Sharing mania

di Ilaria Beretta Sharing  mania Dai discutibili social alle varie declinazioni di sharing  è  tutto un condividere: l’auto, ...


di Ilaria Beretta



Sharing 
mania

Dai discutibili social alle varie declinazioni di sharing è tutto un condividere: l’auto, la bici, la casa, persino i quadri e il tempo. Con tanti vantaggi e pochi problemi.



È tutto

un social

Mi piace dunque condivido. È semplice come una massima cartesiana il motto dell’utente del nuovo millennio tanto che lo sharing sui social network sembra davvero una filosofia.

Tutto è cominciato una decina di anni fa con la nascita di Facebook, oggi ancora il social network per definizione. In effetti la creatura di Mark Zuckerberg fin dall’inizio permetteva agli iscritti di ficcare il naso nelle faccende altrui e quindi – più o meno consapevolmente – di condividerle. L’algoritmo è risultato più che vincente visto che ora la nazione-Facebook sarebbe meno popolosa solo delle grandi Cina e India.

Allora il sogno di una repubblica (anche se solo virtuale) di libero pensiero affascinava molti: la rete avrebbe finalmente garantito una vera e totale “condivisione” con uno scambio di opinioni sicuro e sano! Però le cose non sono andate proprio così e anzi una recente ricerca del centro di statistica americano Pew ha svelato addirittura il contrario.

Pare infatti che i social media siano avvolti da una “spirale del silenzio”, cioè dalla tendenza a non parlare di questioni “calde” se la propria opinione è diversa da quella di follower o amici. Ma non solo: chi condivide molto sui social evita di dire la sua pure offline restando intrappolato nel silenzio anche nella vita reale.

Insomma, altro che roccaforte delle idee... Il sogno del millennio rischia oggi di trasformarsi in un incubo. Le informazioni, cioè la vera ricchezza della rete, sono state svendute in nome della logica del profitto immediato. Tutto ciò che non conviene in una strategia commerciale resta fuori: ecco quindi che a poco a poco il regno multietnico della condivisione sta tradendo il suo primo e altissimo ideale...

Anche perché con la sua politica invasiva e il progressivo abbattimento della tutela della privacy, Facebook sta perdendo molta della sua credibilità. Ma Facebook non è solo e alla fine post o tweet poco importa: il meccanismo è sempre lo stesso. Cioè convincere gli utenti a “condividere”, ovvero a mettere in rete opinioni e fatti privati, perché solo con dei contenuti i social network sono un affare per chi li manovra.

I big di internet conoscono da tempo questo miracolo: le idee virtuali regalate gratis dagli utenti alla rete portano infatti a una montagna di soldi veri... La condivisione insomma è diventata a senso unico.

Allora dov’è tutta la carica innovativa dello sharing 2.0? Quasi quasi verrebbe da dire che la civiltà della condivisione è l’ennesima fregatura... In realtà dietro alla filosofia della rete del mettere in comune c’è molto di buono. Basta pensare al miracolo di condividere con chiunque le proprie esperienze da qualsiasi parte della Terra.

Il fisico visionario serbo Nikola Tesla si accorse già nel 1926 dei benefici del futuro wifi proprio sotto il profilo della condivisione: «I mali di cui soffre l’umanità sono dovuti all’immensa estensione del globo terrestre e all’impossibilità per gli individui e per le nazioni di entrare in stretto contatto. I collegamenti senza fili ci avvicineranno...».



Condividiamo?

Dunque proprio nell’ottica di ottimizzare le risorse ma anche di promuovere l’aiuto reciproco, negli ultimi anni il mettere in comune è passato dalla teoria alla pratica, e il risultato non è per niente male. Già, perché quelli del Duemila - i cosiddetti millennials - hanno invertito la rotta e innescato una vera e propria sharing mania.

La parola d’ordine è dividere i consumi con gli altri e quindi risparmiare. L’idea non a caso nasce insieme alla crisi e il motivo è piuttosto ovvio: gli anni Ottanta del boom economico italiano di certo non avevano bisogno di un’economia di comunità in cui riutilizzare, riciclare e scambiare...

Da qualche anno invece le cose sono peggiorate a livello finanziario, ma sono nate anche questioni prima sconosciute, come quella ambientale che ha aperto in questa direzione prospettive inedite. Insomma, adottare uno stile di vita moderato e poco sprecone è diventata un’esigenza prima che una tendenza.

I primi che hanno intuito i vantaggi del «quello che non usi più tu, può servire a me» sono stati i rivenditori ambulanti, veri e propri esploratori di discariche e commercianti di cose-da-cassonetto. Negli anni gli “svuotacantine” sono diventati moltissimi: si calcola che siano decine di migliaia, tanto che qualcuno li raggrupperebbe addirittura in una regolare categoria professionale; ormai persino nei palinsesti tv c’è posto per trasmissioni di scambio tanto funziona l’idea del cerco-offro. A fare audience per esempio sono una coppia di rivenditori americani che mostrano le trattative per piazzare i propri rottami ai dettaglianti.

