La maternità non è un problema

di Elisa Murgese Una soluzione di successo La maternità non è un problema Troppe volte le donne sono costrette a rinunciare alla possi...

di Elisa Murgese

Una soluzione di successo
La maternità
non è un problema

Troppe volte le donne sono costrette a rinunciare alla possibilità

di avere dei figli per far carriera nell’ambito lavorativo

o continuare la ricerca. Ma di fronte a soluzioni molto discutibili,

ne esistono altre più coraggiose e sensate. Ecco un esempio.


Come conciliare una vita in carriera con quella di mamma e moglie? Di risposte ce ne sono state tante. Tra quelle che hanno fatto più scalpore negli ultimi mesi, c’è la scelta delle big americane Apple e Facebook di farsi carico, economicamente, del procedimento per consentire alle proprie dipendenti di congelare gli ovuli nell’eventualità che un giorno desiderino avere un bambino. Un’idea, quella della due big Usa, nata per consentire alle loro dipendenti di dedicarsi alla carriera e allo stesso tempo non negarsi il piacere di diventare mamme, un giorno, per motivi legati all’avanzare dell’età.
Di tutt’altra stoffa la risposta italiana alle big americane, e si chiama “Stop the clock for maternity” (ferma l’orologio per la maternità). Un progetto che è stato promosso dall’Istituto italiano di tecnologia (Iit) di Genova, unico centro di ricerca in Italia ad avere introdotto questa pratica. Secondo il direttore scientifico dell’Iit Roberto Cingolani, la vita dello scienziato si può paragonare a quella di un atleta, visto che il momento di massima resa si ha proprio nell’età giovanile, ovvero quella più adatta per fare figli. Ed è proprio per cercare ricercatrici nel pieno della loro creatività ma non impedire loro di diventare mamme, che l’Istituto genovese ha deciso di fermare i loro contratti per tutto il tempo della maternità.

“Stop the clock for maternity”: se sei incinta, ti assumiamo
Nato lo scorso anno ma attivo dai primi mesi del 2015, “Stop the clock for maternity” si applica ai contratti a tempo determinato, subordinato o a progetto. Per tutte queste lavoratrici, se una di loro rimane incinta, scatta la sospensione del contratto per sei mesi, e contemporaneamente l’allungamento della collaborazione di altri sei mesi rispetto alla scadenza prevista. Nota non da poco, durante i 180 giorni di sospensione del contratto, la ricercatrice riceverà dall’Inps l’indennità di maternità.
Un salto di qualità per l’innovativo Istituto. «Il periodo di massima propulsione si ha nell’età giovane, che coincide con l’età della fertilità – spiega Cingolani al blog la 27a Ora –.
Noi vogliamo personale giovane e sosteniamo la gender opportunity. Dunque cerchiamo ricercatrici che sono proprio nell’età in cui si fanno i figli». Un ambiente non a caso favorevole, visto che all’Iit l’età media è di 35 anni, mentre dei 700 ricercatori oltre 250 sono donne.
Ma cosa ne pensano le ricercatrici genovesi di questa nuova pratica? «Conosco diverse ragazze che dopo aver affrontato una maternità non sono più riuscite a trovare un’occupazione nell’ambiente accademico – racconta Dalia De Santis a Dimensioni Nuove -. Essere lavoratrice e mamma al giorno d’oggi non è così scontato». Dalia De Santis è una borsista di ricerca all’Istituto genovese. Ha 28 anni e, come lei stessa commenta, «sarei nell’età ideale per avere un bambino».
 Come donna e come futura madre, Dalia è orgogliosa di “Stop the clock for maternity” e del fatto che un giorno non dovrà trovarsi a scegliere tra un naturale bisogno di maternità e una carriera costruita con anni di dedizione e impegno.

“Congelate gli ovuli”
È una possibilità, quella offerta dall’Istituto italiano di tecnologia, decisamente in controtendenza rispetto agli ultimi trend delle aziende americane. Apple e Facebook in prima fila, diverse big statunitensi stanno iniziando a offrire alle loro dipendenti un servizio gratuito di congelamento ovuli, per non dimenticare la carriera e allo stesso tempo affrontare una gravidanza sicura anche se avanti con l’età.
Le due giganti della Silicon Valley sono le prime ad avere offerto questo tipo di copertura per motivi non legati a condizioni mediche. Una tecnica, quella del congelamento degli ovuli, che pur essendo sempre più nota e diffusa, non è ancora in grado di dare alcuna garanzia che il procedimento porti alla nascita di un bambino.
La società americana di Medicina della riproduzione, infatti, non ha statistiche complete sui bimbi nati da ovuli congelati, tanto che il gruppo mette in guardia sul congelamento per estendere la fertilità. I medici statunitensi, inoltre, spesso raccomandano alle donne di congelare almeno venti ovuli, un procedimento che ha costi molto elevati.
«Prendersi cura della propria carriera e contemporaneamente avere dei bambini è molto difficile per una donna», racconta Brigitte Adams, sostenitrice del congelamento degli ovuli e creatrice del forum Eggsurance.com. «Offrendo questa possibilità, le compagnie investono sulle loro impiegate», continua Adams, sostenendo che ogni donna deve essere libera di vivere la vita che sceglie, senza alcun tipo di costrizioni lavorative o personali.
 «E chi per motivi etici è contrario, vede rispettati lo stesso i suoi diritti di madre?», si chiede la ricercatrice 28enne Dalia De Santis, mentre nel suo laboratorio genovese si domanda come sia possibile chiedere a delle donne di rinunciare – o anche solo posticipare – il loro diritto alla maternità. «Mi piacerebbe pensare che, qualunque sia il mio posto di lavoro, possa restare incinta senza timore di essere lasciata a casa», le fa eco Lauretta Galeno, 36enne con contratto a tempo determinato all’Iit.

Creare una famiglia?
“Problema” anche maschile
«Ho fatto la ricercatrice per sei anni e la maternità non era prevista come diritto neppure lontanamente». Secondo Lauretta Galeno “Stop the clock for maternity” aiuterà moltissime sue colleghe. «Ho sempre lavorato con donne – continua la 36enne a Dimensioni Nuove – e capisco perfettamente come decidere di diventare mamma possa essere un fattore limitante sul posto di lavoro». Dalle aule del laboratorio di microscopia, il tecnico svela come per una donna «sia molto difficile far coincidere un’attività da ricercatrice con quella di madre».
Più che in altri lavori, infatti, il ricercatore deve portare avanti un progetto senza sapere quando raggiungerà i risultati sperati o richiesti. Perciò lasciare un progetto a metà significa andare incontro alla possibilità di perdere il proprio filone di ricerca e rinunciare a possibili pubblicazioni. «Un danno alla tua carriera a cui un uomo non andrà mai incontro – continua Lauretta, aggiungendo sarcastica – e neppure un ricercatore dell’Istituto italiano di tecnologia».
Oltre alla maternità garantita anche per i contratti più “deboli”, l’Iit ha inoltre in previsione la costruzione di un asilo per i dipendenti. «Io stessa sono stata assunta come tecnico a dicembre – continua Lauretta – a un’età in cui da un momento all’altro potrei restare incinta. Ma dalla selezione al personale, neppure una domanda sui miei piani famigliari futuri».
Si ferma un attimo a pensare, poi riprende la conversazione sorridendo: «Tutti considerano la maternità un problema femminile – conclude il tecnico dal suo laboratorio genovese –. Ma siccome la società è organizzata in nuclei famigliari, creare una famiglia è per forza anche un problema di cui gli uomini dovrebbero occuparsi. Problema, naturalmente, messo tra virgolette».<

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