Do you speak english?

dossier di Ilaria Beretta Do you speak english ? L’inglese è una lingua ormai sdoganata in mezzo...


dossier
di Ilaria Beretta
















Do you
speak english?
L’inglese è una lingua ormai sdoganata in mezzo mondo
e usata in vari ambiti. Come si è diffusa e imposta, com’è cambiata.



ALLA FACCIA
DELLA BREXIT
Migliaia di lingue nel mondo, ma basta un love o un like magari con uno smile per spianare ogni differenza culturale. Perché che tu sia cinese, indiano o spagnolo, poco importa: per cavarsela in giro per il mondo e chiacchierare con gli stranieri senza misunderstanding alla fine basta lui: l’inglese.
Non c’è dubbio ormai che la lingua britannica – con la sua grammatica piana e un vocabolario ormai sdoganato in mezzo mondo – si sia guadagnato il titolo di lingua franca per eccellenza.
Nato nel Regno Unito, l’inglese si è diffuso oltreoceano nelle prime colonie di Stati Uniti, Canada, Australia e India ma è oggi parlato anche in Paesi appena toccati dall’imperialismo britannico (come Malta, Cipro, Gibilterra; ma anche Liberia, Sudafrica, Belize, Giamaica). Chi non conosce l’inglese dalla nascita, poi, lo impara lo stesso perché questo idioma è diventato la lingua ufficiale per molti settori: in inglese parla la finanza, la scienza, la marina, e pure le star della musica e i divi e i registi di Hollywood.
Non a caso questa lingua è stata scelta dai cittadini del mondo come la migliore da usare per capirsi a livello internazionale: il risultato è che la traduzione inglese è d’obbligo su insegne e menù ma anche per validare bandi, provvedimenti e leggi.


L’inglese ai tempi
della Brexit
Proprio quando la supremazia della lingua inglese sembra diventata innegabile, però, la recente decisione della Gran Bretagna di uscire dall’Unione Europea ha cambiato le carte in tavola, lasciando i 27 Paesi membri a interrogarsi sul da farsi, anche a livello linguistico.
Nel bel mezzo del parapiglia generato dalla Brexit, infatti, non poche voci si sono levate preoccupate del futuro dell’inglese, che rischia di perdere la sua funzione di passepartout all’interno dell’Unione. Tra loro, c’è niente meno che Jean-Claude Juncker, il lussemburghese (e dunque madrelingua francese) che riveste il ruolo di presidente della Commissione Europea. «L’inglese è una lingua in uscita nell’UE – ha dichiarato durante un convegno all’indomani del referendum inglese – quindi dobbiamo abituarci al fatto che altre lingue ufficiali vengano utilizzate con la stessa intensità con la quale prima usavamo l’inglese, quindi parlerò in francese e forse in tedesco».
Una provocazione? Forse, ma il problema è reale e rimane: basti pensare che il testo dei bandi di concorso nostrani richiede esplicitamente ai candidati la conoscenza della «lingua veicolare dell’Unione Europea», cioè l’inglese, oggi usata per tutta la documentazione ufficiale.
Ben presto però questo idioma potrebbe perdere il suo primato e restare semplicemente una delle 24 lingue ufficiali europee (in quanto parlata a Malta e Irlanda, membri dell’UE), lasciando il posto a francese e tedesco per i comunicati ufficiali. Sicuramente una situazione non facile per chi quelle dichiarazioni deve capirle facilmente e in fretta, come nel caso dei cronisti internazionali inviati nei palazzi delle istituzioni europee a Bruxelles.

