ONG Il prezzo della solidarietà

ONG Il prezzo  della solidarietà Nel mondo del “non profit”  non mancano problemi,  sospetti, poca trasparenza.  Ma è anche vero ch...




ONG
Il prezzo della solidarietà

Nel mondo del “non profit” non mancano problemi, sospetti, poca trasparenza. Ma è anche vero che, al contrario, tante organizzazioni danno una mano a chi ne ha bisogno.


SOTTO LA LENTE

Facciamo un gioco: sei in coda per un concerto, hanno aperto i cancelli, ti accorgi di non avere chiuso a chiave la porta di casa, dopo che mamma e papà (fuori per il weekend) ti avevano pregato di farlo. Per fortuna, vicino a te ci sono il presidente di una grande azienda, un sottosegretario del Governo e il responsabile di una ONG. Tutti e tre disposti ad aiutarti, gratis e senza nessun impegno da parte tua. A chi affideresti le chiavi di casa?
Secondo un’indagine internazionale la maggioranza non ha dubbi e sceglie l’ONG, perché si fida. E si fida perché chi fa del bene non può comportarsi male.
Ma è sempre così? Il test riprende (reinterpretandolo un po’) quello del controverso libro L’industria della carità, che ha evidenziato luci e soprattutto ombre del mondo non profit, avvalendosi di testimonianze di ex operatori, saggi, articoli di giornale e bilanci di associazioni.
Non è una voce isolata: negli ultimi anni le denunce giornalistiche e degli studiosi del settore si sono moltiplicate, e sono sorte alcune inchieste giudiziarie. I controlli si concentrano soprattutto sull’utilizzo del denaro che deriva dalle operazioni di raccolta fondi. Soldi destinati a risolvere le emergenze o a realizzare progetti di sviluppo in zone depresse, o ancora a garantire diritti violati a chi non può difendersi da solo. Quello che si traduce di solito con la parola solidarietà. A volte quel denaro sparisce, o serve a pagare la macchina organizzativa della raccolta fondi, o resta semplicemente bloccato per colpa della burocrazia.
L’accusa non cambia: così si tradiscono le attese di chi ha donato una somma per contribuire ad aggiustare una situazione sbagliata, per aiutare altre persone o l’ambiente (e di conseguenza l’uomo) a superare le difficoltà.

La carità fa bene, ma a chi?

C’è chi ne parla come del “business della bontà”. La carità muove gli animi e i portafogli. Per capirci, tra 5 per mille e lasciti vari il 2016 ha concesso alle maggiori realtà italiane del terzo settore (tra cui Save the Children, ActionAid, Medici Senza Frontiere, Emergency, CESVI) complessivamente quasi 600 milioni di euro, confermando un trend che è in continua crescita. 
Si tratta di una cifra sostanziosa, quanto basta per ragionare seriamente sulle iniziative da intraprendere in fatto di cooperazione internazionale e di ricostruzione, per esempio nei paesi feriti dal terremoto del Centro Italia. A questa si aggiungono i contributi pubblici, attraverso la partecipazione ad appositi bandi per progetti specifici.
C’è però chi punta il dito e avverte: non c’è abbastanza trasparenza su come viene speso il denaro e manca il controllo sui risultati. E cita a testimone un rapporto della Corte dei Conti, che ha preso in considerazione 84 progetti previsti tra il 2000 e il 2010 in 23 differenti Stati. Con un esito che sorprende: si è scoperto dai soldi spariti alle opere incomplete o nemmeno iniziate, dalle complicazioni burocratiche ai progetti fantasma.
Non sono tutti così. C’è differenza tra associazione e associazione, indipendentemente dalle dimensioni. Il criterio discriminante è la serietà. Ma il problema resta. Anche chi si comporta bene deve pagare affitto, stipendi a dipendenti e funzionari, mezzi e attrezzatura, costi d
i missione. In altri termini: il funzionamento della struttura. È il prezzo per poter andare avanti e realizzare gli obiettivi per cui l’ente umanitario è nato. Più l’ente è grande, più costa.
Nel caso degli organismi internazionali parte dei fondi viene trasferito dalle filiali locali alla casa madre. E poi ci sono le campagne pubblicitarie per farsi conoscere, che assorbono altre risorse. I soldi per pagare sono presi sempre inevitabilmente dal forziere delle donazioni: la quota si aggira attorno al 20-30% delle disponibilità, ma può arrivare anche all’80%. Ai progetti spetta il resto. Che non sempre è speso bene.

