“Vinca il migliore...” se ne
venne fuori il giornalista, alla fine di
quell’incontro. “Speremo de no!” gli
rispose con il suo rauco vocione Nereo Rocco.
A parte rarissime eccezioni – di sicuro
Fabio Capello, fino al recente ingaggio da
ct dell’Inghilterra – gli allenatori
di qualsiasi sport di squadra sono passati
per questo stato d’animo di “perdenti
speranzosi” messo a nudo in dialetto
triestino dal celebre “Paròn”,
scomparso nel 1979 dopo avere guidato vari
club italiani.
Oltre al favoloso Milan di Gianni Rivera, con cui arrivò sul tetto del
mondo aggiudicandosi due Coppe dei Campioni e un’Intercontinentale, Rocco,
che era nato a Trieste nel 1912, allenò club di provincia come il Treviso
e, soprattutto, il Padova. Il che spiega il candore di quella risposta, perché negli
otto anni trascorsi al timone della squadra biancoscudata, dal 1953 al 1961,
aveva capito perfettamente cosa significa non essere i migliori, ma vincere lo
stesso. Inventore del catenaccio, e cultore del difensivismo a oltranza, con
il suo “libero” rigidamente inchiodato dietro i marcatori, e le sue
punte pronte a involarsi in contropiedi folgoranti come quello di Josè Altafini
nella prima “Campioni” vinta dal Milan contro il Benfica, Rocco si
era fatto le ossa portando il Padova dei rudi picchiatori e degli umili gregari
fino al clamoroso terzo posto nella Serie A del 1958, proprio dietro Juventus
e Fiorentina.
Un’impresa, si suol dire. Uno di quei miracoli di provincia che ripropongono
periodicamente il “mistero della panchina”. Arcano riassunto in questa
domanda: quanto conta un allenatore nei successi, e nei fallimenti, di una squadra
di calcio? Da sempre musicofili e lettori di quotidiani si arrovellano allo stesso
modo per il ruolo che direttori d’orchestra e di giornale hanno nelle sorti
delle filarmoniche e delle testate alle loro dipendenze. Tutti consapevoli del
fatto che una risposta precisa, per fortuna, non esiste. La vita, per essere
piacevole ed emozionante, ha infatti bisogno di un discreto tasso di non calcolabile
e di non prevedibile, e queste tre affascinanti professioni sembrano inventate
apposta per rammentarcelo. Se una sera sir Simon Rattle ha il colpo della strega
in camerino, possiamo stare certi che i Filarmonici di Berlino da lui diretti
se la caveranno lo stesso, portati per mano dal primo violino, noto per conoscere
ogni partitura a memoria. E quando il direttore di qualche giornale è in
ferie, o magari distratto da vicende private, la redazione sa come nasconderlo,
confezionando prodotti editoriali perfetti per i loro “target” di
lettori.
Passando al calcio, quante volte abbiamo visto squadre vincere con l’allenatore
in tribuna per squalifica, ovviamente collegato via cellulare al suo secondo,
ma comunque lontano dal campo, e privato del contatto con i giocatori? Nemmeno
si contano, ed è d’altra parte ragionevole pensare che certi squadroni
del passato, come il Milan di Van Basten e Gullit, o la Juventus di Platini e
Boniek, potessero liquidare qualsiasi avversaria senza avere quel giorno Sacchi
e Trapattoni in panchina. Ipotesi che riguarda anche il presente dell’Inter,
dove lo strapotere tecnico di un undici, formato da assi come Ibrahimovic, Cambiasso
e Vieira, offusca i meriti dell’allenatore Roberto Mancini.
Marchigiano di Jesi, dove nasce nel 1964, “Mancio” giunge alla guida
del club milanese nel 2004. Alle spalle ha una strepitosa carriera di attaccante,
con scudetti vinti nella Sampdoria e nella Lazio, e tre brillanti stagioni da “mister”,
alla Fiorentina e ancora alla Lazio. All’Inter l’adattamento è lento,
tanto da mettere inizialmente alla prova la proverbiale pazienza del presidente
Moratti. Coppa Italia del 2005 a parte, i successi che contano, ovvero due scudetti
di fila, di cui il primo a tavolino, arrivano solo per effetto dello scandalo
Calciopoli, che nel 2006 provoca la retrocessione della Juve e la penalizzazione
del Milan. Per contro la Champions regala solo amarezze, con eliminazione nel
2006 a opera del Villareal, e l’anno scorso per mano di un’altra
squadra spagnola, il Valencia.