Una crescita inarrestabile
Qualunque sarà la decisione dei vertici dell’Unione Europea, l’inglese è ormai così sicuro di sé che comunque sembra davvero difficile che la sua funzione possa essere sostituita nell’immediato futuro. I dati più recenti rivelano infatti che coloro che parlano l’inglese come seconda lingua sono tra i 470 milioni e il miliardo di persone.
Nel 2000, secondo l’associazione culturale British Council che ne promuove la diffusione con scuole e corsi intensivi, coloro che lo usavano come lingua straniera erano 750 milioni, oltre ai 375 milioni che lo parlavano solo per lavoro; ma nel 2014 questo numero è cresciuto fino a un miliardo e mezzo.
Solo nell’Unione Europea, il luogo dove più viene studiato al mondo, il 67% della popolazione ritiene sia una lingua fondamentale, molto più del tedesco (da sapere per appena il 17% degli intervistati) e del francese che nella scala percentuale della percezione d’importanza si ferma a 16.
In totale, il 38% degli europei parla inglese come seconda lingua, ma in alcune nazioni questo dato aumenta di molto come nel caso dei Paesi Bassi che nel 2012 vantavano il 90% di parlanti inglese, seguiti da Svezia e Danimarca con l’86% e Cipro e Austria (73%).
In un mondo globalizzato e potenzialmente sempre collegato in rete, il numero di chi vuole imparare l’inglese – per lavoro o per diletto – è destinato a salire e le previsioni dicono che entro il 2020 gli studenti internazionali della lingua britannica saranno 2 miliardi.

La lingua che va bene
per tutto
Ma parlare inglese è davvero necessario? Sembrerebbe di sì, a leggere il rapporto Science Citation Index nel quale viene calcolato che oltre il 95% degli articoli scientifici mondiali sono scritti in inglese, benché solo la metà sia stato prodotto da autori madrelingua. Anche nel caso di letteratura e romanzi, la lingua della regina sembra avere la meglio: il 28% di quanto pubblicato nel mondo (ma sul web il dato si alza al 30%) è proprio in inglese.
In ambito lavorativo, le cose non sono diverse anche se il livello di competenza linguistica delle aziende europee varia in base alla dimensione dell’industria (con le più grandi che hanno uffici internazionali e multilinguisti), all’età di dipendenti e dirigenti (i giovani si dimostrano più anglofili dei loro genitori) ma anche al settore, alla nazione e al sesso.
In generale, per esempio, le impiegate donne parlano meglio inglese perché lo studiano più frequentemente a livello universitario; le industrie di consulenza e ingegneristiche vantano maggiore abilità nell’accento mentre su questo aspetto il settore pubblico – nella quasi totalità dei Paesi europei – rimane deficitario.
La cartina dell’inglese per i lavoratori del vecchio continente trova un livello alto nel caso di Paesi Bassi, Danimarca, Svezia, Norvegia e Finlandia, medio per Italia, Spagna e Romania e basso per la Francia. Insomma, se è vero – come dicono alcuni studi – che le nazioni col migliore livello di inglese sono anche le più innovative e hanno economie più forti, allora c’è ancora molto da fare.

Questione
di sopravvivenza
Per spiegare la fortuna dell’inglese, il linguista David Crystal nel famoso libro English as a Global Language sostiene che questa è la prima volta che un linguaggio viene parlato spontaneamente in ogni Paese del mondo e impiegato per qualsiasi ambito. Anche il latino – che pure per secoli ha svolto il ruolo di lingua di scambio nel mondo della cultura antica – non era però accessibile a tutti ed era anzi monopolio di religiosi e alti funzionari, viceversa precluso al popolo semplice. Un divario linguistico che oggi non esiste più e che lascia libero spazio all’avanzata dell’inglese.
Dal 2001 la lingua di Londra è stata scelta persino come codice ufficiale per gestire il traffico aereo con piloti e assistenti di volo: un compito particolarmente delicato se pensate che dal 1970 più di duemila morti in incidenti aerei sono state causate proprio da problemi di comunicazione. Per citarne uno, il disastro aereo di Tenerife (1977) – in cui si scontrarono due Boeing passeggeri e considerato il più grave incidente nella storia dell’aviazione – avvenne in buona misura per le scarse abilità linguistiche del pilota olandese che fraintese le istruzioni (in inglese) della torre di controllo.


