i Muse: Droni sonori

di Claudio Facchetti Muse: una band che non sbaglia mai un colpo Droni sonori Con l’ultimo cd, “Drones”, hanno confermato di e...


di Claudio Facchetti



Muse: una band che non sbaglia mai un colpo

Droni sonori

Con l’ultimo cd, “Drones”, hanno confermato di essere tra

i gruppi top del nuovo millennio. Un album dai toni inquietanti, dove i robot sembrano prendere il sopravvento sull’uomo.



Non sono tanti i gruppi che possono dire di aver segnato il nuovo millennio in maniera così indelebile con le loro canzoni come i Muse, ottenendo per giunta un successo colossale in ogni angolo del mondo. Un obiettivo che la band, fin da quando ha iniziato la sua avventura nel 1992, non ha mai nascosto di voler ottenere, senza per questo passare per presuntuosi: «L’idea era di seguire le orme di gruppi come gli U2. Non c’è nulla di male a provare a puntare in alto».

D’altra parte, ritagliarsi un posto al sole, non è certo stato facile, come dimostra la loro storia, ma ai Muse la determinazione e la volontà di migliorarsi non è mai mancata lungo l’impervio cammino delle sette note. Un cammino che ha preso il via a Teignmouth, un paesino della contea del Devon, in Inghilterra. È qui che s’incontrano Matthew Bellamy, Dominic Howard e Chris Wolstenholme, compagni di scuola e uniti dalla comune passione per la musica.


Il trio, dopo le prime prove, decide di far sul serio, incoraggiato anche dagli applausi che riceve quando si esibisce nei localini dei dintorni. Incide un paio di Ep per un’etichetta indipendente, con cui ottiene maggior visibilità e schiude loro le porte di una buona casa discografica, la Taste Media: «Dopo tanti sacrifici e tanto lavoro – dice Bellamy – ci veniva offerta una buona possibilità per imprimere un’accelerata alla nostra carriera. Non dovevamo sprecarla».

E i Muse non la gettano al vento. Nel 1999 debuttano ufficialmente con il cd Showbiz che, pur con qualche ingenuità, ottiene l’attenzione della critica e del pubblico. È il biglietto da visita con cui entrano negli anni 2000 con la speranza di affermarsi definitivamente, ancora ignari di quale segno lasceranno.
 

Fino alle Olimpiadi

Non ci vuole molto, comunque, ai Muse per imporsi. Bastano due album, Origin of symmetry (2001) e soprattutto Absolution (2003) per entrare nei piani alti delle classifiche internazionali e assistere all’aumento esponenziale degli spettatori ai concerti. «Stavamo migliorando – commenta Wolstenholme – e il pubblico era sempre più numeroso sotto il palco. Noi potevamo esprimerci senza limitazioni, non c’era nessuno che ci imponeva come fare le nostre canzoni. Piacevano, e basta. Non potevamo chiedere di più».

Canzoni che proprio in questi anni assumono quella fisionomia che diventerà il riconoscibile e originale marchio di fabbrica della band, un vivace patchwork fatto di rock, pop, progressive, elettronica e citazioni sinfoniche. «Non ci siamo mai posti dei confini musicali – spiega Bellamy − . Ci piace usare qualsiasi colore per dipingere i nostri brani».

Una formula che i Muse sviluppano e migliorano negli anni successivi con cd di grande qualità, che ormai presentano negli stadi. Un gradimento testimoniato dalla pioggia di premi che cade sulle loro teste e che li porta addirittura a comporre nel 2012 Survival, l’inno ufficiale dei Giochi Olimpici di Londra. Insomma, un attestato… di popolarità che non viene dato a chiunque.



Un lavoro complesso

Oggi, a distanza di tre anni dall’eccellente The 2nd Law, i Muse sono tornati in pista con l’interessante Drones, che ha dominato le chart globali per tutta l’estate. Un risultato di grande prestigio, perché l’album, costruito come un concept, richiede un certo impegno all’ascolto. «Lo spunto – rivela Bellamy – è arrivato dalla lettura di un libro che spiegava come i droni venissero usati in modo massiccio nelle guerre. Ho così appreso come intelligenza artificiale e droni saranno sempre più connessi tra loro. Una prospettiva inquietante, che ho voluto sviluppare nel disco».

Sono nati così dodici pezzi di alta qualità legati insieme uno con l’altro, una storia suddivisa in capitoli, come in un libro, con un inizio e una fine. «In un mondo in cui i droni prendono il sopravvento e azzerano i sentimenti – spiega Bellamy – , il protagonista del disco viene travolto dalla rivoluzione dei robot e perde fede e sicurezza in se stesso. Tutto sembra perduto, ma poi riesce a ritrovare fiducia nell’umanità e nell’amore».

Un tema attuale e scottante. «Fuor di metafora – aggiunge Howard – tutti possiamo diventare potenziali droni, indottrinati dai governi e dai media. Oggi la tecnologia invade le nostre vite, siamo sempre più connessi a una realtà virtuale, si smarriscono i contatti umani. La via d’uscita? Non so se c’è, ma una strada percorribile è rivendicare la nostra libertà, non aver timore di esprimere le nostre idee ad alta voce».

Un album, dunque, complesso nel suo sviluppo, che poteva rivelarsi un azzardo nell’attuale mercato discografico dove il solo “nome” non basta più a garantire il successo permanente. «Sapevamo di correre qualche rischio – dice Wolstenholme – nel proporre un cd costruito in questo modo, che richiede attenzione dalla prima all’ultima canzone. Ma, a dire il vero, durante la nostra carriera non abbiamo mai fatto calcoli e non ci siamo messi a farli adesso. Questo è l’album che volevamo fare, una sorta di opera rock, non un semplice collage di canzoni».

I Muse hanno portato parte del nuovo cd in una prima tranche di tour in grandi spazi all’aperto, mentre presto prenderà il via la seconda, che si svolgerà al chiuso nei palasport. «È l’ambiente migliore per suonare i pezzi di Drones – sostiene Howard − , il vero concept dell’album lo si vedrà in quell’occasione. E non è detto che non lo suoneremo tutto». L’appuntamento, in Italia, è per l’inizio del 2016. Non mancate. <
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