Un cielo di desideri

di Chiara Fiorio Un  cielo  di Desideri Una stuzzicante riflessione attraverso alcuni romanzi classici della letteratura, per c...


di Chiara Fiorio



Un 
cielo 
di Desideri

Una stuzzicante riflessione attraverso alcuni romanzi classici della letteratura, per comprendere il senso profondo del nostro desiderare, in una società che confonde l’effimero con l’eterno.



Miei cari lettori, a volte mi rendo conto di portare avanti delle letture che alcuni definirebbero soporifere, non senza un pizzico di ragione. Eppure, ultimamente, tra un Topolino e un Diabolik, sto affrontando il testo di un grande filosofo, antropologo e professore francese: Mensonge Romantique et Vérité Romanesque, di René Girard.







La natura

del desiderio

Nel romanzo, tratta di un argomento che mi ha già stuzzicato in passato e ancora mi stuzzica, come ben capirete. Infatti, il nocciolo della questione è: cosa significa desiderare?

Gli uomini del passato e del presente hanno sempre cercato di raggiungere obiettivi o di possedere oggetti che in qualche modo li facessero sentire appagati, anche se nel corso della storia oggetti e obiettivi si sono modificati, fungendo sempre da specchio delle anime che li chiamavano a sè.

René Girard nel suo testo descrive la natura del desiderio, che si muoverebbe secondo un percorso triangolare e studia tale movimento alla luce di grandi romanzi quali, per esempio, Don Quijote di Miguel de Cervantes o Madame Bovary di Gustave Flaubert.

Quale piatto più ricco mi poteva capitare? E, ovviamente, non voglio nemmeno immaginare le battutine che vi staranno allegramente passeggiando tra i meandri dei vostri neuroni, perché forse, e dico solo forse, qualcuno di voi, superato il primo desiderio di interrompere proprio qui la lettura dell’articolo, potrebbe trovare degli spunti per qualche lavoro scolastico.

In primo luogo, mi sono chiesta se la stessa modalità di lettura del desiderio, proposta da Girard, potesse essere utilizzata anche per altre opere che ho incontrato nel mio cammino di lettrice sfrenata, come Il Piacere di Gabriele D’Annunzio o Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde.

Seguendo questo itinerario, che salta di secolo in secolo, di autore in autore, vi mostrerò che, se per certi aspetti, nell’esternare il meccanismo del desiderio, l’uomo di ieri può ben confrontarsi con l’uomo di oggi, per altri, la nostra società ha creato dei modelli tipicamente materialistici, lasciando che il consumismo la divorasse, fino a lasciarne solo qualche osso mal masticato.







Guardare le stelle

Partiamo proprio dal termine desiderare. “Desiderio” non ha una definizione unilaterale e statica. Esso deriva dalla composizione della particella privativa “de” con il termine latino “sidus”, che significa stella. Dunque “desiderare”, da cui “desiderio”, significherebbe, letteralmente, “condizione in cui sono assenti le stelle”.

Sembra infatti che il termine abbia avuto origine dal linguaggio degli antichi aruspici che, trovando il cielo coperto dalle nuvole, non potevano vedere le stelle, dalla cui osservazione traevano le loro profezie. In questi particolari momenti di assenza di cielo stellato, si accendeva dunque negli aruspici un desiderio profondo delle stelle. Il termine “desiderantes” è presente anche nel De Bello Gallico di Giulio Cesare, dove viene utilizzato per indicare i soldati che stanno sotto le stelle ad aspettare coloro che, dopo aver combattuto durante il giorno, non sono ancora tornati.

Dunque desiderare, in senso etimologico, significherebbe rimpiangere l’assenza di qualcosa o qualcuno: esso sarebbe il ricordo di quell’oggetto che in precedenza ha acceso il nostro desiderio, così come quell’astro sparito che prima era presente.

Nel 1961 Girard si occupa della faccenda, esponendo la sua teoria nel testo sopra indicato. Secondo lo scrittore, infatti, il desiderio è una forza che non agisce linearmente, dal soggetto desiderante verso l’oggetto desiderato, ma secondo un andamento triangolare, dove, ai vertici del suddetto triangolo si trovano soggetto, mediatore e oggetto. Tra questi, il ruolo principale è svolto dal mediatore.







Alla base

l’imitazione

Il pensiero del filosofo francese prende il via dalla constatazione che alla base di ogni relazione ed apprendimento umano o animale ci sia l’imitazione.

Tuttavia, se negli animali l’imitazione è dettata da istinti e bisogni, negli esseri umani entra in gioco un elemento più complesso: il desiderio.

Spiegando meglio. Noi imitiamo dagli altri i nostri desideri, le nostre opinioni, il nostro stile di vita. Chi imitiamo esattamente? Imitiamo le persone che stimiamo e rispettiamo, mentre contro-imitiamo le persone che disprezziamo, cioè cerchiamo di fare il contrario di ciò che fanno loro. Quindi il nostro comportamento è sempre un’imitazione, perché è sempre in funzione dell’altro, nel bene o nel male. I tipici modelli che si presentano nella vita di un uomo sono per esempio i genitori, il miglior amico, il leader del gruppo, la persona amata, una guida spirituale o anche la massa in generale.

