Il tarlo della solitudine
“La solitudine, malattia della nostra
epoca”. Slogan di questo tipo si
leggono sempre più di frequente
sui giornali nelle rubriche di tipo psicologico.
Assieme ai problemi della nostra epoca
come l’inquinamento e la distruzione
della natura, ci stiamo accorgendo che
un altro male, più intimo e drammatico,
assedia la nostra società del benessere:
la solitudine.
Non è raro il caso che sulle cronache
dei quotidiani appaia la notizia: “Anziano
solo trovato morto dopo sei giorni dai
vicini”. Solitudine in quei lager
di lusso o non di lusso, in cui l’anziano,
spesso controvoglia, è sistemato
dai figli troppo presi dal lavoro. Aiuole
ben pettinate, “papà, guarda
che fiori, e poi qui hai tutta l’assistenza
che noi non possiamo darti” e li
vedi, capelli grigi e bianchi, occhi imbambolati
dopo ore e ore davanti alla televisione
sempre accesa, i pensieri che girano in
tutt’altre direzioni.
Ma la solitudine dei giovani? È noto
che i suicidi e i tentati suicidi dei giovani
sono in testa alle classifiche. La cause
più varie, ma la solitudine affiora
sempre come una delle componenti di una
situazione psicologica a brandelli. Ho
visto una ricerca dal titolo “Soli
si muore”, dieci pagine di dati e
diagrammi, ma non c’era una riga
in cui si parlasse degli adolescenti e
dei loro drammi intimi. Si direbbe che
un complesso di invidia acciechi lo sguardo
nei confronti di questi giovani che hanno
tutto e cui la vita sta ancora davanti
carica di verdi promesse. Eppure chi si
occupa di giovani per professione sa quanto
sono soli. Le forme di compagnia a volte
chiassosa e vistosa sono spesso modi annegare
il tarlo della solitudine che rode. La
macchina dell’informazione sta puntando
le sue carte in direzione degli adulti.
Eppure, per un adolescente, la solitudine
ha radici ben profonde e complesse, alcune
delle quali vanno ricercate nell’attuale
assetto sociale.
Spinti fuori dal nido
L’adolescenza e oggi anche la preadolescenza
porta dentro di sé un complesso
di fattori che la predispongono quasi costituzionalmente
a una certa forma di solitudine. Nel giro
di pochi anni, oggi sempre più ristretti,
l’adolescente si sente spinto fuori
dal ‘nido’ rassicurante e confortevole
dell’infanzia. I giocattoli sono
finiti in soffitta o alla Caritas per altri
bimbi lontani, e la vita reale comincia
a presentare i primi conti. Un rapido sviluppo
fisico gli pone il problema di ‘riconoscersi’ nel
nuovo assetto corporeo, dove gli è difficile
ritrovare l’armoniosità, l’abilità,
la flessibilità di ‘prima’.
L’insorgere dei caratteri sessuali
tipici della maturità gli aprono
interrogativi e bisogni prima ignoti. È un
continente nuovo che si deve esplorare.
In questo maremoto, l’adolescente
fatica a ritrovare se stesso, la sua identità personale,
gli sembra di non capire più nulla. “Non
riesco a vedere chiaro in me stessa: a
volte credo di essere felice, di potermi
sentire soddisfatta di ciò che la
vita mi ha dato. Altre volte tutto questo
mi sembra un’effimera illusione mentre
sento opprimente il peso della mia solitudine,
pur avvertendo che questa solitudine è forse
una delle montature tipiche dell’adolescenza.
Francamente, non so quando sono veramente
me stessa; forse mai, ma penso che probabilmente
mi sentirei meglio realizzata se potessi
uscire dall’isolamento” (M.M.,
Catania).
E allora si rischia di imboccare una strada
pericolosa: la scelta di una ‘marginalità volontaria’,
una scelta lucida di solitudine, un ritirarsi
indietro spontaneo da quel mondo familiare
in cui si era cresciuti da ‘fanciullo’ per
crearsi un suo mondo, un ambito tutto ’suo’ dove
egli può sperimentare ‘a modo
suo’ la nuova vita e i nuovi problemi
che lo agitano. Un luogo diverso, situazioni
diverse, sensazioni diverse, amicizie diverse
sia da quelle dell’infanzia che dell’ambito
familiare.