Soldi spesi male

Al riguardo Human Developement Report stilato dall’ONU per l’Africa subsahariana non usa mezzi termini: i Paesi dove questi aiuti erano diretti, anziché svilupparsi si sono impoveriti ancora di più. Se trent’anni fa rappresentavano un quinto dell’indigenza globale, adesso valgono un terzo.
Per loro gli aiuti umanitari non sono più un’occasione di crescita, ma un bisogno per sopravvivere. Sono diventati dipendenti dalla beneficenza. È questa l’accusa più pesante all’operato della cooperazione internazionale.
Il peccato originale probabilmente è la presunzione di risolvere le cose calando i progetti dall’alto, senza condividere davvero l’esperienza della progettazione con gli abitanti del posto. Ma dare un’unica colpa è semplicistico.
Anche la ricerca affannosa di fondi, sempre e comunque, ha la sua buona dose di responsabilità, insieme ai mancati controlli sull’operazione e a un’eccessiva distanza tra chi il progetto lo mette in atto e chi lo subisce. Il rischio è che emergenze come quella dello tsunami ad Haiti e delle guerre in Africa si trasformino in altrettante occasioni per chiedere nuovi finanziamenti e cercare visibilità, anziché per risolvere problemi.
A questi si aggiunge un altro pericolo: la collaborazione delle ONG con i CdA delle multinazionali intenzionati a curare la propria immagine di filantropi e a preservare il proprio impero commerciale.
Negli ultimi anni sono aumentati i grandi brand che si sono rivolti a realtà non governative con offerte di finanziamenti privati per progetti specifici o come partner permanenti nelle attività di sviluppo in un’area geografica depressa. La strategia vale doppio, perché in molti casi viene scontata sulle imposte da pagare e perché così si garantiscono un’aura “ecogreen”. Un aspetto a cui i consumatori moderni sono molto sensibili. Sia chiaro: non c’è nulla di male se un’impresa profit si impegna nel sociale, purché il suo comportamento sia coerente anche quando fa affari, e non sia solo una facciata.


LA PAROLA ALLA DIFESA

Si fa presto a criticare. Però senza l’operato di associazioni e realtà non profit la povertà sarebbe molto più estesa di quanto non lo sia oggi, e gli imperi commerciali delle multinazionali avrebbero ben pochi oppositori. Questo va detto, a difesa di chi si dà da fare tra mille difficoltà a far sì che le cose funzionino.
Migranti, orfani, povertà, salute, cataclismi, salvaguardia della natura. Quanti sono gli ambiti in cui agiscono le organizzazioni del terzo settore? Praticamente infiniti. Perché le associazioni caritative e non profit arrivano là dove le istituzioni mancano o sono in ritardo, grazie a un modo di fare più snello e alla collaborazione gratuita di tantissimi volontari che da sempre sono il punto di forza del terzo settore. 
Oltre al sostegno economico di quanti credono nelle loro attività e nei progetti avviati.


Chi sono le ONG

Gli attori del terzo settore non sono tutti uguali. Ci sono le agenzie dell’ONU, la Croce Rossa, la Caritas, le missioni e le realtà di ispirazione cristiana, le organizzazioni non governative (ONG), le associazioni non profit, i comitati non riconosciuti e quanti in forma diversa (ma organizzata) si occupano di affrontare una questione di emergenza o di necessità senza fini di lucro, cioè senza cercare un guadagno. Molti soggetti nascono per uno specifico problema, per esempio per aiutare gli abitanti di un villaggio del Sud del mondo a costruire una scuola o a creare una cooperativa agricola.
Nello specifico, le ONG sono autonome dai governi nazionali e non hanno finalità imprenditoriali. A motivarle è invece l’ideale per cui si battono: eguaglianza sociale, diritti delle donne dei bambini, ambiente. Il sistema dentro cui si muovono è quello della cooperazione internazionale: seguono progetti in diverse parti del mondo con contributi di cittadini ed evitando il più possibile il sostegno dei “grandi investitori”, che potrebbero influenzarne le idee. Qualche esempio di ONG: Greenpeace, Wwf, Oxfam, Amnesty International.


