Le canzoni “invisibili”

di Claudio Facchetti         Un mondo che cambia Le canzoni “invisibili” Le piattaforme che offrono musica in streaming si stanno man...

di Claudio Facchetti        

Un mondo che cambia

Le canzoni“invisibili”

Le piattaforme che offrono musica in streaming si stanno mangiando i cd e anche i download. E per gli artisti non resta che puntare sui tour e il merchandising.


   È arrivata un po’ in ritardo rispetto alla concorrenza, ma è scesa in campo agguerrita. Parliamo di Apple Music, la piattaforma per la fruizione della musica in streaming del colosso informatico di Cupertino, lanciata a fine giugno in 100 Paesi (Italia compresa) e con un catalogo di oltre 30 milioni di brani.
Al di là dei servizi che offre, simili o diversi in confronto agli altri big del settore come Spotify, Deezer, Google Play Music, Rdio e Tidal, l’ingresso potente di Apple nel paesaggio della musica online certifica, se ancora ce ne fosse bisogno, il cambiamento profondo che sta investendo tutto il mondo delle sette note, che coinvolge le case discografiche, gli artisti, gli strumenti per ascoltare le canzoni e ovviamente gli stessi utenti.
    Le cifre parlano chiaro. Per la prima volta nella storia, gli introiti mondiali del digitale hanno eguagliato quelli dei supporti fisici: 46% per entrambi. Vuol dire che metà delle persone ascolta le proprie canzoni preferite sullo smartphone o le pesca dalle piattaforme online, mentre l’altra metà si serve ancora del cd.
     La bilancia, per adesso, sembra dunque in perfetto equilibrio. In realtà, un’analisi più profonda del mercato racconta una storia diversa perché il supporto fisico sta perdendo sempre più terreno (l’8%) e cresce invece il mercato digitale (+7%). Incomincia a scricchiolare persino il download legale, quello di iTunes, che registra un -8%. Dunque, i servizi di streaming si sono spostati sulla corsia del sorpasso nell’autostrada della musica e niente sembra possa fermarli. A sancirlo, l’aumento totale del 39% registrato in un anno di Spotify, Deezer e compagnia bella.

Ascolti senza limiti
    L’inversione di rotta è epocale. I file hanno reso la musica liquida, utilizzabile «in qualsiasi modo, in qualsiasi posto, in qualsiasi momento», come aveva pronosticato qualche anno fa Carly Fiorina quando era CEO del colosso informatico Hewlett Packard.
    Sembra preistoria Napster, il portale che permetteva agli utenti di condividere tra loro i brani gratuitamente, balzato alle cronache nel 2001 per le battaglie legali lanciate da alcuni artisti che reclamavano il pagamento dei diritti d'autore delle loro creazioni.
    Una battaglia persa fin dal principio. Arginare il fiume di bit che arrivava da internet era pressoché impossibile e lo è diventato in modo definitivo con la larga diffusione del formato mp3, che ha compresso le canzoni in tal modo da poterne avere migliaia su un unico strumento di lettura, sia l'iPod, il pc, la chiavetta USB, il tablet o lo smartphone, con buona pace dei puristi del “suono perfetto”.
    Di qui, è nata l'esigenza tra gli addetti ai lavori di trovare una soluzione che in qualche modo frenasse l'illegalità e portasse dei guadagni. È così spuntato una decina di anni fa iTunes, che permette di scaricare legalmente e a basso prezzo la musica, ma dal 2011 si sono fatti largo appunto Spotify e i suoi “fratelli” che offrono la possibilità di ascoltare canzoni senza limiti con varie formule, gratis (ma con inserzioni pubblicitarie) o a pagamento (a cifre basse, senza spot e altre funzioni). Tutto, chiaramente, sottoscritto con contratti stipulati con le varie case discografiche più o meno vantaggiosi per avere la “materia prima”, ossia i brani da offrire al pubblico.
    Un’autentica rivoluzione che, come era facile prevedere, ha provocato un vero e proprio tsunami nel pianeta delle sette note. Agli utenti, alla fine, è andata bene. Oggi possono ascoltare tutte le canzoni che vogliono sborsando pochi euro, se non addirittura gratuitamente. Su un altro versante, ha significato tagli del personale nelle case discografiche e chiusura dei negozi che vendevano dischi. E trovarsi senza lavoro non è mai bello.
    Ma il progresso, c'insegna la storia, va avanti senza fare troppi complimenti. Lo scenario è mutato e con esso il pubblico e il suo approccio all’ascolto delle canzoni ormai… “invisibili”. Lo ha chiarito il dj Jace Clayton: «In passato, i compositori della classica non incidevano dischi. Solo nel XX secolo la musica ha avuto un formato fisico, ma è stata un'anomalia. Ora sta tornando verso l'immateriale, il non comprabile».
    È vero, c'è ancora chi bada alla confezione (la copertina, i testi, le foto, ecc.), ma sta diventando una minoranza, senza contare che tutto questo si può anche scaricare. Non parliamo poi del tanto decantato ritorno del vinile: è in crescita tra gli appassionati, ma in termini assoluti occupa una fetta di mercato risibile: circa 100 mila copie vendute in sei mesi contro 4 milioni di cd, riporta la rivista Rolling Stone.

Concerti, àncora di salvezza
    In mezzo a questa bufera digitale, ci sono ovviamente anche gli artisti, che hanno dovuto rifare i conti con la propria professione. I soldi che arrivano nelle loro tasche per i diritti d'autore, con i cali di vendite dei cd, sono ormai ridottissimi, così come i ricavi dai download e dallo streaming, con percentuali troppo sbilanciate a favore delle case discografiche.
    Come capita spesso, nell’ambiente c’è chi è favorevole e chi è contrario. Cesare Cremonini è critico: «La musica gratis ha fatto perdere valore al supporto discografico». Aggiunge Zucchero: «Mi piace tenere tra le mani qualcosa di “fisico” con una copertina su cui leggere chi ha suonato, i testi… La musica è cultura e anche calore».
     Diversa l’opinione di Marco Mengoni: «È una fase di transizione, ma sono favorevole al digitale». Gli fa eco Saturnino, bassista di Jovanotti: «Una volta passavo le giornate nei negozi di dischi per scoprire nuovi artisti, adesso con Spotify bastano poche ore per inoltrarsi in un mondo di novità sonore». Chiosa Tiziano Ferro: «È vero, il cd e il download stanno perdendo importanza, ma ne guadagnano i concerti».
     In effetti, le piattaforme digitali sono diventate veicoli promozionali per le uniche attività in cui il musicista riesce ancora a guadagnare in proporzione alla propria popolarità: i concerti e il merchandising. Non a caso, da tempo, molti artisti diversificano l’attività, creando linee di abbigliamento e prodotti per la cosmesi, oppure reinventandosi giudici di talent, conduttori tv e radiofonici, produttori, ecc.
     Esempio lampante, ma certo non unico, sono i Kiss, che hanno legato il loro logo a oltre cinquemila oggetti: «È la nostra principale fonte di guadagno» ammette il leader Gene Simmons. Insomma, più sei “cliccato” (download o streaming poco importa), più stacchi biglietti per i tour e vendi merce legata al tuo nome.
    Dunque, il mercato musicale mai come ora è stato fluido. Chi guarda al prossimo domani, prevede presto l'estinzione del cd e il forte ridimensionamento del download, che solo dieci anni fa sembrava spadroneggiare. Ora la nuova parola magica è streaming. Fino a quando? <

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