AAA
CERCASI INGLESE
OXFORDIANO
Visto che tutti imparano la loro lingua, gli inglesi dal loro osservatorio privilegiato non vedono perché doverne studiare un’altra. Nel bel mezzo di numeri e statistiche, infatti, in una indagine del 2014 spicca la cattiva volontà dei britannici dei quali, mentre più della metà degli europei conosce una seconda lingua, solo il 38% può dire lo stesso.
Le cose però potrebbero presto cambiare se prevalesse l’idea di alcuni linguisti di creare una forma semplificata dell’inglese che possa essere più facilmente appresa e applicata da tutti gli abitanti della Terra. Gli esperti lo chiamano World Standard Spoken English e si tratta di una versione easy del britannico con una minor quantità di vocaboli e che torna utile per uniformare lessico e cadenza degli anglofili globali.
Sì, perché diffondendosi a macchia d’olio, l’inglese cambia tanto che a volte non si riconosce nemmeno. La colpa non è però degli stranieri che peccano nell’uso, bensì proprio dei madrelingua che senza accorgersene storpiano vocaboli, inventano nuovi modi di dire e aggiustano la pronuncia gettando nel panico chi, dall’altra parte del mondo, sui banchi di scuola studia invece un inglese oxfordiano.
A Londra, per esempio, la forma passiva del verbo con get non è più un’eccezione (come invece da grammatica) e anche l’uso della forma in ing è quasi sempre preferita al canonico to+infinito. Per esprimere un’azione continuata al presente – s’insegna a scuola – si può dire They are speaking («Parlano») oppure They speak ma la prima forma sta prevalendo sulla seconda, soprattutto al passivo. Così capiterà di sentir dire più spesso I am being serious («Sono serio») rispetto a I am serious e, se in Gran Bretagna non ci fanno nemmeno caso, tutti gli altri sentono la differenza.
Tra coloro accusati di attentare col proprio comportamento linguistico alla purezza dell’inglese, c’è pure il presidente Donald Trump che fin dalla campagna elettorale ha inventato espressioni inesistenti nel vocabolario inglese (e americano) come to win big league ovvero «vincere alla grande». I ricercatori dell’università Carnegie Mellon hanno valutato il lessico e la grammatica di Trump come quella tipica di uno studente di prima media.
Ma d’altronde una certa svalutazione del linguaggio è fisiologica e anche i grandi non ne sono esclusi. Lo stesso Shakespeare, autore e custode della lingua inglese, fu criticato per l’uso della parola laughable («risibile») e il poeta Keats per la sua abitudine a trasformare sostantivi in verbi. Persino l’inglese parlato dalla regina – considerato una sorta di fortezza linguistica – negli ultimi 50 anni si è avvicinato a quello parlato dai suoi sudditi, acquistando una pronuncia più democratica.
I ricercatori spiegano che l’inglese si sta frammentando in una miriade di dialetti che formano la famiglia degli Englishes, al plurale: Singapore, Nigeria e isole caraibiche hanno fondato nuove parlate, mentre in Papua Nuova Guinea le opere di Shakespeare sono state tradotte in un inglese più “comprensibile”... La stessa cosa è stata fatta col Don Chisciotte, ora disponibile in spanglish, una lingua ibrida tra inglese e spagnolo che si parla ai confini di Messico e Stati Uniti.

