Penso, disegno, coloro

Fumetto di Leo Gangi Nel mondo delle “nuvole parlanti” Penso, disegno, coloro Tra matite, colori e parole V...




Fumetto
di Leo Gangi
Nel mondo delle “nuvole parlanti”




Penso,
disegno, coloro
Tra matite, colori e parole Virginia, Marco e Jacopo
hanno formato un team che crea fumetti di qualità.
  Si sono fatti in… tre per realizzare il loro sogno e seppur tra mille difficoltà e tanto sudore, Virginia, Marco e Jacopo ci sono riusciti. Hanno così iniziato il loro viaggio nel pianeta dei fumetti, dividendosi in modo armonico le tavole che realizzano, secondo la propria sfera di competenza.
Virginia Chiabotti ha 25 anni ed è addetta a china, inchiostro e colori; Marco Ventura, 29 anni, è lo sceneggiatore; Jacopo Tagliasacchi, il veterano del team (ha 31 anni, compiuti il 26 febbraio), è la matita in azione. Insieme formano una squadra invincibile.

Come avete fatto a “mettere insieme la squadra”?
Siamo stati tutti allievi di Manfredi Toraldo alla scuola internazionale di Comics di Torino. Abbiamo iniziato a collaborare con l’etichetta Manfont, che riunisce molti autori e disegnatori emergenti. Ma non è lì che ci siamo incontrati.

Ma allora, dov’è iniziato tutto?
In realtà ci siamo conosciuti partecipando a diverse fiere del fumetto. Galeotta fu Lucca Comics del 2014: là ci siano ritrovati agli stand e abbiamo cominciato a chiacchierare. Così è nata l’amicizia e ci siamo detti: perché non fare qualcosa insieme?

E prima del corso e delle fiere, cosa facevate?
Jacopo: Fin da piccolo mi dilettavo con le Ninja Turtles e i mostri di He Man, che negli anni ’80 andavano alla grande. Col tempo il disegno mi ha preso la mano e ho iniziato a studiare a scuola le varie tecniche.
Marco: Il mio amore era il cinema. Mi sono iscritto al Dams di Torino, ma era un ambito che non riuscivo a fare mio. Così sono passato ai fumetti: ho frequentato la scuola Comics e mi sono innamorato di questo mondo. E la grande storia è cominciata.
Virginia: Sono partita con tutt’altri interessi. Ho fatto il liceo scientifico e all’università, invece, mi sono iscritta alla facoltà di Lettere. Dopo essere passata dai numeri ai grandi scrittori, ho pensato a quanto sarebbe stato bello disegnare. Ho iniziato un corso serale, ho partecipato a qualche concorso con soddisfazione e poi ho frequentato i corsi di Comics. Mi è piaciuto tantissimo… ed eccomi qua.

Come nascono i vostri personaggi?
Gli spunti arrivano osservando la realtà che ci circonda. Little Norby (il gatto di Dimensioni Nuove, nda) è nato da un compito in classe, grazie a un micione che Marco ha ben in mente.
Le storie aliene di R+ sono il frutto di un brainstorming che abbiamo fatto con la redazione di Mondoerre.


Cosa significa dover realizzare i disegni con delle scadenze?
Intanto, una discreta carica di ansia. Non sempre si è ispirati. Inoltre, a volte subentrano problemi personali che si intrecciano con l’attività. Insomma: non ci si può sempre permettere di essere perfetti come si vorrebbe. Con il tempo e l’allenamento l’impresa diventa più semplice ma si tratta di aspetti che nessuna scuola può affrontare. Sono cose che si imparano solo con l’esperienza. Basti pensare che al Comics di Torino disegnavamo otto tavole in tutto l’anno. Un numero che adesso ci fa sorridere, perché ne produciamo molte di più. La pratica è la “secchiata d’acqua” che fa prendere contatto con la realtà.

Qual è il segreto perché una storia funzioni?
Deve avere senso, essere conclusiva e fare ridere. Il tutto in genere in una tavola e poco più.

