Truth - Alla ricerca della veriità

di Paolo Morelli Dietro la notizia Alla ricerca della verità Nel 2004 un’inchiesta televisiva mise in cattiva luce l’allora presiden...

di Paolo Morelli

Dietro la notizia

Alla ricerca della verità

Nel 2004 un’inchiesta televisiva mise in cattiva luce l’allora presidente George W. Bush. Denunciava il vero o il falso?
Il film “Truth” racconta i retroscena della intricata vicenda.


           Truth, in inglese, significa “verità”. La verità è il fulcro del giornalismo, l’obiettivo inarrivabile e su cui si misura il valore di un racconto giornalistico. Si discute – e si discuterà sempre – sul fatto che un articolo sia “vero” oppure no, se le informazioni siano veritiere o falsate. E così via. Eppure, a ben vedere, la verità è un concetto talmente astratto da risultare, nella realtà delle cose, irraggiungibile.
È a causa di questa ambiguità che il giornalismo si intreccia e lotta con il potere politico, che talvolta sfrutta i giornalisti per veicolare i propri messaggi, in altri casi li combatte per preservare il proprio status quo. Spetta al giornalismo restare indipendente in tutto questo

Attacco al potere

Truth è il film diretto da James Vanderbilt, in uscita in Italia a metà febbraio, che racconta una storia di giornalismo e potere realmente accaduta. La sera dell’8 settembre 2004, la CBS News, emittente televisiva statunitense, trasmise un’inchiesta su George W. Bush all’interno della trasmissione 60 Minutes II, che ricostruiva una serie di episodi accaduti tra il 1968 e il 1974, quando l’allora presidente USA ricopriva il ruolo di pilota nell’esercito americano.
Secondo l’inchiesta, Bush non avrebbe adempiuto al proprio dovere di militare. Un ritratto impietoso che scopriva una vecchia mancanza di serietà e attitudine all’ordine da parte di colui il quale, nel 2004, oltre a ricoprire il ruolo di presidente, stava guidando la coalizione mondiale verso la guerra al terrorismo in Afghanistan.
Era evidente come quell’inchiesta trasmessa dalla CBS rappresentasse un chiaro attacco all’autorevolezza del presidente: sebbene si trattasse di episodi piuttosto datati, si trattava del genere di questioni che stanno molto a cuore agli americani.
Eppure, dal giorno dopo, gli effetti di quel reportage non colpirono Bush, bensì la CBS stessa, nella persona di Mary Mapes (interpretata, nel film, da una meravigliosa Cate Blanchett), produttrice dell’emittente e dell’inchiesta, e Dan Rather, giornalista investigativo (impersonato da un Robert Redford in grande spolvero), autore del servizio.
Mary Mapes, al centro delle critiche, accusata di “cattivo giornalismo” insieme a Dan Rather, fu sommersa dagli attacchi politici e dagli altri “colleghi” giornalisti, che sostenevano avesse utilizzato, nell’inchiesta, documenti falsi. Come raccontò la stessa Mary Mapes, nel libro Truth and Duty: the Press, the President and the Privilege of Power, che ha ispirato il film, gli attacchi furono talmente assidui che si arrivò a contestare persino il font con cui erano stati scritti i documenti alla base dell’inchiesta.
L’attenzione si spostò sulle persone di Mary Mapes e Dan Rather, che nel giro di poco tempo lasciarono l’emittente. La Mapes fu licenziata nel 2005, Rather se ne andò spontaneamente (non senza pressioni e rancori) nel 2006. La questione, anzi lo scandalo (per le dimensioni che assunse in poco tempo), fu chiamata Killian documents controversy, ma anche Memogate o Rathergate.