Proprio sull’esempio degli ambulanti è rinata l’“economia del dono”, un circolo virtuoso di persone che hanno riscoperto lo scambio come stile di vita po’ ovunque. Si va dall’arcipelago polinesiano dove ogni isola regala alle altre il proprio prodotto forte portandoglielo in canoa, all’Appennino tosco-emiliano dove interi villaggi sono autonomi proprio perché ognuno si è specializzato nella produzione di una cosa diversa.





Fare economia

del tempo

Tornare indietro per andare avanti. Sembra questo il ruolo del neo-baratto, sistema antichissimo tornato alla ribalta nelle vesti di un avveniristico scambio non monetario... un NES (non monetary exchange system) per dirla all’inglese. Già, perché le prime esperienze “ragionate” del vivere sharing vengono proprio da terre anglofone, cioè Canada, Australia, Nuova Zelanda e Usa.

Qui tra gli anni Settanta e Ottanta alcuni gruppi di vicinato e istituzioni locali promossero un sistema di aiuto reciproco basato sullo scambio di tempo. Aiutare qualcuno per un’ora significava avere un credito di 60 minuti da spendere in un altro servizio, come una visita medica o un biglietto dell’autobus. Vantaggi? Costruire una comunità solidale e valorizzare le risorse silenziose di pensionati e disoccupati. Tra l’altro il programma Time Dollar non è neppure tassabile e per questo piace ancora di più: proprio recentemente l’esperimento è stato importato in Giappone dove lo spirito comunitario dell’economia del tempo sembra già dare frutti.

Ma il “tempo-è-denaro” resta una sapienza tutta italiana. Non a caso tra i sistemi nostrani di economia non monetaria c’è proprio la Banca del tempo (Bdt) nata vent’anni fa da un’idea delle donne di Santarcangelo di Romagna, paese sulla costa adriatica. L’urgenza era di dare un valore a tutte le cure femminili e le mansioni casalinghe fino ad allora gratis.

Grazie a questo sistema ogni attività si misurava in tempo spendibile presso qualunque altro soggetto della comunità della Banca del tempo. Così molte casalinghe non solo hanno guadagnato un reddito simbolico, ma anche un potere di acquisto reale. E finalmente è pure chiaro a quanto ammonterebbe lo stipendio di una mamma...

L’iniziativa economica inaugurata dal leccese Pantaleo Rizzo invece aggiunge al tempo il valore della riconoscenza e dimostra come proprio la gratitudine (ribattezzata alla greca misthòs) può diventare la vera moneta di scambio. Secondo il suo sistema cosiddetto a “reciprocità indiretta” 10 misthòs equivalgono a un’ora di lavoro, ma a quanti euro a nessuno importa.



Share for fun

Non solo risparmio però: dietro alla share economy c’è di più. Lo dimostrano gli straricchi che pur non avendo bisogno di scambiarsi niente, l’hanno fatta diventare una vera e propria moda. Loro la chiamano swapping, cioè scambio: la mania è nata proprio da una diva come Victoria Beckham che anni fa ha iniziato a scambiarsi vestiti per gioco con altre famose star, scatenando una vera e propria spirale d’imitazione. Oggi proprio lo swapping di vestiti è una delle realtà più apprezzata dalle donne americane.



In Italia l’idea è stata adottata nel 2007 dalla bolognese Tamara Nocco che ha aperto I Love Shopping, una delle prime boutique dove scambiarsi indumenti, oggi anche con uno shop online.

Insomma: libri, motociclette e persino case... La condivisione funziona proprio con tutto. Già, perché l’importante non è cosa si scambia, ma come. Cioè: che lo scambio sia un curativo per il crollo del potere d’acquisto non basta. L’alternativa alla moneta dev’essere semplice e pure divertente.

Lo ha capito presto (nel 2001) lo statunitense Ron Hornbaker, inventore del bookcrossing, ovvero di un sistema che fa circolare libri. Le regole impongono ai partecipanti di abbandonare un volume in un posto di passaggio e sperare che uno sconosciuto lo prenda, lo legga e poi lo lasci altrove. Insomma, è una specie di caccia al tesoro, che intanto promuove buone letture.

Oggi i libri “liberati” nel mondo sono molti più di 250mila, anche se è impossibile dare un numero preciso. Anche i punti di booksharing riconosciuti (tipo biblioteche, università e bar che aderiscono alla tendenza) sono aumentati. Lo scorso novembre il comune di Firenze ha inaugurato «Lascia un libro in taxi», un’iniziativa che sfrutta i sedili delle auto del RadioTaxi del capoluogo toscano come una libreria viaggiante.

