Chernobyl, l'allarme non si è spento

Esteri    di Elisa Murgese Chernobyl, 30 anni dopo L’allarme non si è spento Dopo l’esplosione del reattore, nell’area ...



Esteri 
 di Elisa Murgese
Chernobyl, 30 anni dopo
L’allarme non si è spento
Dopo l’esplosione del reattore,
nell’area contaminata la natura sembra tornata in vita.
Ma il problema del nucleare è sempre attuale. E pericoloso.
   Era da poco passata l’1:23 del mattino. Entro qualche minuto, milioni di persone sarebbero state contaminate da sostanze radioattive. Era il 26 aprile 1986, una data che avrebbe consegnato al mondo un nuovo nome per chiamare i disastri nucleari: Chernobyl.
Sono passati trent’anni dall’esplosione del reattore numero 4 dell’impianto nascosto in quell’anonima città industriale dell’Ucraina del nord. Plutonio, uranio, stronzio e cesio-137 per una nube tossica – centinaia di volte più letale di quella generata sul finire della seconda guerra mondiale dalle bombe sganciate su Hiroshima e Nagasaki – capace di spingersi fino in Scandinavia e Finlandia. Contaminate intere regioni di Ucraina, Russia e Bielorussia, senza dimenticare Francia, Germania, Italia, Austria, passando per i Balcani e arrivando fino alla costa orientale del Nord America.
E mentre in tre decadi l’uomo non è riuscito ancora a mettere in sicurezza l’area dell’esplosione o a trovare un accordo sul numero dei decessi, la natura ha scelto di riportare la vita sul luogo del massacro. Ecco quindi alberi e piante rampicanti ricoprire parte dell’area mentre cavalli e orsi si impossessano dei terreni. In sottofondo, gli ululati dei lupi e le impronte delle alci nella neve. Perché dove l’uomo distrugge, la Terra cerca sempre di ricostruire.

Il disastro si scatena
Doveva essere una semplice esercitazione notturna, e invece si è verificato un incidente di grado 7, il più grave mai registrato in una centrale nucleare. Colpa della struttura dell’impianto, ma anche di norme di sicurezza violate e protocolli non rispettati, che hanno portato a un incontrollato aumento della potenza del nocciolo del reattore numero 4 e alla sua successiva fusione.
L’annuncio delle autorità parla inizialmente di un’evacuazione temporanea: allontanare 330mila persone, caricate su camion in una corsa contro il tempo per sfuggire alle polveri di sostanze radioattive. Sul posto, invece, restano solo squadre di tecnici consapevoli che lavorare in quelle condizioni vuol dire votarsi a una morte certa a causa dell’elevato livello di radiazioni. È proprio grazie a loro se la fuga radioattiva viene frenata, contenuta da un sarcofago di cemento armato. Chernobyl da quel giorno in poi sarebbe diventata sinonimo di morte. Almeno per l’uomo.
Perché attorno all’area dell’impianto, nella cosiddetta “exclusion zone” (“la zona di esclusione”), gli animali stanno tornando a ripopolare i terreni, tanto che il numero di “alci, caprioli, cervi e cinghiali all’interno della zona di esclusione di Chernobyl è simile a quello registrato in quattro riserve naturali incontaminate della regione, mentre l’abbondanza del lupo è più di sette volte superiore”. A dirlo uno studio pubblicato su Current Biology lo scorso autunno.
 
Scappati gli uomini,
aumentati gli animali
È proprio l’assenza degli essere umani a consegnare agli animali in libertà nuovi spazi. La spiegazione per l’aumento della fauna selvatica nell’area post-apocalittica a 120 chilometri a nord di Kiev è semplice. Un team internazionale di studiosi, infatti, ha condotto nella zona contaminata un censimento di lupi, alci, caprioli e cinghiali per tre inverni, osservando gli animali selvatici da alcuni elicotteri. «Non è una novità: da quando nel 1986 gli esseri umani se ne sono andati gli animali hanno iniziato ad aumentare», racconta Tom Hinton, uno degli autori dello studio pubblicato sulla rivista specialistica.
Dati alla mano, l’équipe accademica ha addirittura registrato gruppi di cinghiali ripararsi nelle abitazioni abbandonate dove le piante della vite, anno dopo anno, si impossessano di un pezzo di facciata in più. Come a fare notare che, dal punto di vista della natura, la presenza umana incute più problemi delle radiazioni tossiche. Un episodio che «dovrebbe farci capire quanti danni facciamo di solito con la nostra presenza – ha aggiunto un’altra delle firme dello studio, Jim Smith, docente di Scienze della terra e ambientali all’Università inglese di Portsmouth – . Non è che le radiazioni sono un bene per gli animali selvatici. È solo che gli effetti dell’uomo, tra cui caccia, agricoltura e sfruttamento dei boschi, hanno conseguenze di gran lunga peggiori».


L’Italia ecologista
dice “no” al nucleare
Mentre la natura ripopola l’area del disastro, nell’attesa che sia completato entro il 2017 il nuovo contenitore per isolare il materiale radioattivo, ancora non è certo quanti zeri mettere al conto di vittime e malati. Solo 65 i morti accertati dal rapporto ufficiale dell’Onu mentre oltre 4mila i casi di tumore alla tiroide verificati. Di 900 volte superiore la cifra di morti presunte secondo il gruppo dei Verdi del parlamento europeo, che hanno parlato di 60mila decessi. Secondo il New York Academy of Sciences, invece, considerando tutti i tumori mortali determinati dall’esposizione alle radiazioni, si arriverebbe a un milione di vittime.
Cifre a sei zeri anche per le autorità ucraine, che ritengono che più di 5 milioni di persone abbiano sofferto delle conseguenze del disastro, mentre secondo l’associazione ambientalista Greenpeace i casi di cancro dovuti a contaminazione si aggirano attorno a 300mila. «Non sapremo mai il numero esatto delle vittime – aveva detto l’ex segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan – ma quel che è certo è che 3 milioni di bambini hanno richiesto cure mediche e altri moriranno prematuramente». Perché non c’è solo il calcolo dei morti da fare: nella regione ucraina, infatti, sono stati rilevati aumenti di cancro alla tiroide, aborti spontanei (del 23%) e di malformazioni congenite nei neonati (dell’80%).
E dove la salute dell’uomo e dell’ambiente è stata messa a rischio, il movimento ambientalista ha raggiunto il suo apice. Proprio nelle manifestazioni dopo il disastro di Chernobyl, fiumane di persone occupano le piazze in tutta Europa – Italia inclusa – per chiedere la chiusura delle centrali nucleari. Arrivano i primi concreti successi anche per il mondo ambientalista italiano che raccoglie più di due milioni di firme in due mesi e si presenta con le spalle larghe al referendum del 1987, nel quale l’80% degli italiani dice no al nucleare.
Un esempio poco seguito dagli altri Stati europei dato che attualmente sono ancora 14 su 27 i Paesi che producono energia dal nucleare e la Francia ha ben 58 dei 134 reattori in funzione. Standard elevati di sicurezza, aumentati ulteriormente dopo il disastro di Fukushima, ma anche scorie e pericoli che lasciano comunque con il fiato sospeso. Ci sarà mai un’altra Chernobyl?<
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