Il controllo sui progetti

I difensori delle ONG rispondono alle critiche sul loro operato distinguendo intanto tra i finanziamenti pubblici e quelli privati. Nel primo caso, spiegano, i controlli delle autorità sono molto accurati. A volte richiamano una parte del fondo messo a disposizione perché i rendiconti sui progetti non sono completati.
Per le donazioni dei privati invece manca un supervisore pubblico. Ma dovrebbe essere lo Stato a costituirlo. In mancanza, il compito è affidato all’Istituto Italiano Donazioni, un organo di autocontrollo.
Sui costi di gestione, e in particolare di marketing per la racconta fondi, si replica che sono il prezzo necessario ad attirare l’attenzione sul problema (ad esempio lo sfruttamento del lavoro minorile) e a suscitare donazioni da parte dei singoli cittadini. Sarebbe più facile cercare grandi sponsor, ma con la contropartita della sudditanza. E quindi con la perdita dell’indipendenza. Un prezzo ancora più alto.
A proposito di grandi sponsor, tra i dibattiti più recenti che coinvolgono anche il commercio equo e solidale, c’è quello sul dialogo con le holding internazionali avviato da alcune organizzazioni non governative per alcuni temi scottanti. Del tipo: il grande brand finanzia un progetto di sviluppo e in cambio ci guadagna una patente di bontà, sottoscritta dall’associazione coinvolta.
Gli accusati si difendono osservando che partecipare a tavoli di discussione e magari ottenere un importante aiuto è semmai una conquista, e comunque è meglio che lasciare fare con la scusa di non volersi sporcare le mani.
Non è un ridente camping, ma un campo di accoglienza
per profughi nei Balcani
Quanto al dito puntato sui risultati, è vero che la povertà nel mondo non è stata debellata, ma l’obiettivo si raggiunge un passo alla volta. Per esempio, disturbando l’espansione delle multinazionali che consumano la terra e le risorse delle popolazioni africane e latinoamericane a loro danno (il land grabbing). 
Altro mito da sfatare, i progetti incompiuti. Non sempre si riesce negli intenti, d’accordo, ma ci sono anche tanti interventi che sono stati portati a termine, coinvolgendo le popolazioni locali. Gli esempi positivi non mancano: un grande impianto idroelettrico in Etiopia; il ripristino di 136 chilometri di strade in Libano; diverse iniziative sul microcredito e vari progetti anche nell’Europa dell’Est. Queste e altre opere sono descritte nella “Valutazione di progetti di cooperazione 2012-2015” redatta dal Ministero degli Affari Esteri.
La questione di fondo è un’altra, spiegano dal mondo non profit. Per quante attività siano state avviate finora, non cessa la necessità di interventi per migliorare le condizioni dei villaggi negli Stati africani (Burkina Faso in prima fila, ma anche tutta la fascia subsahariana), asiatici (Bangladesh) e latinoamericani, dove le emergenze sono ancora troppe e i fondi a disposizione, anche se miliardari, sono insufficienti ad affrontarle tutte, dopo decenni di distruzione indiscriminata operata dai Paesi occidentali. Non è una questione di carità, ma di giustizia.
Quasi un miliardo di persone vive in condizioni estreme di povertà, che nemmeno immaginiamo. Quello di aiutarle non è una scelta ma un dovere, a cui bisogna attenersi con ogni strumento possibile. Perché il loro dramma è il dramma di tutti.


IL DOMANI

Brennero 2017.
L'austria dà il "benvenuto" ai migranti che vogliono
passare il confine
Il mondo della cooperazione internazionale è un processo in continua trasformazione, e le critiche servono ad andare avanti, correggendo le esperienze sbagliate e provando nuove strade. L’accrescersi del fenomeno migratorio e i “cerotti” lasciati dall’ultima crisi economica, che hanno svuotato le casse degli Stati “benefattori” hanno imposto un ripensamento del ruolo delle ONG. Si tratta di una trasformazione in atto, che in Italia  si è tradotta in una legge approvata nel corso del 2017 e resa attuativa la scorsa estate.