Una sola lingua,
mille metodi
Eppure cinquecento anni fa, i parlanti inglesi erano appena cinque milioni e vivevano soprattutto nelle isole britanniche. Le cose hanno iniziato a cambiare soltanto nel 1919 quando – a Grande Guerra conclusa – il presidente americano Thomas Woodrow Wilson volle trasformare l’inglese nella lingua della diplomazia internazionale e ottenne che il trattato conclusivo del conflitto venisse scritto anche nella sua lingua (oltre che in francese).
Per anni i due idiomi si sono fronteggiati in un continuo testa a testa, dopo la Seconda Guerra Mondiale però, gli Stati Uniti vincitori esportarono insieme al loro modello culturale anche quello linguistico. Con rock ’n’ roll e jazz, film di Hollywood e serie TV l’inglese conquistò il mondo. Come se non bastasse gruppi britannici come Beatles, Rolling Stones, Queen e Pink Floyd divennero l’icona di una generazione e l’inglese divenne sempre più cool.
Più recentemente l’anglofilia è cresciuta ulteriormente con la rivoluzione tecnologica e con l’avvento di Internet, i cui codici abbreviati che sembrano incomprensibili si basano invece sull’inglese. Non impararlo sembra dunque impossibile, anche se per farlo ci sono diversi metodi: quello usato in Italia è il modo classico, impiegato – per intenderci – anche per studiare latino e greco. Si tratta di memorizzare la grammatica e i vocaboli per poi esercitarsi nella traduzione e (troppo) poco nell’orale.
All’opposto invece c’è chi preferisce leggere brani e conversare, soprattutto in classi poco numerose, ma il metodo cosiddetto “diretto” può diventare un’arma a doppio taglio visto che la pronuncia dell’insegnante deve essere impeccabile. Quasi scomparsa è invece la tecnica audio-linguistica che consiste nel ripetere di continuo le stesse frasi introducendo poche variazioni per volta: il metodo era adoperato dall’esercito americano a partire dagli anni Sessanta per insegnare l’inglese velocemente agli alleati ma è decisamente superato.
L’insegnamento più diffuso nelle scuole inglesi oggi è invece il metodo comunicativo (anche noto con la sigla CLT) che unisce la capacità di lettura a quella di scrittura, l’abilità nell’ascolto all’ostica speaking. Forse per capire qual è il sistema d’insegnamento più valido dovremmo guardare ai migliori, ovvero ai Paesi in testa alla classifica dell’English Proficiency: scopriremmo che questi Stati privilegiano ore di conversazione con insegnanti madrelingua.
Per fortuna oggi chiunque può scegliere come imparare una seconda lingua, anche senza bisogno di frequentare scuole costose o corsi intensivi a Londra. Basta un clic infatti per consultare il dizionario, accedere a lezioni di lingua gratuiti, video su YouTube che chiariscono dubbi – è il caso di dirlo – amletici e post su blog specializzati per migliorare la propria writing. Avendo a portata di mano una mole così vasta di informazioni, per imparare a dovere l’inglese non ci sono più scuse.


