In questo numero
TERRIBILE SOLITUDINE di Carlo Fiore

È il prezzo da pagare all’individualismo.
Si parla molto della solitudine dei vecchi,
ma la solitudine dei giovani?
Non sono pochi quelli che ne soffrono.
Il suicidio dei giovani ne è una spia eloquente.
Le compagnie chiassose spesso coprono
ore di solitudine amara che distrugge dentro.


Il tarlo della solitudine
“La solitudine, malattia della nostra epoca”. Slogan di questo tipo si leggono sempre più di frequente sui giornali nelle rubriche di tipo psicologico. Assieme ai problemi della nostra epoca come l’inquinamento e la distruzione della natura, ci stiamo accorgendo che un altro male, più intimo e drammatico, assedia la nostra società del benessere: la solitudine.
Non è raro il caso che sulle cronache dei quotidiani appaia la notizia: “Anziano solo trovato morto dopo sei giorni dai vicini”. Solitudine in quei lager di lusso o non di lusso, in cui l’anziano, spesso controvoglia, è sistemato dai figli troppo presi dal lavoro. Aiuole ben pettinate, “papà, guarda che fiori, e poi qui hai tutta l’assistenza che noi non possiamo darti” e li vedi, capelli grigi e bianchi, occhi imbambolati dopo ore e ore davanti alla televisione sempre accesa, i pensieri che girano in tutt’altre direzioni.
Ma la solitudine dei giovani? È noto che i suicidi e i tentati suicidi dei giovani sono in testa alle classifiche. La cause più varie, ma la solitudine affiora sempre come una delle componenti di una situazione psicologica a brandelli. Ho visto una ricerca dal titolo “Soli si muore”, dieci pagine di dati e diagrammi, ma non c’era una riga in cui si parlasse degli adolescenti e dei loro drammi intimi. Si direbbe che un complesso di invidia acciechi lo sguardo nei confronti di questi giovani che hanno tutto e cui la vita sta ancora davanti carica di verdi promesse. Eppure chi si occupa di giovani per professione sa quanto sono soli. Le forme di compagnia a volte chiassosa e vistosa sono spesso modi annegare il tarlo della solitudine che rode. La macchina dell’informazione sta puntando le sue carte in direzione degli adulti. Eppure, per un adolescente, la solitudine ha radici ben profonde e complesse, alcune delle quali vanno ricercate nell’attuale assetto sociale.

Spinti fuori dal nido
L’adolescenza e oggi anche la preadolescenza porta dentro di sé un complesso di fattori che la predispongono quasi costituzionalmente a una certa forma di solitudine. Nel giro di pochi anni, oggi sempre più ristretti, l’adolescente si sente spinto fuori dal ‘nido’ rassicurante e confortevole dell’infanzia. I giocattoli sono finiti in soffitta o alla Caritas per altri bimbi lontani, e la vita reale comincia a presentare i primi conti. Un rapido sviluppo fisico gli pone il problema di ‘riconoscersi’ nel nuovo assetto corporeo, dove gli è difficile ritrovare l’armoniosità, l’abilità, la flessibilità di ‘prima’. L’insorgere dei caratteri sessuali tipici della maturità gli aprono interrogativi e bisogni prima ignoti. È un continente nuovo che si deve esplorare.
In questo maremoto, l’adolescente fatica a ritrovare se stesso, la sua identità personale, gli sembra di non capire più nulla. “Non riesco a vedere chiaro in me stessa: a volte credo di essere felice, di potermi sentire soddisfatta di ciò che la vita mi ha dato. Altre volte tutto questo mi sembra un’effimera illusione mentre sento opprimente il peso della mia solitudine, pur avvertendo che questa solitudine è forse una delle montature tipiche dell’adolescenza. Francamente, non so quando sono veramente me stessa; forse mai, ma penso che probabilmente mi sentirei meglio realizzata se potessi uscire dall’isolamento” (M.M., Catania).
E allora si rischia di imboccare una strada pericolosa: la scelta di una ‘marginalità volontaria’, una scelta lucida di solitudine, un ritirarsi indietro spontaneo da quel mondo familiare in cui si era cresciuti da ‘fanciullo’ per crearsi un suo mondo, un ambito tutto ’suo’ dove egli può sperimentare ‘a modo suo’ la nuova vita e i nuovi problemi che lo agitano. Un luogo diverso, situazioni diverse, sensazioni diverse, amicizie diverse sia da quelle dell’infanzia che dell’ambito familiare.
Dopo i 15 anni è comune la ricerca di ‘nuovi’ amici, di ‘nuove’ conoscenze. “Cerco in Milano degli amici sinceri e autentici che non mi vendano solo fumo. Sono molto solo (Patrizio). “Se qualche amico che sia solo come me vuole iniziare una piacevole corrispondenza per alleviare la mia e la sua solitudine, accetterò volentieri” (Maria Chiara). “Mi sento molto sola. Se una ragazza della mia stessa città è sola come me, mi potrebbe scrivere per essere amiche. Non cerco un’amica ‘intellettuale’ o roba simile. Cerco un’amica, di quelle che non esistono più, forse” (Paola). “Ho assoluto bisogno della corrispondenza di ragazzi, in particolar modo di coloro che si trovano magari in un brutto momento e non sanno come uscirne fuori. Forse possiamo aiutarci a vicenda” (Giorgio). Testimonianze raccolte su Dimensioni Nuove.

