Una chitarra tra le stelle

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Musica
di Claudio Facchetti

 
A tu per tu con Brian May



 
Una chitarra
tra le stelle
Colonna portante dei Queen, l’artista si prepara a tornare in azione con il gruppo. Abbiamo parlato con lui di rock, dell’indimenticabile Freddie Mercury e di astrofisica.
  Il chitarrista Brian May è una leggenda della musica. È stato uno dei fondatori dei Queen, band inglese che ha formato nel 1970 insieme al cantante Freddie Mercury (scomparso nel 1991) e al batterista Roger Taylor, a cui l’anno successivo si è aggregato il bassista John Deacon. Già solo questo lo colloca in un posto d’onore tra i musicisti che hanno fatto la storia del rock componendo brani indimenticabili come We will rock you, Who wants to live forever o I want it all.
La rivista Rolling Stone l’ha inserito al 26° posto nella graduatoria dei più grandi chitarristi di sempre, mentre altre riviste specializzate lo considerano secondo solo a uno o due altri virtuosi.
Gli interessi dell’artista, tuttavia, non si fermano alle sole sette note, ma spaziano verso altre galassie. È difatti laureato in fisica e, all’età di 60 anni, ha ripreso gli studi conseguendo un dottorato in astrofisica. Per questo gli è stato dedicato un asteroide, 52665 Brianmay.
Appassionatosi alla “sei corde” fin da bambino, a 16 anni Brian May ha costruito con l’aiuto del padre ingegnere quella che è la sua chitarra ideale, la Red Special, che usa ancora oggi. Il fatto di avere uno stile e un suono immediatamente riconoscibili ha portato questo grande chitarrista a collaborare con molti artisti (anche con il nostro Zucchero) in progetti paralleli a quello dei Queen.
Uno di questi è quello con Kerry Ellis, una star dei musical londinesi e di Broadway. Insieme a lei, May ha costruito un sodalizio dal largo seguito grazie ai dischi e ai raffinati concerti realizzati in coppia, visti un paio di mesi fa anche in Italia con il tour One Voice, che ha riscosso tanti apprezzamenti.
Oggi, però, May è già concentrato sul nuovo ritorno sulle scene dei Queen con Adam Lambert, accoppiata vincente che ha preso forma nel 2009, quando la band ha incontrato il cantante americano e lo ha arruolato nel prendere lo scomodo posto di Freddie Mercury sul palco. Da allora, con cadenze periodiche, hanno tenuto una lunga serie di concerti e apparizioni televisive, riscuotendo enorme successo. Tornano ora in azione con un tour, che li porterà il 25 giugno a esibirsi a Padova. Ecco cosa ci ha raccontato Brian May durante il suo ultimo recente passaggio nel nostro Paese.

Tanti dicono che il rock è morto. Per te, che hai fatto la storia di questo genere, è così?
Il rock esiste ed esisterà sempre: è una musica nata per restare. Si dice che sia morto dagli anni ’60, ma a me non sembra. Oggi ci sono ancora tanti giovani musicisti in gamba che lo suonano, quindi sopravvivrà. Lo farà semplicemente perché la passione per le sette note è dentro l’uomo. Dobbiamo trovare un modo per esprimere noi stessi, per dare sfogo a quello che pensiamo, e il rock ci consente di farlo benissimo: permette alle persone di comunicare e di riempire i propri vuoti. Faccio parte di una band, ma questo modo di esprimersi c’è anche quando sono in tour con Kerry Ellis.

Hai fatto cenno alla tua band, i Queen: un gruppo entrato nel mito.
A noi è sempre piaciuto fare musica: quello che ne è seguito è stato un viaggio fantastico. La musica dei Queen mi accompagna anche quando sono in tour con Kerry: proponiamo canzoni storiche della band perché è il pubblico a volerle. Ma, in totale libertà, facciamo tutto quello che ci piace, anche cover dei Beatles.

Il fatto di dover suonare spesso i grandi classici dei Queen ti pesa?
No, anche se siamo un po’ vincolati nelle scelte. Certi brani sono la nostra storia, i tour sono un’opportunità per noi di suonare insieme. Il fatto di aver lavorato con Freddie mi ha ispirato tantissimo, così come l’aver collaborato con Paul Rodgers (vocalist dei Queen dal 2004 al 2009, nda). In ogni caso io ho altri progetti collaterali a quelli con la band che mi consentono di esplorare tutte le canzoni, gli stili e le sonorità che voglio.

Avete già pensato alla scaletta dei brani da proporre?
Non in maniera definitiva, stiamo mettendo a punto i concerti con lunghi scambi di email. Adam ha la sua carriera e deve seguirla; quella con i Queen è un’avventura a parte, ed è per questo che non sono in programma registrazioni con lui. Tuttavia, è bellissimo “essere Queen” in qualche modo con Adam. Non possiamo avere un interprete che impersoni Freddie, e nemmeno ci interessa. Vogliamo solo dare l’opportunità alle persone di vedere e sentire ancora la band, pur senza di lui. Con Adam abbiamo provato anche canzoni meno famose, ma dobbiamo cantare le hit che si aspetta la gente. We are the champions, per esempio, non può assolutamente mancare.
Adam Lambert non era nato quando i Queen hanno pubblicato i loro dischi storici. Com’è arrivato a condividere il palco con voi?
La cosa divertente è che noi non abbiamo cercato Adam. Lui era uno dei concorrenti del talent American Idol e io e Roger siamo stati invitati, alcuni anni fa, a cantare con i ragazzi in gara. Alla fine Adam non ha vinto, ma abbiamo avuto modo di parlarci e confrontarci, conosceva bene la nostra musica. Tutto è nato così. Lui è molto sicuro di sé ma al tempo stesso è un ragazzo umile; è un tipo simpatico, ci divertiamo insieme e facciamo tutto senza alcun problema.

Sei considerato uno dei più grandi chitarristi del mondo. Ma quali sono quelli che ammiri?
All’inizio sono stato fan di Buddy Holly (chitarrista degli anni ’50, nda), ma il mio eroe è e resta Jimi Hendrix (grandissimo innovatore degli anni ’60, nda). Mi piace molto Eric Clapton (uno dei più influenti chitarristi rock e blues, nda). Trovo molto interessanti i giovani, traggo ispirazione da quello che propongono. L’ho detto, sono fiducioso sul futuro della musica.

Come valuti lo stato di salute della musica?
Da parte delle etichette discografiche non c’è molta attenzione verso lo sviluppo delle carriere dei nuovi artisti. D’altra parte, è difficile crescere in un contesto in cui la gente non vuole pagare per ascoltare le canzoni. È triste, ed è un cane che si morde la coda: se vuoi fare il musicista lasci tutto per seguire la tua professione, ma se non guadagni devi smettere di fare musica e trovarti un lavoro per vivere. Perdiamo artisti bravi che non riescono a uscire da questo circolo, ed è un peccato.

A proposito di altro lavoro, non tutti sanno che sei laureato in astrofisica.
La passione per l’astronomia non ha mai influenzato la musica che faccio. Mi fermo spesso a pensare a quanto siamo piccoli rispetto all’universo; in questo senso per me l’astronomia ha qualcosa di spirituale. Guardiamo cosa c’è nella nostra testa la maggior parte del tempo e non vediamo l’immensità del cosmo… che paradosso. <
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