“Fortezza Europa”, notizie dall’Est

di Giovanni Godio Muri alla frontiera orientale “Fortezza Europa”,  notizie dall’Est L'Ungheria si è appena “fortificata” a tempo...

di Giovanni Godio

Muri alla frontiera orientale

“Fortezza Europa”, notizie dall’Est

L'Ungheria si è appena “fortificata” a tempo di record. Ma non è l'unica. Sul confine bulgaro-turco tanti migranti cercano di entrare nel nostro continente: s’imbattono in barriere di filo spinato e reti metalliche volute dal governo di Sofia.

    Sono una dozzina. Yazidi iracheni, la minoranza religiosa braccata dai miliziani dell’Isis. Sono fuggiti in Turchia, l’hanno attraversata per raggiungere l’Europa della pace e della sicurezza. E nella fredda notte di marzo provano a passare il confine fra la provincia di Edirne e la Bulgaria. Ma qualcosa va storto, li fermano gli agenti di frontiera bulgari, e per il gruppo di yazidi è un brutto capolinea.
    Secondo la testimonianza di uno di loro, Haci Halo, 29 anni, le guardie sequestrano ai profughi le loro borse, li percuotono con i manganelli, li disperdono di nuovo in territorio turco. Uno di loro, Dalil Murad Ilyas, 35 anni, ne esce con una gamba fratturata. Haci se lo prende in spalla, fanno qualche chilometro, poi Haci lascia il compagno e va in cerca di aiuto. È troppo tardi, perché Dalil nel frattempo muore assiderato. Nelle stesse ore nei dintorni del villaggio turco di Uzgac viene ritrovato senza vita un altro giovane del gruppo: si chiamava Mohammed Jawad Kadhim, anche lui sarebbe morto per le percosse e per il gelo. Aveva 29 anni, a quanto pare era ingegnere.

Non si passa
    È accaduto in questo 2015, alla periferia più dimenticata della “Fortezza Europa”. A colpire in questa brutta storia, come ha protestato il portavoce dell’Unhcr (l’Alto commissariato Onu per i rifugiati) William Spindler, «sono soprattutto le testimonianze sulla brutalità che sembra aver portato alla morte dei due yazidi, membri di una comunità perseguitata che probabilmente avevano tutto il diritto di essere accolti come rifugiati».
    L’episodio non è isolato. Le testimonianze di respingimento in Turchia da parte delle autorità bulgare di frontiera, cioè ai confini orientali dell’Europa unita sono numerose. Questi respingimenti, ha sottolineato ancora l’Unhcr, «non sono in linea con gli obblighi di ammettere sul suo territorio i richiedenti asilo». Un profugo infatti può attraversare un confine in modo irregolare perché sa o teme di non avere alternative.
    Ma questo non gli toglie il diritto di chiedere protezione secondo la Convenzione di Ginevra sui rifugiati e le direttive dell’Ue. Invece «l’accesso limitato ai valichi, combinato con barriere più rigide e con i respingimenti lasciano sul confine bulgaro ben poche chance ai richiedenti asilo», ha protestato ancora Spindler.
    Un momento: “barriere”? Già. Perché sì, certo, nell’ultimo periodo sul confine bulgaro-turco sembra che il quadro umanitario sia migliorato. Rispetto a due anni fa l’accoglienza per i 1600 richiedenti asilo del campo di Harmanli, non lontano dalla frontiera, è più dignitosa. Però Sofia ha deciso di fortificare il suo confine con la Turchia con una barriera di rete metallica e filo spinato, dalle punte affilate come rasoi. Anzi, fra distese brulle e boscaglie ne corrono già oggi 30 chilometri nuovi di zecca, scintillanti, sorvegliati da pattuglie e videocamere, mentre su altri 140 Sofia ha già piantato il cartello lavori in corso, o intende piantarlo.


Nelle mani dei trafficanti
    Più a Nord l’Ungheria del premier Viktor Orbán il suo “muro” anti-immigrati con la Serbia lo ha appena costruito a tempo di record. Ma Sofia l'aveva già preceduta. «L’obiettivo della barriera – ha dichiarato il sottosegretario agli Interni bulgaro Philip Gounev – è dirottare i flussi di migranti verso i valichi di frontiera, dove le nostre limitate risorse ci consentono di proteggere con più efficienza i confini europei».
    Secondo Gounev, per i richiedenti asilo presentarsi ai checkpoint ufficiali è più sicuro che arrancare su lunghe distanze sull’aspro terreno collinoso ora sbarrato dalla rete metallica. Il ragionamento non fa una grinza. Peccato solo che all’altro lato dei varchi di frontiera ufficiali le autorità turche lascino passare solo chi ha i documenti in regola, e così, alla fine, in pratica «l’unico modo per entrare in Bulgaria è pagare i trafficanti – taglia corto Krassimir Kanev, direttore dell’ONG bulgara per i diritti umani Helsinki Committee –. E non c’è nulla di sicuro nell’essere stipati nel doppiofondo di un camion nel caldo soffocante dell’estate».
     Le politiche di confine della Bulgaria sono state finanziate con fondi europei, con l’aiuto in loco di uomini e mezzi di Frontex, l’agenzia dell’Ue per il controllo delle frontiere. Fra 2013 e 2014 i migranti e i profughi entrati “illegalmente” in Bulgaria sono crollati da 11.600 a 6.500. I 6.500 che ce l’hanno fatta ad entrare fanno parte di un totale di 38 mila che ci hanno provato. Hanno lasciato soprattutto la Siria, l’Irak e e l’Afghanistan in guerra.
    Quanto a questo 2015 di emergenza e di numeri mai visti nel Mediterraneo e sulla “rotta dei Balcani”, le ultime dal confine bulgaro-turco confermano solo che, per la prima volta, i “clandestini” scoperti ai varchi di confine all’interno di veicoli vari hanno superato gli attraversamenti scoperti nelle campagne. A proposito di camion, doppifondi e rischi connessi. Perché non saranno certo muri e reti e fermare interi popoli in fuga.
    Per il ministero dell'Interno di Sofia il gruppo di yazidi non ha mai raggiunto il confine con la Bulgaria. Ma comunque sia la gestione del limes bulgaro-turco oltre che Sofia, in fondo la capitale di un piccolo Paese in difficoltà, chiama in causa Strasburgo, Bruxelles e i più potenti governi d’Europa.<




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