La drammaticità del momento
Da queste brevi citazioni emergono due costanti: anzitutto la drammaticità del momento che l’adolescente sta vivendo nella sua solitudine. E poi il ricorso per aver aiuto, ai coetanei, in particolare a coetanei che vivono lo stesso dramma esistenziale. Non ci si rivolge né ai genitori né ad adulti pur fidati. E questo rende evidente un altro tratto dell’adolescenza che già di per sé inclina alla solitudine. L’adolescente vive la sua età, la sua crisi, i suoi momenti neri come qualcosa di ‘esclusivamente suo’, di ’unico’, che l’adulto, sentito molto lontano da queste problematiche, non può capire. E questo atteggiamento scatena una serie di reazioni sia a livello familiare sia sociale che finiscono per isolare ancor più il mondo adolescenziale. Non è raro che la famiglia interpreti questa ’marginalità’ volontaria dell’adolescente come una ribellione o una rivalsa o ancora una disaffezione nei suoi confronti, e questo finisce per scavare un solco sempre più profondo tra la famiglia e l’adolescente, con reciproche sofferte incomprensioni.
In questo clima rischia di verificarsi un altro fenomeno negativo: la perdita degli ideali propulsori che si scolorano, perdono di ‘presa’, diventano sfocati e inconsistenti. Subentra un senso di abulia che estrania dal mondo sia interno che esterno. “Sono una ragazza di 17 anni. Mi trovo in un periodo di totale apatia per tutto quello che mi circonda, non riesco più a trovare qualcosa di valido su cui impostare tutta la mia vita” (Gianna. P., Torino). “Non so perché sto scrivendo. So solo che non capisco più né questa vita, né la gente che dice che vale la pena di viverla. Ho 20 anni. Ho cercato sempre di capire prima di pretendere che gli altri capissero me: mi accorgo che sono solo e che sono sempre stato solo. A che serve vivere nell’illusione dell’illusione?” (Enzo S., Partenopoli). In questa clima anche il mondo degli adulti gli diventa ‘banale’, ‘egoista’, ‘estraneo’. E la conclusione è: non voglio aver nulla a che fare con una società così.

La solitudine hi tech
È una solitudine ancor più acuta, eppure forse meno avvertita: ed è tipica della nostra era tecnologica, che secerne solitudine sotto la tavolozza brillante dei mille colori e delle mille distrazioni dell’armamentario tecnologico.
“Nelle loro camere con i telefonini, il videotelefono, gli sms e gli mms, l’iPod, il computer, la televisione, la radio, Internet, Google e tutto l’arsenale tecnologico, i giovani finiscono per sentirsi ed essere soli – osserva Curzio Maltese –. La comunicazione virtuale, come la vita di branco e le mode, sono soltanto un surrogato dell’autentica vita di relazione. C’era un film molto divertente, Hello Denise, che descriveva questo continuo chiacchiericcio, questo implacabile inviarsi messaggi da una solitudine all’altra, nell’imminenza di un incontro e di un confronto che non sarebbero mai avvenuti nella realtà. Senza contare la qualità dei contenuti, del tutto autoreferenziali come quelli dei talk–show, dove ciascuno parla senza ascoltare l’altro”.
Sono i prezzi da pagare al trionfo dell’individualismo di massa e al successo di modelli di società e di consumo che fondano la loro efficacia sulla capacità di isolare le persone, sterilizzare la solidarietà, farle sentire trasparenti, deboli, orfani di qualcosa e di qualcuno. Con l’illusione di spezzare l’incantesimo grazie all’ultimo modello di telefonino, all’ultimo sito di Internet, i magnifici prodotti del supermercato mondiale della comunicazione, che poi servono più che altro a parlare e a scrivere da soli, o assomigliano a messaggi in una bottiglia, nel mare magnum della virtualità.

Carlo Fiore

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