In questo numero
IL MISTER di Stefano Ferrio

Quanto conta l’allenatore?
È lui che fa vincere o il caso,
l’atletismo della squadra,
l’arbitro conta ancora di più?
Un enigma a cui non è facile rispondere.
Anche se…


“Vinca il migliore...” se ne venne fuori il giornalista, alla fine di quell’incontro. “Speremo de no!” gli rispose con il suo rauco vocione Nereo Rocco. A parte rarissime eccezioni – di sicuro Fabio Capello, fino al recente ingaggio da ct dell’Inghilterra – gli allenatori di qualsiasi sport di squadra sono passati per questo stato d’animo di “perdenti speranzosi” messo a nudo in dialetto triestino dal celebre “Paròn”, scomparso nel 1979 dopo avere guidato vari club italiani.
Oltre al favoloso Milan di Gianni Rivera, con cui arrivò sul tetto del mondo aggiudicandosi due Coppe dei Campioni e un’Intercontinentale, Rocco, che era nato a Trieste nel 1912, allenò club di provincia come il Treviso e, soprattutto, il Padova. Il che spiega il candore di quella risposta, perché negli otto anni trascorsi al timone della squadra biancoscudata, dal 1953 al 1961, aveva capito perfettamente cosa significa non essere i migliori, ma vincere lo stesso. Inventore del catenaccio, e cultore del difensivismo a oltranza, con il suo “libero” rigidamente inchiodato dietro i marcatori, e le sue punte pronte a involarsi in contropiedi folgoranti come quello di Josè Altafini nella prima “Campioni” vinta dal Milan contro il Benfica, Rocco si era fatto le ossa portando il Padova dei rudi picchiatori e degli umili gregari fino al clamoroso terzo posto nella Serie A del 1958, proprio dietro Juventus e Fiorentina.
Un’impresa, si suol dire. Uno di quei miracoli di provincia che ripropongono periodicamente il “mistero della panchina”. Arcano riassunto in questa domanda: quanto conta un allenatore nei successi, e nei fallimenti, di una squadra di calcio? Da sempre musicofili e lettori di quotidiani si arrovellano allo stesso modo per il ruolo che direttori d’orchestra e di giornale hanno nelle sorti delle filarmoniche e delle testate alle loro dipendenze. Tutti consapevoli del fatto che una risposta precisa, per fortuna, non esiste. La vita, per essere piacevole ed emozionante, ha infatti bisogno di un discreto tasso di non calcolabile e di non prevedibile, e queste tre affascinanti professioni sembrano inventate apposta per rammentarcelo. Se una sera sir Simon Rattle ha il colpo della strega in camerino, possiamo stare certi che i Filarmonici di Berlino da lui diretti se la caveranno lo stesso, portati per mano dal primo violino, noto per conoscere ogni partitura a memoria. E quando il direttore di qualche giornale è in ferie, o magari distratto da vicende private, la redazione sa come nasconderlo, confezionando prodotti editoriali perfetti per i loro “target” di lettori.
Passando al calcio, quante volte abbiamo visto squadre vincere con l’allenatore in tribuna per squalifica, ovviamente collegato via cellulare al suo secondo, ma comunque lontano dal campo, e privato del contatto con i giocatori? Nemmeno si contano, ed è d’altra parte ragionevole pensare che certi squadroni del passato, come il Milan di Van Basten e Gullit, o la Juventus di Platini e Boniek, potessero liquidare qualsiasi avversaria senza avere quel giorno Sacchi e Trapattoni in panchina. Ipotesi che riguarda anche il presente dell’Inter, dove lo strapotere tecnico di un undici, formato da assi come Ibrahimovic, Cambiasso e Vieira, offusca i meriti dell’allenatore Roberto Mancini.
