Un salto oltre ogni limite

Disciplina sportiva e filosofia di vita Un salto oltre ogni limite Il parkour o arte dello spostamento unisce preparazione atletica...

Disciplina sportiva e filosofia di vita

Un salto

oltre ogni limite

Il parkour o arte dello spostamento unisce preparazione atletica, coraggio e dimensione estetica. Ma la disciplina nata dalla strada può diventare anche scuola di vita.



  Salgono su muri e tetti come se fossero Spiderman, ma in realtà i “ragni” metropolitani non hanno proprio nessun superpotere. Anzi, a sentire loro si tratta di vere e proprie discipline sportive che – come tali – richiedono tecnica e tanto allenamento.
Stiamo parlando di parkour e free running ovvero tecniche di salto e superamento degli ostacoli che fanno impazzire i ragazzi delle città.

Le origini

Il termine parkour nasce in Francia alla fine degli anni Ottanta dalla parola parcour, cioè “percorso”, alla quale venne aggiunta la “k” per suggerire l’aggressività necessaria alla pratica dell’arte dello spostamento.
Si tratta di una disciplina ispirata al metodo dell’ufficiale di marina Georges Hébert, il quale sviluppò un allenamento specialissimo per le sue truppe, basato proprio sull’esercizio dei movimenti naturali. È un suo allievo David Belle particolarmente dotato nella pratica a fondare il parkour vero e proprio e a diffonderlo sulla rete come racconta il film Banlieue 13. Online, però, c’è chi preferisce far risalire i primi volteggi urbani addirittura agli anni Trenta, mostrando immagini di repertorio di uomini che si arrampicano sugli alberi, saltano di muro in muro e corrono persino sui treni in movimento.



Fenomeno giovane
Qualunque sia la sua origine, oggi il parkour è un vero fenomeno: tantissimi ragazzi lo praticano seguendo video tutorial su YouTube, spesso senza avere le competenze necessarie. La tecnica, infatti, prevede un allenamento lento e progressivo: perché, nonostante dall’esterno sembri tutto un gioco da ragazzi, improvvisare può essere pericolosissimo.
In Italia, il parkour arriva nel 2005, soprattutto via Internet, e da allora si è diffuso a macchia d’olio in quasi tutte le nostre metropoli dove gruppi di bravi saltatori provano le loro evoluzioni nei parchi attrezzati o in strada. A Padova, per esempio, la libera associazione del parkour si chiama Uncensored runners e coinvolge (per ora) otto ragazzi tra i 17 e i 19 anni, tutti con alle spalle esperienze sportive come rugby, atletica e ginnastica.
In un’intervista i ragazzi del parkour – che non sono ben visti dai concittadini più anziani – raccontano la sensazione di libertà che si prova scalando le pareti ma rivelano anche che per muoversi con naturalezza ci vogliono allenamenti di minimo tre ore con riscaldamento, corsa e potenziamento.
È per questo che sei anni fa nel capoluogo veneto è nata addirittura una scuola per insegnare il parkour.

Oltre i luoghi comuni

Anche i ragazzi di Genova Parkour sono tra i più noti traceurs (così si chiamano i praticanti della disciplina) italiani e non a caso alcuni fotografi hanno messo in piedi per loro una mostra dal titolo «Luoghi comuni» che immortala scalate e spettacolari front flip (salti all’indietro con capriola). Alcune amministrazioni comunali invece non sembrano affatto contente della tendenza tanto che dei sindaci, come quello di un paesino del parmense, ha lanciato un appello alla cittadinanza per segnalare alle autorità i giovani protagonisti delle performance in città.
In realtà – a parte qualche eccezione – sono molte le associazioni sul territorio che utilizzano il parkour a fini educativi o sociali. La provincia di Roma, già nel 2007, ha riconosciuto lo sport come strumento per imparare a rispettare se stessi e l’ambiente. Il Fondo Italiano impegnato nell’abbattimento delle barriere architettoniche, invece, sfruttando la moda della disciplina, ha promosso la creazione di parchi specifici per riqualificare gli spazi periferici.
Pensate che due ragazzi sono riusciti a portare il parkour persino in un campo di rifugiati a Gaza, uno dei luoghi più bellicosi al mondo. Si tratta di Mohammed e Abdallah che usano la disciplina come valvola di sfogo alle difficilissime condizioni di vita del campo profughi in cui abitano.
 

Una forma d’arte
Ma l’acrobatica urbana – a metà tra la ginnastica artistica, le arti marziale e la danza – resta soprattutto una forma d’arte. A mettere in luce questo aspetto sono gli appassionati che non a caso preferiscono distinguere tra parkour e free running.
Il secondo termine, infatti, coniato da Sébastien Foucan, metterebbe l’accento proprio sulla spettacolarità dei movimenti più che sull’efficienza come invece dovrebbe fare il parkour in senso stretto. Del free running in effetti esiste anche un campionato mondiale, nel quale vengono premiati i soggetti più creativi che, nell’edizione 2016, sembrano essersi dimostrati i russi che sono saliti sul podio con ben tre atleti diversi!

Non è l’unico sport di strada
Ma gli sport di strada non finiscono qui e, anzi, sono sempre di più le discipline di successo diverse dalle tradizionali specialità. In America, dopo la crisi finanziaria del 2008 che ha messo sul lastrico centinaia di famiglie e sul mercato altrettante ville, è nato il movimento dei pool riders, i cosiddetti “cavalieri della piscina” che vanno in cerca di vasche abbandonate per realizzarvi salti e acrobazie con skate o bici.
Sempre saltando si pratica anche il powerbocking, lo sport inventato dal tedesco Alexander Bock da cui prende il nome e che sta spopolando in Europa. Lo strambo metodo si pratica indossando dei veri e propri trampoli a molla che fanno fare salti di due metri e passi di alme

no tre. I praticanti giurano che la disciplina potenzia i muscoli e migliora il metabolismo, oltre ad essere particolarmente utile per chi è sempre di fretta, visto che con le speciali protesi si raggiungono i 30 chilometri orari.
Ma per “saltare” il traffico qualcuno propone anche il dirt jumping, che consiste nell’eseguire piroette in aria a bordo della propria bicicletta. Questa disciplina sportiva “di strada” per la quale originariamente i ragazzi si allenavano su pedane o montagnette di sabbia nelle periferie delle città, dal 2008 è entrata a far parte degli sport olimpici.
Esattamente cento anni prima qualcosa di simile era accaduto anche alla specialità poco nota dei racquets (racchettoni), uno sport molto simile all’odierno squash che era nato nel 1700 come passatempo nelle prigioni londinesi e che poi, nel 1908, partecipò alla IV Olimpiade.
Infine, anche il curling – il gioco che consiste nello “spazzolare” il ghiaccio per far scivolare più velocemente verso la mèta i piattelli – conosciuto come sport del popolo tra i tessitori scozzesi si è conquistato un posto tra le discipline ufficiali dei Giochi olimpici invernali. Chissà che l’onore tocchi presto anche agli sport metropolitani di oggi, dal powerbocking al parkour. Staremo a vedere.

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