“Li abbiamo visti respirare la pace”

Attualità  di Giovanni Godio Un progetto pilota unico in Europa “Li abbiamo visti respirare la pace” mappa ...



Attualità 
di Giovanni Godio
Un progetto pilota unico in Europa



“Li abbiamo visti

respirare la pace”

mappa dei paesi di primo asilo
Per accogliere profughi e migranti ci sono metodi sicuri e legali che funzionano. Come i corridoi umanitari.



  Pensavano di non avere altra chance che le acque del Mediterraneo, su un barcone. A far esitare il signor Mohammed erano solo due cose: la figlia con quella malattia rara e le notizie sulle tante vittime. «Troppa paura, la paura di perdere, dopo mia moglie, anche tutto quello che mi era rimasto, i tre figli piccoli». Ma non tutto era già scritto.

Nel campo profughi di Beirut una giornalista viene a sapere della situazione di questa famiglia irachena, la segnala a una ONG libanese e la mette in contatto con gli operatori della rete del progetto dei “Corridoi umanitari”, realizzato dalla Comunità di Sant’Egidio, dagli evangelici e dai valdo-metodisti italiani. Mohammed e i tre figli Hussein di 14 anni, Mariam di 12 e Ibrahim di appena quattro, segnalati alle autorità diplomatiche italiane, ottengono un visto umanitario e a maggio possono partire da Beirut, in aereo, con un centinaio di altri rifugiati. Direzione Roma Fiumicino, Italia.



Un (primo) bilancio di fiducia

Salutando il Libano si sono lasciati alle spalle quasi sette anni di campo profughi. La mamma se n’era andata due mesi prima, a febbraio, consumata da una malattia contratta nel campo. Avevano lasciato Baghdad quando Ibrahim non era ancora nato, fuggendo da un Paese incapace di uscire dalla guerra civile e dove, soprattutto, non c’erano più servizi per prendersi cura della malattia di Mariam, una disfunzione del sistema venoso poco conosciuta.

Mohammed a Baghdad aveva due negozi di riparazione PC e di telefonia mobile. Però lui e la moglie non avevano esitato davanti alla proposta di entrare in un programma di cooperazione sanitaria con il Libano. Anche se, alla fine, il loro arrivo nel Paese dei cedri era stato da profughi, in un contesto tutt’altro che protetto. E gli anni erano passati uno dopo l’altro, senza speranze di cura per Mariam. Fino a quel balzo in aereo sopra le rotte assassine del Mediterraneo, liberi per sempre dai trafficanti di merce umana.

Da Fiumicino Mohammed e i figli sono stati accompagnati a Novara dove vivono oggi, accolti dal gruppo locale della Comunità di Sant’Egidio e da una parrocchia del centro storico. Per riservatezza abbiamo cambiato i loro nomi.

«È chiaro che quella del signor Mohammed è una famiglia ferita, in particolare, dalla perdita vissuta in Libano: qui a Novara in casa hanno subito appeso la foto della mamma – testimonia a DN Daniela Sironi, responsabile di Sant’Egidio per il Piemonte – . Però il bilancio di questi primi mesi in Italia è un bilancio di fiducia, di una possibilità di vita che sta rifiorendo. Li abbiamo visti sorridere (soprattutto i ragazzi, i più assetati di vita e di relazioni), li abbiamo visti respirare la pace nella possibilità di fare una passeggiata al parco, di mangiare una pizza, di fare una partita a pallavolo, di giocare su un’altalena liberi da minacce e dall’ansia per il domani». Per Mohammed, che ha 50 anni, la motivazione principale sta nel futuro dei tre figli, anche se, confida con un filo di malinconia, «non è facile fare da padre e madre insieme».



Le associazioni?

Meglio dell’UE

Si può aspettare e ricevere i profughi e i migranti alla meno peggio, salvandoli in mezzo al mare o quando sbarcano (noi italiani in questo siamo ormai specializzati). Ma ci sono anche modi più intelligenti, più sicuri per tutti e, alla fine, forse anche meno costosi. Uno di questi sono proprio i “corridoi umanitari”: iniziative nelle quali si concede direttamente a profughi in situazione di “vulnerabilità” (oltre alle vittime di persecuzioni, torture e violenze, parliamo di famiglie con bambini, anziani, malati o persone con disabilità) un ingresso legale con visto umanitario, un’accoglienza dignitosa e la possibilità di presentare domanda d’asilo, dopo aver verificato la loro situazione nei Paesi dove sopravvivono in condizioni precarie.

I “corridoi” non sono certo una novità nella storia della solidarietà internazionale. Ma quest’anno ad aprirne uno con un progetto pilota unico in Europa è stata la società civile, sia pure in collaborazione col governo del Belpaese. Protagonisti la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e la Tavola Valdese, che hanno firmato un protocollo d’intesa con i ministeri degli Esteri e dell’Interno.

Il progetto prevede l’arrivo nel nostro Paese di 1.000-1.500 profughi nel giro di due anni dal Libano (per lo più siriani fuggiti dalla guerra), dal Marocco (dove arrivano molte persone in fuga da Paesi subsahariani dilaniati da conflitti e violenze diffuse) e dall’Etiopia (eritrei, somali e sudanesi).

Lo Stato non mette un euro, tutto è finanziato, viaggio e accoglienza, dalle organizzazioni promotrici. A partire da febbraio i profughi già accolti fra Lazio, Emilia-Romagna, Trentino e Piemonte sono già centinaia. E per mesi i numeri del progetto “Corridoi umanitari” messo in piedi da Sant’Egidio, evangelici e valdesi sono stati simili, per dire, alle deludenti performance dell’ufficialissimo programma UE per la “ricollocazione” nei Paesi membri di una parte dei richiedenti asilo sbarcati in Italia.



...E meno male che c’è la app

A Novara Mohammed, Hussein, Mariam e Ibrahim hanno ricevuto in uso un appartamento. Sono seguiti per le pratiche d’asilo. Sono sostenuti in tutte le spese e, ovviamente, in tutto ciò che è necessario per la malattia di Mariam, «una ragazzina bellissima che però deve essere seguita». Ma fin da subito, un vero caposaldo del progetto dei “Corridoi”, si è iniziato a pensare alla loro integrazione.


Il giorno dopo il loro arrivo tutti e quattro, il piccolo Ibrahim compreso, hanno iniziato a studiare l’italiano («ma meno male che c’è anche quell’ottima app italiano-arabo…»). I ragazzi sono stati inseriti nei centri estivi prima di iniziare la scuola a settembre. Mohammed sarà aiutato a trovare un lavoro. E attorno alla famigliola si sta costruendo una rete di relazioni, anche grazie alle famiglie musulmane amiche della Sant’Egidio novarese.

«Ci diamo un tempo di due anni per un percorso di integrazione che li accompagni verso l’autonomia – chiosa ancora Daniela Sironi – . Questa accoglienza nella parrocchia è molto sentita, la gente ha capito che è possibile uscire dalla rassegnazione e dal senso di impotenza di fronte alle tragedie che ogni giorno ci passano sotto gli occhi in Tv». <
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