In caduta libera

di Dino Valle Giovani e politica / 2 In caduta libera Lo scetticismo e l’insoddisfazione sono tra i sentimenti più diffusi verso i pa...

di Dino Valle



Giovani e politica / 2

In caduta libera
Lo scetticismo e l’insoddisfazione sono tra i sentimenti
più diffusi verso i partiti politici e le istituzioni.
Una mancanza di credibilità difficile da recuperare.


  Delusi, disillusi, arrabbiati, indifferenti, sfiduciati. Sono questi i sentimenti che oggi i giovani nutrono nei confronti della politica. Il loro è un rapporto fatto di sofferenza: lo si percepisce dalle loro affermazioni, lo si capisce dalla scarsa partecipazione alla vita attiva del Paese, lo si deduce dalla mancanza di informazione e di conoscenza delle “regole del gioco”, lo confermano i dati delle ultime inchieste.

Aumenta la sfiducia
I giovani non hanno più fiducia nella politica e nelle istituzioni perché, negli ultimi anni, hanno ricevuto da chi si è succeduto al governo solo incertezze e precariato. Hanno rinunciato a credere negli ideali che hanno accompagnato le generazioni precedenti e, essendo molto più sensibili ai difetti della società, si rendono conto che non ci sono certezze nel loro futuro.
Per questo non cercano più nei partiti risposte ideologiche e non guardano più ai leader della politica come a bandiere dietro cui schierarsi, ma chiedono una visione nella quale credere, un modello nel quale identificarsi e si aspettano risposte concrete insieme a proposte che parlino di certezze.
Le promesse non mantenute, gli scandali, l’opportunismo, i giochi di potere, sono le ragioni dello scetticismo maturato tra le nuove generazioni, sempre più escluse da una politica e una cultura nate e cresciute in un mondo parallelo all’universo giovanile. I giovani che hanno ideali politici sono pochi e non vengono stimolati: la politica non si preoccupa di quello che pensano e la distanza che li divide continua a crescere.

I numeri preoccupanti
I numeri che fornisce l’Istat in seguito a un’indagine del 2009 sono preoccupanti: il 59% dei giovani si informa di politica almeno una volta a settimana, ma il 16,6% si informa meno di una volta a settimana e il 24,4% non si informa affatto. Tra questi ultimi la percentuale varia dal 18,3% del nord-ovest al 32,1% del sud.
Il 24% ha ascoltato dibattiti politici nell’ultimo anno, il 40,9% ne parla almeno una volta a settimana, e per entrambi la percentuale è più alta per i maschi. Il 71,1% dei giovani che non si informano di politica lo fa perché non è interessato, il 20,7% è sfiduciato e il 14,2% ritiene che sia un argomento troppo complicato. I pochi giovani che scelgono di entrare in politica lo fanno per ottenere successo e avere una carriera rapida che permetta loro di raggiungere gli obbiettivi difficili.
In questo quadro complesso è da aggiungere la sempre più marcata assenza di valori da parte dei politici, che passano da un partito all’altro come se non ci fosse alcuna differenza. Inoltre, la classe politica italiana ha un’età media abbastanza elevata, motivo per cui fatica a comprendere i bisogni dei giovani, la loro difficoltà di trovare un lavoro, di fare impresa.
Secondo una ricerca commissionata dal Ministero per la Gioventù all’Istituto per gli Studi sulla Pubblica Opinione nell’aprile 2010, il 66% dei giovani non ha fiducia nelle istituzioni della politica. Ad essere meno apprezzati sono i partiti politici e solo il 18% degli intervistati crede in loro, mentre la fiducia nel Parlamento si attesta al 40% e nel capo del governo al 42%.
L’istituzione che ispira più affidabilità è la Presidenza della Repubblica (84%) e il personaggio a cui va maggiore gradimento è Sandro Pertini con il 16% (contro l’1% di Andreotti), anche se il 30% non ricorda alcun uomo politico con ammirazione. A pari merito con la Presidenza della Repubblica (84%), in fatto di fiducia, si trovano le forze dell’ordine, seguite dalle forze armate (83%) e dall’Unione Europea (74%).