Come vi trovate a lavorare in team?
Ci piace il lavoro di squadra. Precisiamo: per accorciare i tempi ognuno fa la sua parte a casa e a modo suo: Jacopo, per esempio, usa ancora la matita tradizionale. Non si fida ancora dell’informatica al cento per cento. E poi, quando sbaglia gli piace strappare il foglio: col computer non si può fare… ma il resto è tutto in digitale, sia le sceneggiature sia la fase di ripasso dei disegni, che vengono scannerizzati e poi affidati a Virginia perché li colori e li rifinisca ben bene.
Però alla base ci sono molti scambi di idee e di commenti.

Come fate a “restare in contatto” tra di voi?
Ci aiutiamo con la tecnologia e i social: soprattutto Facebook e i google group. Non mancano gli incontri in carne e ossa, dove ci divertiamo un mondo: così il risultato può solo migliorare, perché ci sono più occhi sullo stesso disegno e non ci sono fraintendimenti, o almeno sono ridotti al minimo.
Ci troviamo bene anche perché siamo spesso sulla stessa lunghezza d’onda e tra noi c’è molta fiducia. Sia chiaro, non vogliamo essere troppo romantici, ma la nostra collaborazione è un venirsi incontro anche in caso di problemi: ci si dà una mano. È questo il bello di lavorare in squadra.

Il punto forte delle vostre vignette?
La cura dei dettagli, e in particolare dello sguardo. Quando si dice che «anche l’occhio vuole la sua parte» è vero! Ma in un altro senso: quello non dell’osservatore, bensì dei personaggi. È un particolare fondamentale dell’espressione, che spiega più di molte parole. E, per noi, un fumetto dev’essere prima di tutto espressivo.

Un consiglio a un giovane che voglia intraprendere la carriera di cartoonist?
Deve frequentare una scuola specifica. Una volta c’erano molte possibilità e si poteva fare gavetta da un maestro fumettista. Oggi la produzione è minore, mentre è aumentata la richiesta di competenze immediate.

Ma se tutti seguono le stesse lezioni, non si crea il rischio di un appiattimento?
Dipende da te. Non bisogna mai fossilizzarsi ma provare a fare di tutto, e una volta imparate le basi occorre personalizzare i propri disegni e le proprie storie, renderli “riconoscibili”. Anche quando ci si specializza. Così saranno “unici”.

“Fumettare” è dunque alla portata di chiunque?
Sì, di chiunque e di (quasi) tutte le età, ma bisogna esercitarsi moltissimo. Il talento aiuta, però è fondamentale allenarsi. Specie oggi, dove la concorrenza è spietata. Per esempio, il canadese Todd McFarlane: ha iniziato tardi, a 25 anni, ed è un fuoriclasse. Così anche, dalle nostre parti, Vittorio Giardino.
Siete giovani ma avete già alcuni anni di esperienza sulle spalle nel mondo dei cartoon. La passione c’è ancora?
In effetti, tutto è iniziato come passatempo e ora è un lavoro: quindi va preso seriamente, senza tralasciare regole e difficoltà. E senza dimenticare che il successo non viene subito, ma con grinta, passione e testardaggine. Se però senti che è la tua strada, devi provarci.
Poi, visto che senza hobby non riusciamo comunque a stare, ce ne siamo trovati degli altri: ad esempio il giardinaggio, ma anche la lettura. Stimolano la fantasia e la creatività.

Credete ancora nei fumetti come mondo fantastico?
Essere e operare all’interno di questo settore lo smitizza un po’. Molti autori li incontri alle fiere e ti rendi conto che sono umani. Leggendo le loro storie non ti fermi più alle suggestioni che lanciano ma guardi le immagini con occhio critico, cercandone i difetti o spunti per migliorare. L’aspetto professionale prevale su quello amazing, sorprendente.

Già. Ma se voi foste un fumetto, quale vorreste essere?
Virginia: una striscia autoriale come quelle disegnate da Craig Thompson.
Marco: la saga di Paperon de’ Paperoni di Don Rosa.
Jacopo: Akira. Un fumetto realizzato ottimamente e dalla potenza immaginifica straordinaria.

Come riuscite ogni volta a inventare storie diverse con gli stessi soggetti?
Idee davvero originali ce ne sono poche ma il bravo autore riesce a rielaborare temi già trattati declinandoli nel suo contesto storico, con citazioni ben riadattate. Certo, il rischio è di ripetersi, di rifare le stesse battute. In parte cerchiamo di evitarlo, In parte sono un segno distintivo, la nostra firma.<
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