La riforma del terzo settore

Nella sostanza la riforma affronta quattro temi che saranno determinanti per il futuro del terzo settore. Il primo riguarda il nuovo identikit delle organizzazioni che vi potranno fare parte, guardando più che a criteri formali ai loro obiettivi reali e a quanto si impegneranno  in concreto per raggiungerli. Il tutto si dovrà fare nel nome dell’interesse generale.
Un altro aspetto interessante riguarda la riorganizzazione delle sedi sparse sul territorio, sollecitando le organizzazioni ad accorparle e a razionalizzarle.
Ma è ancora più importante la possibilità introdotta dalla riforma di utilizzare il nuovo servizio civile per rimpolpare le file dei volontari, che negli ultimi anni si sono assottigliate soprattutto nell’area giovanile. 
A tal proposito la riforma prevede un aumento delle risorse a disposizione per i rimborsi ai ragazzi del servizio civile (che ora si chiamerà “universale”) e l’opportunità di prendervi parte oltre che per i giovani italiani e cittadini dell’unione europea anche per gli stranieri residenti, con un programma di iniziative su piano triennale pensata dallo Stato centrale e messo in atto da Comuni e Regioni.
In tutto questo c’è però anche un punto controverso. Si tratta delle norme che regolano il reperimento delle risorse economiche. Tra le varie novità c’è l’ammissione a pieno titolo nel terzo settore anche di soggetti cosiddetti low profit: la caratteristica del “non a scopo di lucro” in altre parole non è più strettamente vincolante, nel senso che le risorse a disposizione che prima si potevano utilizzare solo per attuare gli scopi sociali ora si potranno investire entro un certo limite in obbligazioni e titoli di Stato. Infine, la riforma apre le porte alle joint venture con le imprese profit, là dove possibile e sempre nell’interesse generale.

Volontari al lavoro

Anche senza riforme, il sistema del volontariato si sta evolvendo. Un segnale in questo senso è la tendenza sempre più forte nel mondo imprenditoriale a incentivare i dipendenti a impegnare parte del loro tempo lavorativo a favore del volontariato presso delle realtà non profit: una volta all'anno, una volta al mese, un'ora alla settimana.
Ognuno ha una sua strategia. Alcuni lasciano che sia il personale a decidere dove andare; altri hanno già una loro associazione di riferimento; altri ancora vogliono che vengano messe a frutto le competenze tecniche che hanno a che fare con la propria occupazione.
Certo è un sistema per contribuire al benessere comune. Ma è anche un modo per riconquistarsi la fiducia di clienti e stakeholder (i portatori di interessi nell’area dove opera l’impresa) e in definitiva migliorare la propria posizione di mercato. Come si dice, si unisce l’utile al dilettevole.

L’aiuto che uccide l’aiuto

«L’unico aiuto che serve è l’aiuto che uccide l’aiuto». Lo diceva Thomas Sankara, presidente carismatico del Burkina Faso negli anni ’80, ucciso in un agguato. Le sue parole significano che l’unico vero aiuto è permettere a un popolo in difficoltà di crescere sulle proprie gambe.
Gli interventi paternalistici, imposti e non condivisi “per il bene di quel territorio” non hanno futuro. Al più, creano dipendenza e rendono ancora più complicato il percorso di sviluppo di un’area depressa. E rischiano inoltre di realizzare tante cattedrali nel deserto, utili a giustificare un investimento ma inservibili nella pratica quotidiana degli abitanti di quella zona.
La vera sfida è non cedere alla tentazione dell’assistenzialismo e provare invece a studiare insieme ai tecnici e alla gente del posto quello che è meglio. Vuol dire partire dal basso, fin dall’elaborazione del progetto. Vuol dire abbandonare il proprio punto di vista di osservatore privilegiato e confrontarsi con quello di chi il progetto lo dovrà fare andare avanti. Non è semplice, ma forse è il modo migliore per smarcarsi dalle accuse di cercare solo il “business della bontà” e guardare davvero a un nuovo modello di cooperazione. Ha già un nome, è condivisione. <

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