Il dovere di ricordare

Viaggi di Francesca Binfarè          27 gennaio, Giorno della Memoria                     Il dovere di ricordare Un pugno allo stomac...

Viaggi di Francesca Binfarè

         27 gennaio, Giorno della Memoria                    

Il dovere di ricordare

Un pugno allo stomaco a volte serve. È quello che si riceve visitando i luoghi simbolo della Shoah: i campi di concentramento di Auschwitz e Mauthausen,
la casa – oggi museo – di Anna Frank. Per non dimenticare. Mai.

 Con una legge del 2000 l’Italia «ha riconosciuto il 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, Giorno della Memoria, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte».
Questa data è diventata un appuntamento annuale di importanza fondamentale: ci riporta ai raccapriccianti giorni della Seconda Guerra Mondiale, del III Reich, dell’odio razziale, avvenimenti di cui bisogna tenere viva la memoria
Come ogni anno, scuole e organizzazioni preparano visite ai luoghi simbolo dell’Olocausto in occasione delle commemorazioni di fine gennaio. Ce ne sono tanti, purtroppo, di questi luoghi. Alcuni li menzioniamo qui: ci rammentano uno dei periodi più oscuri della nostra storia, ma ci servono per cercare di dare nuovo slancio alla frase “per non dimenticare”.
Gli edifici dove venivano ammassati i prigionieri

Il campo di Auschwitz
La politica di eliminazione di persone a vario titolo sgradite al regime nazista si realizzava nei campi di sterminio e in quelli di concentramento: in un caso i prigionieri arrivavano con i treni e venivano immediatamente condotti alle camere a gas, nell’altro si moriva di stenti e di troppo lavoro. Tuttavia, si poteva anche sopravvivere.
Ogni cosa, all’interno di queste strutture, mirava al degrado dell’essere umano: la registrazione con i numeri impressi sulla pelle, le punizioni, le restrizioni, i folli esperimenti medici che sarebbe meglio definire pseudomedici, e che molto spesso portavano alla morte dei prigionieri.
Auschwitz era un campo di concentramento (uno dei più duri, se ha senso fare una sorta di “classifica dell’orrore”) e anche di sterminio, attivo fino al 1945: centinaia di migliaia di Ebrei furono uccisi non appena arrivati al campo. Qui venne deportato Primo Levi, numero 174.517, di cui ricordiamo queste parole: «Considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no».
Auschwitz, Oświęcim in polacco, si trova a una sessantina di chilometri da una perla culturale, religiosa e turistica come Cracovia. Auschwitz non era isolato: stava al centro di una serie di campi satellite e, soprattutto, era collegato al vicinissimo campo di Birkenau (Brzezinka in polacco).
Gli edifici che lo componevano, divisi in blocchi, occupavano tre campi principali. All’ingresso, ancora oggi ci accoglie la scritta Arbeit macht frei, “Il lavoro rende liberi”. Auschwitz I ospitava gli uffici, gli spazi per la polizia e i militari, i magazzini e altre strutture amministrative dove venivano “impiegati” molti dei prigionieri. Del complesso restano anche le barriere di filo spinato, parte delle camere a gas e dei forni crematori. Una porzione dei blocchi oggi ospita il Museo Nazionale di Auschwitz-Birkenau. Si possono vedere lettere, foto, documenti, valigie, vestiti, occhiali – montagne di occhiali. E scarpe, specialmente quelle di tanti bambini. Qui sono conservate ed esposte circa due tonnellate di capelli tagliati alle donne prigioniere.
Auschwitz II-Birkenau (anch’esso visitabile) era sia campo di sterminio immediato, anzi, il più grande per numero di camere a gas nei territori dell’Europa occupata, sia di concentramento. Auschwitz III-Monowitz, infine, era un campo prevalentemente di lavoro. Tutto agghiacciante. Una visita al complesso Auschwitz-Birkenau è emotivamente forte ma necessaria: non è retorica dirlo.

