi anni siamo passati dal rispondere al cellulare dicendo dove eravamo al rispondere ai messaggi con uno “scusa non ti ho risposto prima perché…”. Dall’auto-localizzazione all’auto-giustificazione, è questo il progresso? <
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