Di Diliff - Opera propria, CC BY 3.0,
 https://commons.wikimedia.org/w/
index.php?curid=3668596
L’ITALIA
SOTTO IL BIG BEN
E in Italia? Per i nostri connazionali la luna di miele con l’inglese sembra appena iniziata, con dei numeri più confortanti rispetto al ventennio passato ma ancora insufficienti rispetto al livello medio europeo. Tuttavia, pur in un rapporto travagliato, per noi l’inglese è oggi la lingua straniera per antonomasia con 17 milioni di parlanti più o meno fluent nella penisola.
Eppure non è sempre stato così: a partire dal Seicento, infatti, fu il francese a imporsi sul latino come la lingua di maggior prestigio e per tre secoli non venne messa in discussione la sua dominanza tanto che persino il trattato di Vienna – con il quale si ratificava la sconfitta di Napoleone – venne scritto nella lingua dei vinti e non in quella del vittorioso impero britannico.
Il sistema scolastico italiano risentì di questa influenza e per anni al liceo classico – l’unico che permetteva l’accesso alle facoltà di Lettere, Filosofia e Giurisprudenza, le più importanti per la classe dirigente italiana – si studiava latino, greco e... francese. All’unica lingua moderna si dava in realtà poca importanza: le lezioni coprivano solo due anni, prima per tre ore e poi per appena due alla settimana.
L’unico corso aperto allo studio delle lingue, il cosiddetto “Liceo Moderno” fondato nel 1911, venne abolito dalla riforma Gentile durante il fascismo. Al suo posto fu creato il “liceo femminile” ovvero tre anni di studio per approfondire le lingue (latino, francese e, a scelta, inglese o tedesco) che però non dava accesso all’università. Anche dopo il 1945, lo schema orario del Classico rimase uguale, il liceo femminile venne trasformato in Linguistico ma questa scuola era gestita quasi unicamente dagli istituti religiosi femminili e frequentata soprattutto da ragazze.
Fino agli anni Settanta dunque la lingua straniera per eccellenza era ancora il francese: solo con l’approvazione della Scuola Media Unica senza il latino obbligatorio e alcuni decreti del 1974, alcuni istituti (tra cui i primi licei linguistici statali) sperimentarono l’insegnamento dell’inglese.
La rivoluzione culturale globale fece il resto, avvicinando i giovani alla lingua britannica e obbligando la scuola ad adeguarsi: alla fine degli anni Ottanta, gli studenti che alle medie studiano l’inglese sorpassano i loro colleghi dediti al francese ma nel 1993 siamo ancora in una situazione di parità. Solo dieci anni dopo, il Ministero renderà obbligatorio l’insegnamento dell’inglese alle elementari (la Svezia lo aveva fatto nel 1962) e nel 2010 la stessa legge viene applicata anche alle scuole superiori.
È sempre più normale anche per le università nostrane offrire corsi in inglese, come fa il Politecnico di Milano che addirittura obbliga gli studenti di alcune facoltà a seguire la specialistica in lingua straniera. Insomma, sembra proprio che oggi stiamo recuperando gli anni perduti anche se in alcuni aspetti siamo al medioevo. Per esempio nel cinema, dove i film vengono sistematicamente doppiati invece di preferire quelli in lingua originale (magari con i sottotitoli), come si fa in tanti Paesi stranieri.
Anche in questo per fortuna ci sono i giovanissimi che le serie tv internazionali le guardano appena escono oltreoceano, in inglese. I ragazzi poi viaggiano di più e grazie ai voli low cost visitano Paesi stranieri (dove di certo non possono cavarsela con la lingua di Dante) e si cimentano nell’Erasmus, il periodo di studio o lavoro all’estero che dà ottimi risultati anche sul piano linguistico.

Pay attention,
please
Pay attention, però, Italians: il rischio è che l’inglese invada i discorsi. Da tempo infatti c’è la tendenza a tradurre qualsiasi espressione nella lingua parlata sotto il Big Ben, come se l’italiano non avesse la parola giusta. Per gli studiosi usare call, brainstorming, meeting ma anche il verbo “schedulare” (cioè programmare) è soltanto un modo per darsi un’aria più scientifica, ma il risultato non è per niente efficiente, anche perché spesso e volentieri parole anglosassoni vengono usate in modo improprio, snaturando il loro vero significato.
Il fenomeno è stato studiato dai linguisti che hanno pure analizzato centinaia di pagine web di aziende di settore, mostrando che i loro testi di presentazione assomigliano soltanto a un pasticcio linguistico di cui né italiani né inglesi capiscono nulla.
Per fortuna però non siamo gli unici a fingerci bilingue e poi a commettere erroracci: a questo proposito recentemente la compagnia aerea AirFrance ha collezionato gli strafalcioni più divertenti raccolti negli alberghi di mezzo mondo, facendoci sentire meno soli. Un hotel francese alla reception accoglie i turisti con un Please leave your values at the front desk praticamente una richiesta di lasciare sul bancone i propri valori morali, mentre in Russia, cartelli tradotti letteralmente suggeriscono di «visitare il cimitero in cui famosi compositori, artisti e scrittori russi e sovietici vengono inumati quotidianamente tranne il giovedì».
Ma anche la precisa Svizzera non fa eccezione: in una cantina oltralpe si legge Our wines leave you nothing to hope for che significa «I nostri vini vi lasciano senza speranze», non esattamente un ottimo modo per attirare clienti. <

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