Dopo i 15 anni è comune la ricerca
di ‘nuovi’ amici, di ‘nuove’ conoscenze. “Cerco
in Milano degli amici sinceri e autentici
che non mi vendano solo fumo. Sono molto
solo (Patrizio). “Se qualche amico
che sia solo come me vuole iniziare una
piacevole corrispondenza per alleviare
la mia e la sua solitudine, accetterò volentieri” (Maria
Chiara). “Mi sento molto sola. Se
una ragazza della mia stessa città è sola
come me, mi potrebbe scrivere per essere
amiche. Non cerco un’amica ‘intellettuale’ o
roba simile. Cerco un’amica, di quelle
che non esistono più, forse” (Paola). “Ho
assoluto bisogno della corrispondenza di
ragazzi, in particolar modo di coloro che
si trovano magari in un brutto momento
e non sanno come uscirne fuori. Forse possiamo
aiutarci a vicenda” (Giorgio). Testimonianze
raccolte su Dimensioni Nuove.
La drammaticità del
momento
Da
queste brevi citazioni emergono due costanti:
anzitutto la drammaticità del
momento che l’adolescente sta vivendo
nella sua solitudine. E poi il ricorso
per aver aiuto, ai coetanei, in particolare
a coetanei che vivono lo stesso dramma
esistenziale. Non ci si rivolge né ai
genitori né ad adulti pur fidati.
E questo rende evidente un altro tratto
dell’adolescenza che già di
per sé inclina alla solitudine.
L’adolescente vive la sua età,
la sua crisi, i suoi momenti neri come
qualcosa di ‘esclusivamente suo’,
di ’unico’, che l’adulto,
sentito molto lontano da queste problematiche,
non può capire. E questo atteggiamento
scatena una serie di reazioni sia a livello
familiare sia sociale che finiscono per
isolare ancor più il mondo adolescenziale.
Non è raro che la famiglia interpreti
questa ’marginalità’ volontaria
dell’adolescente come una ribellione
o una rivalsa o ancora una disaffezione
nei suoi confronti, e questo finisce per
scavare un solco sempre più profondo
tra la famiglia e l’adolescente,
con reciproche sofferte incomprensioni.
In questo clima rischia di verificarsi
un altro fenomeno negativo: la perdita
degli ideali propulsori che si scolorano,
perdono di ‘presa’, diventano
sfocati e inconsistenti. Subentra un senso
di abulia che estrania dal mondo sia interno
che esterno. “Sono una ragazza di
17 anni. Mi trovo in un periodo di totale
apatia per tutto quello che mi circonda,
non riesco più a trovare qualcosa
di valido su cui impostare tutta la mia
vita” (Gianna. P., Torino). “Non
so perché sto scrivendo. So solo
che non capisco più né questa
vita, né la gente che dice che vale
la pena di viverla. Ho 20 anni. Ho cercato
sempre di capire prima di pretendere che
gli altri capissero me: mi accorgo che
sono solo e che sono sempre stato solo.
A che serve vivere nell’illusione
dell’illusione?” (Enzo S.,
Partenopoli). In questa clima anche il
mondo degli adulti gli diventa ‘banale’, ‘egoista’, ‘estraneo’.
E la conclusione è: non voglio aver
nulla a che fare con una società così.
La solitudine hi tech
È una solitudine ancor più acuta,
eppure forse meno avvertita: ed è tipica
della nostra era tecnologica, che secerne
solitudine sotto la tavolozza brillante
dei mille colori e delle mille distrazioni
dell’armamentario tecnologico.
“Nelle loro camere con i telefonini, il videotelefono, gli sms e gli
mms, l’iPod, il computer, la televisione, la radio, Internet, Google
e tutto l’arsenale tecnologico, i giovani finiscono per sentirsi ed essere
soli – osserva Curzio Maltese –. La comunicazione virtuale, come
la vita di branco e le mode, sono soltanto un surrogato dell’autentica
vita di relazione. C’era un film molto divertente, Hello Denise,
che descriveva questo continuo chiacchiericcio, questo implacabile inviarsi
messaggi da una solitudine all’altra, nell’imminenza di un incontro
e di un confronto che non sarebbero mai avvenuti nella realtà. Senza
contare la qualità dei contenuti, del tutto autoreferenziali come quelli
dei talk–show, dove ciascuno parla senza ascoltare l’altro”.
Sono
i prezzi da pagare al trionfo dell’individualismo
di massa e al successo di modelli di società e
di consumo che fondano la loro efficacia
sulla capacità di isolare le persone,
sterilizzare la solidarietà, farle
sentire trasparenti, deboli, orfani di qualcosa
e di qualcuno. Con l’illusione di spezzare
l’incantesimo grazie all’ultimo
modello di telefonino, all’ultimo sito
di Internet, i magnifici prodotti del supermercato
mondiale della comunicazione, che poi servono
più che altro a parlare e a scrivere
da soli, o assomigliano a messaggi in una
bottiglia, nel mare magnum della virtualità.
Carlo Fiore
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