Il marziano in carne e ossa

di Paolo Morelli C’è qualcuno lassù? Il marziano in carne e ossa Abbandonato sul pianeta rosso, l’astronauta Ma...

di Paolo Morelli

C’è qualcuno lassù?











Il marziano in carne e ossa

Abbandonato sul pianeta rosso, l’astronauta Matt Damon trova il modo di cavarsela. Ma andranno a recuperarlo?

    L’esplorazione del pianeta Marte suggestiona l’uomo più o meno da quando, nel 1969, mise piede sulla Luna. Sono numerose le opere letterarie e cinematografiche, di fantascienza, che hanno come protagonista il pianeta rosso, distante dal nostro per circa 225 milioni di chilometri.

    Nel 2012, l’autore statunitense Andy Weir scrisse e autopubblicò il suo primo libro, dal titolo L’uomo di Marte (The Martian), che raccontava di un viaggio su Marte, in un futuro imprecisato, per esplorarne le potenzialità e le risorse. Nel suo romanzo, l’uomo metteva piede sul pianeta, cosa al momento ancora irrealizzabile.
    Due anni dopo, l’editore Crown Publishing comprò i diritti di quel romanzo e lo ripubblicò. Ora è arrivato il momento della trasposizione cinematografica, intitolata Sopravvissuto - The Martian, diretta da Ridley Scott e interpretata da Matt Damon.
   
Girato, per la maggior parte delle scene, nel sud della Giordania, in una zona denominata “La valle della Luna” e che ricorda, sempre basandoci sul nostro immaginario e sugli scatti provenienti dalle sonde della NASA, il paesaggio di Marte. La realizzazione del film ha richiesto agli attori una preparazione fisica sfiancante. Jessica Chastain (The Tree of Life, Interstellar), che interpreta una degli astronauti in missione con il protagonista, ha seguito un programma atletico molto simile a quella degli astronauti. Matt Damon, invece, ha dovuto perdere solo qualche chilo: le scene ambientate nello spazio, per lui, sono pochissime.
    Come ha spiegato a Repubblica, però, le affinità con il suo personaggio sono molte, soprattutto per quanto riguarda il senso dell’umorismo. «Siamo stati fedeli all’umorismo macabro del libro – ha spiegato – che ho notato spesso in chi lavora a fianco alla morte. Spero che il film diverta senza perdere il senso della lotta per la sopravvivenza».

Corsa contro il tempo
    Matt Damon veste i panni di Mark Watney, astronauta botanico che prende parte alla missione Ares 3, che ha come scopo quello di sviluppare, sul terreno impervio del pianeta rosso, coltivazioni di piante commestibili. L’idea è – come già paventato più volte nella realtà – scoprire se Marte può ospitare stabilmente la vita e aprirsi a colonizzazioni umane.
    Il clima, però, è tutt’altra cosa. Una tempesta improvvisa e di elevata intensità mette a rischio le strumentazioni degli astronauti in missione e rischia di danneggiare il modulo che permetterebbe loro di tornare sulla Terra. La NASA ordina la ritirata e i sei astronauti corrono alla loro navetta. Una volta decollati, però, scoprono di essere soltanto cinque. Mark Watney è stato colpito dai detriti sollevati dalla tempesta e non è riuscito a salire a bordo prima del decollo. Su Marte, quindi, resta solo lui, ma sulla Terra tutti lo credono morto.
    L’insediamento temporaneo, nel quale vive, è fatto per garantire la sopravvivenza degli astronauti per due mesi. Le strumentazioni di cui dispone sono inutilizzabili e Mark non può fare altro che cercare un modo per sopravvivere. Anche riuscisse a contattare la Terra, il viaggio per “tornare a prenderlo” non durerebbe meno di 4 anni.
    L’istinto di sopravvivenza, in quest’opera, viene portato all’estrema enfasi possibile. Un uomo, solo su un altro pianeta, attinge a tutte le proprie conoscenze tecnico-scientifiche per mettere in piedi un piccolo ecosistema in grado di dargli il sostentamento di cui ha bisogno, sfruttando al massimo i materiali di cui già dispone.
    Nell’insediamento della missione Ares 3, infatti, sono presenti diversi tipi di sementi e numerosi attrezzi da orticoltura, che consentono a Mark di avviare la coltivazione di alcune specie di ortaggi, soprattutto patate. È una corsa contro il tempo, ma l’astronauta sa benissimo di non avere niente da perdere. È questa la condizione in cui l’essere umano dà il massimo e riesce a compiere il salto di qualità necessario a elevarsi rispetto all’ambiente. Non solo.
    Mark, nel frattempo, riesce a far funzionare alcune attrezzature e a inviare un messaggio alla NASA. I suoi compagni, intanto, sono ancora in viaggio. Il messaggio viene finalmente letto sulla Terra e crea grandissimo scalpore, dato che l’agenzia spaziale americana aveva diffuso la notizia della morte di Mark Watney. Che succede a questo punto? Si torna indietro? La NASA nega il consenso, ma gli ex compagni di Mark vogliono andare a recuperarlo.

Solo nello spazio
Il film è avvincente e va decisamente oltre il mero utilizzo di effetti speciali per ricostruire lo spazio e i corpi celesti, che in questa pellicola sono secondari e costituiscono soltanto il paesaggio di contorno: il vero protagonista è sempre l’essere umano.
Mentre spunta la prima piantina su Marte, Mark contatta insistentemente la Terra, ma può la burocrazia lasciare una vita abbandonata a se stessa? Possono i costi di una missione valere più di una vita umana? È un dilemma etico ma anche pratico. Già nell’opera letteraria, Andy Weir evidenzia questo problema. Nella storia, purtroppo, è già accaduto che durante le missioni spaziali si mettesse a serio rischio l’incolumità degli astronauti, anche perché per viaggi di questo genere è possibile prendere precauzioni di sicurezza fino a un certo punto.
Una delle più grandi paure umane, infatti, è quella di trovarsi soli nello spazio, con i piedi nel vuoto o addirittura su un altro pianeta. È una questione che ritorna in diverse opere letterarie e cinematografiche, non ultima la storia raccontata da Gravity, film diretto da Alfonso Cuarón, premio Oscar per la miglior regia nel 2014.
L’uomo di Marte, ripreso nel film Sopravvissuto - The Martian, è un’estensione di questo concetto, che però offre una soluzione positiva (o comunque un tentativo in questa direzione), riconoscendo all’uomo la possibilità di sopravvivere anche in un ambiente apertamente ostile, dove la vita, in condizioni naturali, non esiste. 
L’uomo, in questo senso, si fa “portatore di vita”. Il paesaggio, però, ha ancora labili similitudini con quello conosciuto e dominato dall’essere umano: la terra, la possibilità di coltivare piante, l’atmosfera.
Le competenze tecniche del-l’autore, Andy Weir, sono evidenti sia nella minuziosa descrizione delle infrastrutture – riproposte poi nel film –, sia nell’accurato racconto degli stratagemmi utilizzati dal protagonista per allargare le coltivazioni, nutrirsi e modificare le attrezzature rimaste su Marte, nonché dei calcoli per conoscere l’ambiente in base a diversi parametri.
La precisione geografica con la quale Weir, e quindi Ridley Scott, colloca infrastrutture e percorsi è sorprendente. Grazie alle diverse missioni che si sono succedute nel corso degli anni, la NASA è riuscita a completare le osservazioni raccolte dagli scienziati nel corso della storia (su tutte, quelle del piemontese Giovanni Schiaparelli, 1835 - 1910), al punto da poter tracciare una cartografia piuttosto accurata della superficie marziana.<

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