Dentro la redazione

Mary Mapes aveva ottenuto diversi documenti (quattro in particolare furono al centro dello scandalo), redatti dal Tenente Colonnello Killian, ex superiore di Bush quando prestava servizio come pilota, i quali criticavano fortemente la condotta di quello che, in futuro, sarebbe diventato il presidente degli USA.
La giornalista, però, ottenne delle copie, dando adito alle contestazioni sull’autenticità delle stesse. Non potendo dimostrare in maniera inequivocabile che quei documenti fossero veri, la Mapes finì nel tritacarne delle critiche, con Dan Rather che arrivò a dichiarare: «Se avessi saputo che quei documenti non erano inequivocabilmente verificati, non li avrei utilizzati nell’inchiesta».
La CBS, che all’inizio difendeva il proprio prodotto, avviò poi un’indagine interna per verificare la validità dei documenti e, non riuscendo a provarla, si scusò pubblicamente. Senza entrare troppo nel merito della questione, è interessante vedere cosa accada nelle redazioni, nel “dietro le quinte”, durante avvenimenti del genere, che comunque costituiscono una parte importante del mondo giornalistico.
«Il cinema e il giornalismo – ha spiegato James Vanderbilt, che di Truth è anche sceneggiatore – rappresentano modi diversi di raccontare una storia. Sono cresciuto con Tutti gli uomini del presidente (1976) ed ho scritto e co-prodotto Zodiac (2007) e sono sempre stato molto attratto da quello che accade nelle redazioni giornalistiche. Quando esplode una nuova storia a 60 Minutes, cosa succede? Come nasce tutto?».


Come nasce una storia

La questione del “come nasce una storia” affascina soprattutto chi sta fuori dalle redazioni, che solitamente ignora il procedimento giornalistico, abbandonandosi spesso a luoghi comuni che allontanano dalla realtà (anzi, dalla “verità”). L’interesse di Vanderbilt, invece, è quello di accorciare la distanza tra pubblico e giornalisti, utilizzando una storia controversa come la Memogate per mostrare, tutte insieme, le più gravi criticità che si possono abbattere su una redazione.
In circa due ore di film vengono messi a nudo gli intrecci, le insicurezze, gli scontri e le indagini che portano alla creazione di un’inchiesta, ma soprattutto la gestione degli effetti che provoca. Le reazioni, soprattutto quelle politiche e quelle della stampa “avversa” (non è frequente parlare di “amici” nel giornalismo, ma neanche di “nemici”), portano via gran parte del tempo e delle energie.
Non basta fare un buon lavoro – al di là delle questioni legate al caso specifico descritto dal film – perché se ne parli correttamente, bisogna anche fare attenzione alla comunicazione, guidarne il processo e prevenire ogni possibile attacco, che potrebbe, al contrario, vanificare tutto il lavoro svolto. Abbiamo assistito a casi del genere anche in Italia, basta solo fare un piccolo sforzo di memoria.
Nel 2005, Vanderbilt lesse un articolo che parlava del Memogate e ne fu subito impressionato. Da quel momento cercò di mettersi in contatto con Mary Mapes, pensando già al modo di portare sul grande schermo quegli avvenimenti. Come racconta lo stesso regista, lei all’inizio fu reticente per paura di nuove strumentalizzazioni, ma dopo avere incontrato il regista più volte decise di accettare l’offerta di Vanderbilt: il Memogate sarebbe diventato un film.
«Mi fidavo – ha spiegato Mary Mapes – del fatto che Jamie non lo avrebbe trasformato in qualcosa che non era. Mi piaceva la sua sceneggiatura e allora abbiamo analizzato a fondo ogni piccolo dettaglio ma, onestamente, per tutti questi anni, ho creduto che probabilmente non lo avrebbero mai realizzato». Invece il film ha visto la luce, con un budget di 9,6 milioni di dollari.
Negli USA, dove è già uscito, ha incassato finora 3 milioni. Leslie Moonves, attuale CEO della CBS, non ha approvato il film: secondo l’emittente, la storia contiene “distorsioni”. A quanto pare il Memogate non è ancora finito. <

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