Perché imitiamo gli altri? Il nostro desiderio è sempre suscitato dallo spettacolo del desiderio di un altro per il medesimo oggetto: la visione della felicità dell’altro suscita in noi il desiderio di fare come lui per ottenere la stessa felicità, o, ancora più intensamente, suscita in noi il desiderio di essere come lui. I desideri delle persone che stimiamo ci “contagiano”. Pertanto l’oggetto del desiderio assume un valore del tutto relativo e funzionale solo per il raggiungimento della stessa condizione dell’altro.








L 'uomo imita

i suoi simili

René Girard
Tutto ciò significa che il rapporto tra soggetto e oggetto non è diretto e lineare, ma è sempre triangolare: soggetto, modello, oggetto desiderato. Al di là dell’oggetto, è il modello (che Girard chiama “il mediatore”) che attira. In particolare, a volte, può capitare che il soggetto desideri essere come il modello.

Girard, infine, afferma che credere all’autonomia dei nostri desideri è l’illusione romantica che è alla base di gran parte della letteratura. Scoprire la realtà del desiderio, svelare e riconoscere il mediatore è ciò che realizzano i grandi romanzieri, è ciò che Girard chiama accedere alla verità romanzesca.








Il desiderio

nella letteratura

Ora cerchiamo di identificare il movimento descritto nelle varie opere letterarie menzionate, iniziando dal Don Quijote di Cervantes. Come è noto, il testo narra le avventure di Don Quijote, nobilotto di campagna che, invaghitosi dei romanzi cavallereschi, decide di mettersi in viaggio per emulare le imprese dei grandi cavalieri erranti, quali ad esempio Amadis o Orlando.

La lettura girardiana del testo cervantino è chiara: Don Quijote è il nostro soggetto, i romanzi cavallereschi il nostro mediatore, vivere come un cavaliere il nostro oggetto del desiderio.

Andando nello specifico, in realtà non sappiamo chi sia veramente Don Qijote, dato che lo stesso Cervantes si dice ignorante in materia. Sappiamo, infatti, che è un piccolo proprietario terriero, originario di un paese senza nome ed egli stesso è così anonimo che nemmeno il suo autore ne conosce il nome proprio. Sappiamo, inoltre, che questo uomo, a causa dell’eccessiva lettura di romanzi cavallereschi decide di diventare cavaliere errante, ma, per far ciò, deve inventarsi tutto: un nome d’arte, un cavallo, uno scudiero (Sancho Panza), le avventure stesse.

Don Quijote quindi elegge a proprio mediatore-modello Amadis e successivamente Orlando per raggiungere il suo oggetto: essere il più celebre eroe della storia cavalleresca. Il personaggio di Cervantes crede di imitare modelli da lui liberamente scelti, e non si rende conto che, in realtà, è solo il mimetismo ad essere l’essenza stessa del desiderio.

Per quanto riguarda l’oggetto, esso è irraggiungibile ed idealizzato. Benché, infatti, Quijote cerchi con tutte le sue forze di emulare i suoi eroi, egli non potrà raggiungere il suo obiettivo e appagare il suo desiderio, poiché la realtà lo richiama a sé senza pietà ed egli morirà nel suo letto. Così il desiderio non realizzato soffoca il soggetto e lo conduce alla negazione di se stesso.

Cosa possiamo dire della povera Emma Bovary? Emma desidera una vita in rosa, simile a quella descritta dai quei romanzetti zucchero e miele, che sin da ragazza hanno nutrito la sua immaginazione e che diventano i mediatori del suo stesso desiderio.

In altre parole, lo schema è il medesimo proposto per il Quijote: Emma è il soggetto, che per mediatore ha la letteratura rosa, che a sua volta fa nascere nel cuore della donna il desiderio di imitazione di una realtà fittizia.

Emma è insoddisfatta della sua vita affettiva e sociale ed è vittima della sua stessa malattia esistenziale. Tuttavia Emma è passata alla storia come modello di quella parte dell’umanità che, insoddisfatta dalla realtà quotidiana, dalla realtà del proprio essere, che a sua volta impedisce all’uomo di realizzarsi in un qualcosa di diverso da ciò che è, cerca in tutti i modi di soddisfare la necessità di superare se stessa. Come è ben noto, gli studiosi di Flaubert han dato a questo comportamento psicologico il nome di Bovarysme.

Così come per il Quijote, anche Emma fa proprio un modello completamente ideale e, per questa sua caratteristica, irraggiungibile. Se da una parte tutti i tentativi di Don Quijote di realizzare il suo desiderio risultano vani e anzi sono interrotti poco prima che si avverino, poiché la realtà subentra nel racconto di Cervantes, in Madame Bovary Emma crede di aver raggiunto la sua meta, ma l’appagamento momentaneo non dura a sufficienza. Esso rende ancora più chiara la distanza contrastante tra realtà e modello e rende ancora più intenso il desiderio. Anche in questo caso, il personaggio viene annientato.