Marchigiano di Jesi, dove nasce nel 1964, “Mancio” giunge alla guida del club milanese nel 2004. Alle spalle ha una strepitosa carriera di attaccante, con scudetti vinti nella Sampdoria e nella Lazio, e tre brillanti stagioni da “mister”, alla Fiorentina e ancora alla Lazio. All’Inter l’adattamento è lento, tanto da mettere inizialmente alla prova la proverbiale pazienza del presidente Moratti. Coppa Italia del 2005 a parte, i successi che contano, ovvero due scudetti di fila, di cui il primo a tavolino, arrivano solo per effetto dello scandalo Calciopoli, che nel 2006 provoca la retrocessione della Juve e la penalizzazione del Milan. Per contro la Champions regala solo amarezze, con eliminazione nel 2006 a opera del Villareal, e l’anno scorso per mano di un’altra squadra spagnola, il Valencia.
In attesa di vedere come va a finire la stagione in corso, iniziata in Italia ma anche in Europa a ritmi straordinari, al momento si concorda su Mancini per una sola cosa,definendolo bravo a gestire uno spogliatoio di primedonne come l’Inter. Detto questo, i fans nerazzurri gli attribuiscono grandi meriti nella rinascita del club, mentre gli altri restano tiepidi nei suoi confronti.
Di solito, a questo punto, si tira fuori la famosa “controprova”. Che, tornando a due esempi citati prima, vale per Trapattoni, ma non per Sacchi. Lombardo di Cusano Milanino, classe 1939, il “Trap” non stravince solo alla Juventus. Si impone anche altrove, e con una tale facilità da farne uno dei due unici allenatori nella storia del pallone – l’altro è l’austriaco Ernst Happel – ad essersi aggiudicati i titoli nazionali in quattro Paesi diversi. Invece Arrigo Sacchi, romagnolo di Fusignano, classe 1946, deve la sua gloria unicamente al ciclo del “Milan olandese”, che fra il 1987 e il 1991 sale sul tetto del mondo. Quattro stagioni che però bastano per definire quel Milan la “Squadra degli Immortali”, eletta dalla rivista inglese World Soccer come il più forte undici di tutti i tempi, perfino davanti al Real Madrid di Di Stefano e Puskas. Chiusa questa sua prima avventura rossonera, a livello di club Arrigo Sacchi non ne azzecca più una, gettando la spugna sia quando torna al Milan, sia quando ci prova con Atletico Madrid e Parma.
Fra loro diversi nel modo più radicale, il difensivista Trap, con gloriosi trascorsi da calciatore nel Milan, e l’offensivista Sacchi, approdato alla panchina dopo avere venduto scarpe nell’azienda di famiglia, sono accomunati da un’unica esperienza. Quella di ct della nazionale, per entrambi sciagurata. Ai Mondiali del ’94 l’Italia dell’Arrigo cede solo in finale - e ai rigori - con il Brasile, ma agli occhi dell’opinione pubblica è un fallimento pari a quello di Trapattoni, che nel 2002 va fuori addirittura agli ottavi, contro la Corea del Sud. A quel punto tutti a ricordare che i commissari tecnici sono solo gestori di spogliatoio, come i Valcareggi e i Bearzot mai vincenti alla guida di un club, salvo poi ricredersi quattro anni dopo, quando a Berlino l’Italia torna mondiale sotto la guida di Marcello Lippi, ex vendemmiatore di scudetti al timone della Juve.
Enigma infinito, l’allenatore. E attualmente ravvivato da nuove provocazioni. Quella di Fabio Capello, che dopo avere impazzato per quindici anni nei campionati di Italia e Spagna, accetta la sfida di far risorgere la decadutissima Inghilterra, sbattuta fuori dai prossimi Europei. Quella di Roberto Donadoni, che invece agli Europei ci sarà, con la sua nazionale fino all’altro ieri screditata da ogni pronostico. E ancora quella del Trap, diventato ct dell’Irlanda con il compito di eliminare proprio gli azzurri nelle qualificazioni ai Mondiali del 2010.
Oggi in trionfo e domani nella polvere, gli allenatori ci ricordano, molto più dei calciatori, come gira il mondo. Luogo dove tutto dipende da noi, ma anche dagli altri. Per una partita che, lo sappiamo, alla fine sarà l’Umanità a vincere o a perdere. Il mistero dura da migliaia di anni, in una Vita che passa incessantemente dal campo alla panchina.

Stefano Ferrio

www.timeandmind.com