Ma un’idea simile era già venuta nell’agosto 2013 al siciliano Filippo Nicosia, che ha allestito un vecchio furgoncino anni Settanta a mo’ di biblioteca itinerante. Il pullmino si chiama Leggiu, cioè “leggo” ma anche “pianissimo” nel dialetto locale: lentamente ha risalito l’Italia aprendo il portellone nelle piazze per condividere libri e incentivare la lettura. Purtroppo però – nonostante alcune belle iniziative – anche il bookcrossing vede l’Italia ultima in Europa: da noi non si legge, nemmeno se è gratis.



Mangiare... a metà

Non solo cultura però: condividendo si mangia pure. Lo sanno gli adepti della piattaforma Eatfeastly.com che organizzano cenoni a casa propria con perfetti sconosciuti. Ogni partecipante garantisce al padrone di casa una quota: il vantaggio è che cucinare per tante bocche abbassa la spesa della porzione singola, oltre al fatto che anche chi vive solo può mangiare in compagnia.

Si guadagna il pane così anche la regista Elena Guerrini che ogni domenica mette in scena uno spettacolo in Maremma: ma il biglietto d’ingresso si paga con olio, vino, formaggio e miele, bottino debitamente distribuito con tutti gli attori a fine performance. Ma c’è persino chi con lo scambio ha costruito un’attivitàÈ – manco a dirlo – il Bar Baratto di Mestre nato nel 2005 dall’amicizia del veneziano Stefano e del senegalese Amadou. Insieme hanno iniziato a offrire panini, bibite, spritz e caffè in cambio di sedie, tavoli, banconi per arredare il locale. Oggi il bar va bene e accetta ancora libri, penne o videogame in cambio di consumazioni.



Come se fossi a casa tua

Qualcuno si è spinto persino più in làsono i fanatici dello scambio-casa, l’ultima frontiera del turismo low cost e consapevole. Il metodo si basa su un accordo tra i proprietari di tutto il mondo che decidono di scambiare la propria casa per pochi giorni o per un anno intero. Non importa se lo si fa per vacanza, lavoro o studio: lo scambio-casa è innanzitutto una mentalità. Sì, perché metratura o valore non conta e capita spesso di scambiare un bilocale con un enorme casale. Il tutto è possibile grazie a decine di siti (e app!) che mettono in vetrina case da tutto il mondo.

In effetti in questo campo internet e street view sembrano fondamentali per evitare di scegliere alla cieca... In realtà anche prima dell’avvento del virtuale, lo scambio casa ha funzionato benissimo per almeno sessant’anni. I pionieri - una nicchia di viaggiatori del nord Europa - crearono associazioni ad hoc per favorire lo scambio tra i soci: allora per vedere in anteprima la casa-vacanze c’era solo un catalogo di carta...

Anche per chi preferisce pernottare in albergo, c’è una soluzione condivisa. È il caso del bed & breakfast sardo VillaVillaColle, una torre seicentesca che ruba il nome alla mitica abitazione di Pippi Calzelunghe ma è la casa della famiglia Meschi decisa a dare ospitalità gratis. Esatto: per il pernottamento e la colazione non serve nemmeno un acconto, in cambio solo prodotti biologici o piccoli lavoretti di manutenzione alla casa; ma si può benissimo sdebitarsi anche dipingendo un quadro e persino raccontando una storia!





Mettere in comune

Dai vicini ai cittadini il passo è breve: così la condivisione diventa un affare da mettere in Comune. Lo sanno bene le amministrazioni locali che negli ultimi anni hanno dovuto adeguarsi alle esigenze dell’economia sharing. Già, perché in una logica condivisa, autobus e treni non bastano più: anche macchine, motorini e biciclette devono essere alla portata di tutti.

Ecco dunque il car sharing come alternativa all’automobile propria in città. Il sistema di prestito dei motori nasce dalla testa della piccola azienda americana Zipcar che scambiò per prima auto elettriche, ma si sviluppa velocemente oltreoceano tra Svizzera, Francia e Olanda. Oggi praticamente tutte le grandi città conoscono il servizio che nel mondo muove un miliardo di dollari di fatturato all’anno, una cifra destinata a quintuplicare in sei anni.

Tanto che la multinazionale dell’autonoleggio AvisBudget ha sborsato ben 500 milioni di dollari per Zipcar, diventata l’azienda top dell’autosharing. Già, e i motivi della crescita sono tanti: nel futuro più del 75% della popolazione mondiale ruoterà intorno a una metropoli e ci sarà bisogno di un buon trasporto pubblico.