Il campo di Mauthausen
Mauthausen, Austria. Qui ogni giorno arrivavano treni carichi di prigionieri. Oggi i visitatori vi si recano come in pellegrinaggio (la visita non è raccomandata ai minori di 14 anni). Nel 1938, dopo l’annessione dell’Austria al Reich, Mauthausen accolse i primi prigionieri: provenivano dal campo di concentramento di Dachau. Qui si lavorava fino allo stremo nelle cave di granito, materiale di cui è ricca la zona, utilizzato per costruire edifici monumentali che dessero lustro alla grandezza della Germania nazista.
Quello che resta della struttura originale del campo di Mauthausen è ben conservato: una volta liberati, però, gli edifici vennero utilizzati dall’esercito americano e successivamente da quello sovietico, cosa che ne ha modificato in parte l’aspetto originale.
Nel 1947, poi, i sovietici consegnarono l’ormai ex campo di concentramento al governo austriaco, che si era impegnato a farne un Luogo di Commemorazione: perciò, furono smantellate molte delle baracche occupate dai prigionieri e tutte quelle utilizzate dalle SS. Nel 1949 il “Monumento pubblico di Mauthausen” venne aperto ai visitatori. Oggi restano in ogni caso numerose strutture visitabili, a perenne memoria dell’orrore.
All’interno del campo di Mauthausen sono esposte due mostre permanenti nel Revier (cioè l’ex infermeria): “Il campo di concentramento di Mauthausen 1938-1945” e “Mauthausen, il luogo del delitto. Alla ricerca degli indizi”.  Inoltre, dalle 9 alle 15 vengono proposte proiezioni cinematografiche in varie lingue, compreso l’italiano.

Una ragazzina ci parla: Anna Frank
L’Olocausto ha un altro simbolo: Anna Frank. La Casa di Anna Frank è oggi un visitatissimo museo, che si trova nel centro della città di Amsterdam: la famiglia Frank era emigrata dalla Germania per sottrarsi al regime di Hitler.
In Olanda la ragazzina che tutti conosciamo scrisse il suo diario, nell’alloggio segreto dove si era rifugiata tra il 1942 e il 1944 per scappare alla furia distruttiva del nazismo, che divampava sempre più. Alloggio segreto che oggi fa parte del Museo.
Come sappiamo, Anna non riuscì a salvarsi (fu scoperta e deportata nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, in Germania, dove morì nel 1945), ma ci ha lasciato le sue preziose memorie, appuntate nel corso di due anni di vita da clandestina e fatte pubblicare dal padre Otto, unico superstite della famiglia.
Il diario originale di Anna e alcuni dei suoi quaderni fanno parte dell’esposizione permanente ospitata dalla Casa, che ogni sei mesi circa rinnova le mostre temporanee, comunque sempre legate all’Olocausto, ad Anna, alla sua vita, ai profughi ebrei e al nazismo. La Casa Museo di Anna Frank descrive le condizioni in cui erano costretti a vivere gli otto clandestini che ha ospitato e le persone che li stavano aiutando. Perché, in mezzo a tutto l’orrore che il Giorno della Memoria ci spinge a ricordare, non va dimenticato chi ha fatto di tutto, rischiando, per aiutare gli altri.
Il Museo Anna Frank si trova nel cuore di Amsterdam, in Prinsengracht 263-267: si raggiunge con una passeggiata di una ventina di minuti dalla stazione centrale. Se si usano i mezzi pubblici, la fermata più vicina è Westermarkt. La casa di Anna è meta di moltissime gite scolastiche: lo scorso autunno il milionesimo visitatore è stata proprio una studentessa, una quindicenne inglese in visita con i compagni di scuola. Qui, per conoscere una ragazza della sua età che ancora oggi ha tanto da dirci: «Non penso a tutta la miseria, ma alla bellezza che rimane ancora». Parole che si accompagnano a quelle di Primo Levi: «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario»

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