In attesa di vedere come va a finire la stagione in corso, iniziata in Italia
ma anche in Europa a ritmi straordinari, al momento si concorda su Mancini per
una sola cosa,definendolo bravo a gestire uno spogliatoio di primedonne come
l’Inter. Detto questo, i fans nerazzurri gli attribuiscono grandi meriti
nella rinascita del club, mentre gli altri restano tiepidi nei suoi confronti.
Di solito, a questo punto, si tira fuori la famosa “controprova”.
Che, tornando a due esempi citati prima, vale per Trapattoni, ma non per Sacchi.
Lombardo di Cusano Milanino, classe 1939, il “Trap” non stravince
solo alla Juventus. Si impone anche altrove, e con una tale facilità da
farne uno dei due unici allenatori nella storia del pallone – l’altro è l’austriaco
Ernst Happel – ad essersi aggiudicati i titoli nazionali in quattro Paesi
diversi. Invece Arrigo Sacchi, romagnolo di Fusignano, classe 1946, deve la sua
gloria unicamente al ciclo del “Milan olandese”, che fra il 1987
e il 1991 sale sul tetto del mondo. Quattro stagioni che però bastano
per definire quel Milan la “Squadra degli Immortali”, eletta dalla
rivista inglese World Soccer come il più forte undici di tutti i tempi,
perfino davanti al Real Madrid di Di Stefano e Puskas. Chiusa questa sua prima
avventura rossonera, a livello di club Arrigo Sacchi non ne azzecca più una,
gettando la spugna sia quando torna al Milan, sia quando ci prova con Atletico
Madrid e Parma.
Fra loro diversi nel modo più radicale, il difensivista Trap, con gloriosi
trascorsi da calciatore nel Milan, e l’offensivista Sacchi, approdato alla
panchina dopo avere venduto scarpe nell’azienda di famiglia, sono accomunati
da un’unica esperienza. Quella di ct della nazionale, per entrambi sciagurata.
Ai Mondiali del ’94 l’Italia dell’Arrigo cede solo in finale
- e ai rigori - con il Brasile, ma agli occhi dell’opinione pubblica è un
fallimento pari a quello di Trapattoni, che nel 2002 va fuori addirittura agli
ottavi, contro la Corea del Sud. A quel punto tutti a ricordare che i commissari
tecnici sono solo gestori di spogliatoio, come i Valcareggi e i Bearzot mai vincenti
alla guida di un club, salvo poi ricredersi quattro anni dopo, quando a Berlino
l’Italia torna mondiale sotto la guida di Marcello Lippi, ex vendemmiatore
di scudetti al timone della Juve.
Enigma infinito, l’allenatore. E attualmente ravvivato da nuove provocazioni.
Quella di Fabio Capello, che dopo avere impazzato per quindici anni nei campionati
di Italia e Spagna, accetta la sfida di far risorgere la decadutissima Inghilterra,
sbattuta fuori dai prossimi Europei. Quella di Roberto Donadoni, che invece agli
Europei ci sarà, con la sua nazionale fino all’altro ieri screditata
da ogni pronostico. E ancora quella del Trap, diventato ct dell’Irlanda
con il compito di eliminare proprio gli azzurri nelle qualificazioni ai Mondiali
del 2010.
Oggi in trionfo e domani nella polvere, gli
allenatori ci ricordano, molto più dei
calciatori, come gira il mondo. Luogo dove
tutto dipende da noi, ma anche dagli altri.
Per una partita che, lo sappiamo, alla fine
sarà l’Umanità a vincere
o a perdere. Il mistero dura da migliaia
di anni, in una Vita che passa incessantemente
dal campo alla panchina.
Stefano Ferrio |