Diffidenza, indecisione e protesta
Secondo uno studio condotto nel 2013 da Demos e LaPolis-Università di Urbino, subito dopo le ultime elezioni politiche, gli adolescenti e i giovani (dai 15 ai 24 anni), ma anche i giovani-adulti (fra 25 e 34 anni), esprimono un livello di fiducia minimo nei confronti dei principali attori e della più importante istituzione della “democrazia rappresentativa”: poco sopra al 4% per i partiti e appena un po’ di più per il Parlamento.
Ma la sfiducia si estende anche allo Stato, in misura maggiore rispetto alla popolazione nell’insieme. La metà di essi, e il 55% tra i giovani-adulti, ritiene che la democrazia non abbia bisogno dei partiti per funzionare bene. Anzi, visto il distacco espresso nei loro confronti, pensa che i partiti siano un ostacolo alla democrazia vera.
Solo una quota minoritaria, poco superiore al 40%, afferma di non aver avuto mai dubbi sul voto da esprimere. I giovani appaiono molto più “incerti” degli adulti. Più indecisi rispetto alle elezioni del 2006, quando peraltro le differenze tra generazioni apparivano meno marcate e tutti, giovani, adulti e anziani, dimostravano convinzioni più forti e più solide su chi votare.
Oggi non è più così. Oltre il 40% dei giovani e il 45% dei giovani-adulti sostengono, infatti, di non aver votato per fiducia in un partito e nel suo leader, ma per sfiducia verso gli altri. Alle precedenti elezioni, nel 2008, gli elettori di protesta fra i giovani erano molto meno numerosi: intorno al 30%.
Negli ultimi anni, fra i giovani è dunque cresciuto un sentimento di diffidenza e insoddisfazione verso i partiti e i loro leader, come d’altronde in tutta la società, ma in misura maggiore, più acuta e più rapida. Lo sottolineano, in modo eloquente, gli orientamenti di voto, che fra i giovani enfatizzano le principali tendenze complessivamente emerse alle ultime elezioni.

Per invertire la rotta
Le conclusioni sono le stesse: la strada da percorrere per invertire la rotta non è facile, ma gli strumenti ci sono, basta utilizzarli. Magari proponendo ai giovani il recupero del senso della collettività: se si comprende l’importanza del proprio rapporto con gli altri e del proprio contributo all’interno della società, si può trovare ottimismo anche nell’approccio con il mondo della politica, considerandola uno strumento di aiuto alla società. Oppure moltiplicando il più possibile i luoghi e le occasioni di confronto offerte dalle nuove tecnologie, garantendo processi decisionali democratici e il più possibile partecipati.
In ogni caso è fondamentale cercare di coinvolgere le nuove generazioni nella politica, ma è altrettanto indispensabile che i giovani superino diffidenze e pregiudizi cercando comunque di informarsi e partecipare. Devono reagire, fare uno sforzo per affrontare la politica senza mai lasciare a casa i propri valori e ideali, interessarsene per cambiarla. Perché piaccia o no è necessaria per amministrare una comunità. E senza adeguate conoscenze non si può neanche far buon uso dell’unico strumento in mano ai cittadini, cioè il voto.
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  1. Tornerò forse a credere nelle istituzioni e nella politica quando questo paese dimostrerà di interessarsi anche a un millenial come me, non più giovane a 31 anni. Perché alla fine, una parte consistente della mia generazione ha ricevuto solo porte in faccia. L'Italia è ormai un paese vecchio, chiuso e ripiegato in se stesso che non investe più in nulla e nessuno. Io faccio parte di quella generazione che si è laureata nel 2008 quando tutto è saltato. Da allora, almeno che non sei laureato in medicina o in ingegneria, serie proposte di lavoro sono state praticamente inesistenti. Chi ha potuto è scappato e ha cercato fortuna fuori, magari potendo contare su un po' più di meritocrazia; chi è rimasto è costretto in buona parte a vivacchiare vegetando. Ai ventenni va probabilmente ancora peggio e non oso pensare che futuro avranno gli adolescenti di oggi. Credere in qualcosa? Al massimo in se stessi, nelle relazioni amicali e nella fiducia reciproca tra noi coetanei, perché di più non abbiamo. Se arriveremo a fare qualcosa anche noi, lo dovremo solo a noi stessi di certo non alla generazione dei padri che ci ha regalato un paese allo sfacelo, che fa di tutto per metterci i bastoni tra le ruote, che forse preferirebbe non esistessimo nemmeno. Ci hanno illuso che bastava impegnarsi e avremmo trionfato: puoi essere ipertitolato, avere tutte le lodi di questo mondo, esperienze internazionali e conoscenze linguistiche ma in fin dei conti tutto ciò è carta straccia. Semmai l'unica cosa che ci rimane è l'indignazione e l'odio, l'odio per chi ci detesta. Perché comunque oggi siamo noi a pagare il prezzo, ma se l'Italia non si deciderà a invertire rotta, fra 15, 20 anni saranno gli ipertutelati e indifferenti di oggi a rendersi conto dello scotto che significa aver gettato via una generazione intera, più fresca, tendenzialmente preparata e aperta. E allora sarà troppo tardi!
    Alex Lante (nightbird07_84@hotmail.com)

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