La tecnologia non basta

attualità di Carlo Mantovani Idee brillanti La tecnologia non basta È quanto sostiene Massimiano Bucchi in un suo libro, ...

attualità
di Carlo Mantovani


Idee brillanti

La tecnologia
non basta
È quanto sostiene Massimiano Bucchi in un suo libro,
dove dimostra come tante invenzioni sono frutto di un lungo processo e le soluzioni hi-tech non sempre sono sufficienti.

 È vero che parlare di innovazione in un Paese come il nostro, dove servono anni di dibattito anche solo per cambiare sistema elettorale, è un po’ come parlare di crisi in Svizzera, ma l’intervento di Massimiano Bucchi allo scorso Festival Letteratura di Mantova, significativamente intitolato La tecnologia non basta, ha dimostrato quanto la materia possa essere interessante.
Soprattutto se a parlarne è un sociologo della scienza come il professor Bucchi, che nel suo libro Per un pugno di idee spiega che l’innovazione non è come il Campo dei Miracoli di Pinocchio, dove basta seminare quattro monete per raccogliere palate di soldi il giorno dopo: è un processo lungo e complesso, dove la soluzione hi-tech, come avverte il titolo della conferenza, non è sufficiente.
L'affollata conferenza di Massimiano Bucchi
Investire in ricerca aspettandosi automaticamente rivoluzioni tecnologiche, dice Bucchi, è sbagliato: un approccio do ut des, in cui all’investimento debba necessariamente corrispondere un risultato immediato, rischierebbe di minare l’intero sistema di finanziamenti alla ricerca. L’innovazione, infatti, non funziona così: non è la trovata geniale di un cervellone solitario, come ci piace pensare, ma è un processo collettivo e non lineare, fortemente condizionato dalla situazione sociale e culturale dell’epoca.
Perché, come diceva Bacone con una frase di sorprendente attualità, «l’innovazione è uno straniero che bussa alla nostra porta e ci chiede di cambiare». Insomma: anche quando la tecnologia è disponibile, non è detto che lo siano le persone.

Tra forchetta e kalashnikov
Per perorare la sua illuminante causa, l’autore analizza una serie di invenzioni che, come recita il sottotitolo del libro, “hanno cambiato la nostra vita”. Prendiamo, ad esempio, il caso della forchetta, uno strumento il cui uso oggi appare normale, ma che in realtà ha impiegato settecento anni ad imporsi sulle tavole italiane: pur avendo notizia della sua esistenza, anche se in forma rudimentale, intorno all’anno Mille, solo nel Settecento usare la forchetta è considerata una questione di igiene ed eleganza, una specie di obbligo sociale.
Un’invenzione che ha cambiato il nostro approccio al cibo e il modo di stare a tavola, pur avendo un contenuto tecnologico bassissimo; e favorita, in Italia, dall’esigenza di mangiare la pasta. Per convincersi che senza l’approvazione sociale non ci può essere innovazione, basta pensare a Google: un motore di ricerca imprescindibile, un oracolo dei giorni nostri il cui successo si basa sul quotidiano utilizzo del web da parte dei navigatori.
L’invenzione della vera arma di distruzione di massa, avvenuta nel 1947 con la produzione del tristemente famoso kalashnikov, serve a sfatare un altro luogo comune: quello secondo cui le invenzioni provengono dagli istituti di ricerca tecnologica.
Questo mitragliatore, utilizzato in tutto il mondo per la sua praticità e robustezza, è stato ideato da un ex soldato russo rimasto ferito durante la Seconda Guerra Mondiale, a suo vedere per colpa dell’arma non abbastanza efficiente: il quale, ad un concorso per progettare un nuovo mitragliatore, sbaragliò la concorrenza apparentemente insuperabile di ingegneri e quotati professionisti del settore. A conferma che l’idea vincente non sempre proviene da ambienti accademici: la freschezza mentale dell’outsider, non condizionato dalle conoscenze attuali, a volte ha la meglio.

Un salto da record
Un altro esempio di invenzione rivoluzionaria a basso contenuto tecnologico è la disinfezione, introdotta nella seconda metà dell’800 da un medico ostetrico ungherese, Ignaz Philipp Semmelweis, il quale comprese che i tanti decessi tra le partorienti erano dovuti al semplice ma drammatico fatto che il personale degli ospedali, fino ad allora, non si lavava le mani.
Il rimedio, una semplice soluzione antisettica a base di calce che avrebbe cambiato la storia dell’igiene pubblica, non fu però accettato dalla comunità medica, che considerò Sommelweis alla stregua di un pazzo. Emarginato dai colleghi, il nostro eroe morì in un ospedale psichiatrico: a conferma che per produrre innovazione e quindi cambiamento, l’invenzione deve superare una serie di insidiose resistenze sociali.
Di I, Bjarteh, CC BY 2.5,
https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2369822
Se parliamo di invenzioni guardate con sospetto, il salto alla Fosbury, che poi rivoluzionò il mondo dell’atleltica leggera, rappresenta di sicuro uno dei casi più eclatanti. Olimpiadi di Città del Messico, 1968: il saltatore in alto statunitense Dick Fosbury, che per la scarsa massa muscolare aveva difficoltà con lo stile ventrale, decide di mettere a punto una tecnica nuova, diametralmente opposta a quella ultilizzata dai colleghi.
Il nuovo stile funziona così bene che Fosbury vince la medaglia d’oro, stabilendo anche il nuovo record. Nonostante lo strepitoso successo, tuttavia, lo stile Fosbury non venne adottato immediatamente da tutti: alle Olimpiadi del ’72, infatti, più della metà degli atleti continuava ad utilizzare lo stile ventrale e debbono passare almeno altri quattro-cinque anni prima che il salto alla Fosbury si affermi definitivamente.

La musica nelle orecchie
Come abbiamo detto, le invenzioni non sono quasi mai il frutto di un processo lineare. A volte, addirittura, sono frutto del caso, come è accaduto nel 1958 per Tennis for two, il primo video gioco della storia: che non venne fuori da qualche creativo dell’informatica, come sarebbe lecito attendersi, ma da un fisico americano, che aveva l’esigenza di intrattenere i visitatori del centro in cui lavorava. Il gioco ebbe un tale successo che le persone facevano la fila per provarlo.
Il primo walkman della Sony
L’invenzione del leggendario walkman della Sony ci fa capire, invece, che il progresso non sempre va di pari passo con l’evoluzione tecnologica. Giappone, 1979: il brillante ingegnere Morita dell’azienda giapponese sta pensando ad un registratore portatile, ma i dirigenti sono contrari, perché si tratterebbe di un dispositivo a bassa fedeltà e il settore della tecnologia musicale punta in direzione opposta.
L’ingegnere insiste e alla fine il suo registratore viene prodotto: dopo un mese, sono già stati venduti due milioni di pezzi. Morita aveva capito che la tecnologia è importante, ma non è tutto: e che tanti giovani, pur di portare la musica con sé e fare altre cose mentre la ascoltano (dando così vita al fenomeno, oggi dilagante, del multitasking), erano disposti a rinunciare ad un po’ di tecnologia.
Segno che alla fine, per avere successo, l’invenzione deve intercettare un’esigenza sociale. Insomma, ormai è chiaro: per innovare davvero e cambiare il mondo, oltre alla tecnica bisogna capire anche le persone. <
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