Non vanno incontro ad una bella fine nemmeno i nostri Dorian Grey e Andrea Sperelli, eroi decadenti, amorali e privi di valori. Sono simboli di quella corrente, definita Estetismo, che ricerca, anche in maniera esasperata, tutto ciò che è bello, superfluo, “ricercato”, in contrapposizione a ciò che è necessario, utile e ovviamente mediocre della vita di tutti i giorni. È il desiderio di una vita vissuta solo per il bello.

 Il protagonista di Oscar Wilde rinuncia a tutto, anche all’anima, per ottenere ciò che più desidera al mondo: la bellezza fisica e una giovinezza eterna proprie del quadro che lo ritrae. Andrea, a sua volta, è così affascinato dal modello esteta, da rimanere solo poiché non riesce né a sostituire né a dimenticare la bella e misteriosa Elena Muti, emblema di quella bellezza vuota e fine a se stessa che riesce a soffocare come un veleno il ricordo e i sentimenti per l’ingenua e vera Maria Ferres. Entrambi, quindi, risultano degli sconfitti.

Definendo i vertici del triangolo girardiano, si può dunque affermare che Dorian e Andrea sono i soggetti, il loro modello è un genere di vita estetico, e l'oggetto del loro desiderio è la rappresentazione perfetta del vero esteta. Eppure in questi due casi, si può sottolineare come ci sia stato uno scambio di oggetti e che proprio nel momento in cui i due protagonisti si sono accorti del loro sbaglio, essi abbiano iniziato il loro declino. In entrambi i casi, infatti, i veri oggetti avrebbero dovuto essere le due donne Sibyl da una parte e Maria dall’altra. Infatti, solo loro con la loro presenza e la loro essenza avrebbero potuto essere l’antidoto per i nostri due protagonisti. Eliminate loro, Dorian e Andrea non sono più nulla.

Eccoci quindi arrivati alla fine della nostra carrellata di personaggi letterari, uomini di carta, è vero, ma che molto hanno da insegnare agli uomini di carne. Perché è questo lo scopo della letteratura, no? Eppure, siamo sicuri che il post moderno abbia accolto la lezione di questi grandi maestri, alla luce della lettura del nostro buon professore francese?







Il desiderio

nei tempi  moderni

Anche nei tempi moderni l’uomo desidera? Ovviamente, ma cosa desidera? Desidera, così come negli altri esempi proposti, possedere ciò che ha il suo modello? Quali sono i nostri modelli? Quali i nostri oggetti? Il 900 è un secolo che si apre all’insegna della modernità e del distacco con i tempi precedenti. Esso, infatti, descrive una successione di cambiamenti negli usi e costumi della società a dir poco straordinari.

Tale periodo storico prende l’avvio da una serie di scoperte in campo scientifico e tecnologico che sono state poste sotto il nome di Seconda Rivoluzione Industriale, che riesce a portare sui mercati non solo generi di prima necessità, ma beni di consumo a lungo termine come il telefono, la macchina fotografica, l’automobile. Nei maggiori centri urbani nascono i primi grandi magazzini in cui si può trovare di tutto e sono escogitate le prime forme di pagamento rateale.

Intanto gli industriali devono produrre di più e a più buon mercato per soddisfare le richieste che hanno contribuito a creare. Per questo si definiscono nuove forme di organizzazione del lavoro, per migliorare la produttività e mantenere le posizioni conquistate. In questi anni, infatti, l’ingegnere statunitense Frederick Taylor idea un metodo di organizzazione industriale (conosciuto come Taylorismo) che prevede una divisione del lavoro frazionata in una serie di operazioni ancor più semplificate al fine di aumentare la produttività ed ottimizzare il tempo impiegato, per ridurre così i costi di produzione.

Quindi la risposta alla domanda precedente è: “Sì, l'uomo desidera ancora ciò che ha il suo modello”. Tuttavia si presenta un cambiamento ai vertici del triangolo. Infatti, in questa società in cui ci si è ridotti a scambiare l’effimero per l’essenziale, in cui spesso il valore dell’uomo è misurato in base alla quantità degli oggetti che possiede e alla loro tipologia, cosa funge da modello e cosa da oggetto? Non c’è forse stato uno spostamento di prospettiva inerente il mediatore? Ovvero, il mediatore è ancora un modello di vita ideale (giusto o sbagliato che sia, non sta a me giudicare la povera Emma o il vizioso Andrea) o ha cambiato irreversibilmente le sue vesti? Esistono ancora “mediatori di ideali” o sono, invece, mediatori di cose?

Lascio a voi il compito di tirare le fila di questo ultimo aspetto, nella speranza che davvero vi abbia fornito uno spunto per ragionare sull’oggi partendo da ieri, attraverso salti temporali nella letteratura, che io reputo ancora una grande maestra. Se così non fosse, beh non le avrei dedicato gran parte della mia vita.
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