Inoltre la questione ambientale è sempre più sentita, soprattutto tra i giovani, propensi alle nuove forme di utilizzo a discapito della proprietà privata. Non a caso il futuro del car sharing potrebbe sfruttare anche la condivisione tra utenti: si calcola infatti che in media un’auto privata rimanga ferma per il 93% del tempo... un’eternità che si potrebbe mettere a frutto affittandola anche solo per un giorno all’anno. Un’azienda americana ha addirittura trovato uno stratagemma conveniente per i flyers abituali: perché non lasciare a disposizione la propria macchina invece di pagare un parcheggio salatissimo?

Ma sono Torino e Milano ad aver fatto la vera impennata su due ruote: infatti sono le prime tra le città italiane ad aver introdotto il bike sharing in sostituzione facoltativa a tram e metrò. L’idea di prendere una bicicletta in un punto della città e di lasciarla comodamente a destinazione piace a sempre più gente stanca di code e vagoni affollati. Per pedalare basta un abbonamento attivabile pure da smartphone.

Oggi con una flotta di quasi 4000 biciclette, 200 stazioni e 10mila ciclisti al giorno Milano è fra le prime cinque città europee per diffusione di bike sharing. Per Expo 2015 le bici gialle – che si trovano in centro ma anche verso la periferica circonvallazione – avranno nuovi freni a disco e ci sarà un meccanico a chiamata per riparare con mastice e brugola ogni bici guasta in città. A Madrid e Parigi invece si sperimenta lo scooter sharing: e pare che dopo bici e auto anche al capoluogo lombardo non dispiacerebbe fare terno.



Chagall in salotto

Però si concorderà: almeno Picasso non è roba per tutti... Non la pensa così il piccolo comune emiliano di Cavriago che 4 anni fa ha lanciato un’iniziativa veramente “d’autore”: il prestito di Chagall. Già, perché il centro culturale cittadino promuove il prestito a casa di libri e dvd ma anche di opere d’arte. D’altronde all’estero appendersi un Van Gogh in salotto non è una novità, tanto che l’ispirazione dell’amministrazione comunale viene proprio da un’artoteca nei pressi di Parigi...

Ma da noi si tratta di una vera rivoluzione. A Cavriago in prestito ci sono circa 150 quadri rinnovati ogni anno: tra le altre cose anche illustrazioni e fotografie concesse da autori viventi e tutte coperte da assicurazione. Così a parte i 50 euro di cauzione sul sigillo di sicurezza, chi si porta a casa un Fontana non rischia niente: sarà per questo che a Cavriago il Block Buster ha chiuso, l’artoteca no.



Senza un euro

Ma gli scambi istituzionali non si fermano certo qui. Molti Paesi del mondo stanno sperimentando infatti il countertrade, cioè un sistema di importanti operazioni commerciali internazionali basate sullo scambio delle risorse.

In pratica ogni Paese offre agli altri qualcosa in base alla disponibilità del territorio o alla sua esperienza. Così potrebbe capitare uno scambio di computer per argento o di grano per la costruzione di un ponte. Anche l’Italia sta ragionando se è davvero possibile un progetto per iniziare a condividere il mondo.

Tornando al computer, a parte gli esempi di oversharing citati all’inizio di patologie da “condivisione compulsiva” e di uno spreco di tempo assolutamente anti-economico (in Italia in media si passano un paio d’ore al giorno a scorrere la propria timeline), è tutt’altro che da sottovalutare il tipo di condivisione delle donne che frequentano My Breast Cancer Team, il social network che mette in contatto circa 5000 pazienti colpite dal cancro al seno; lo strumento, creato nel 2012 da due professionisti web di San Francisco, vuole favorire il dialogo e lo scambio di consigli sulla malattia. Anche gli autistici e gli affetti da sclerosi multipla hanno messo in piazza il loro male per combattere almeno l’emarginazione sociale.

Ma il campione mondiale di sharing potrebbe essere quel ragioniere vicentino di 30 anni che per scelta ha passato l’ultimo anno col conto in banca prosciugato per vedere se vivere di solo scambio è davvero possibile. La sua storia tra Francia, Germania e Toscana sembra un romanzo avventuroso col lieto fine, visto che l’esperimento gli è riuscito benissimo. Anzi non solo è sopravvissuto: è perfino riuscito a tornare a casa dalla Spagna senza una lira.

Infatti grazie a una coppia che lo ha tenuto a dormire una settimana in cambio di una mano nell’ostello di famiglia si è spostato fino ai Pirenei, poi una diffidente donna francese lo ha invitato alla sua tavola per ringraziarlo di averla ascoltata; infine due camionisti gli hanno dato un passaggio fino a casa per una stretta di mano. Da allora i conti non li fa più: perché facendo a metà ha guadagnato il doppio. <
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