Osservando volti di individui di provenienze
etniche diverse sappiamo cogliere segnali
di serenità, gioia, dolore o turbamento.
L’espressione facciale delle emozioni,
infatti, è comune a tutte le culture
e permette di comunicare e decifrare la situazione
interna di benessere o malessere. Questa
valenza universale affascinante non impedisce
notevoli differenze nella valutazione ed
espressione delle emozioni. Prendendo due
esempi di posizioni estreme e agli antipodi
troviamo che in un gruppo aborigeno di cacciatori
della Malesia, i Chewong, viene impedito
di esprimere la gioia o il dolore in momenti
relevanti della vita come la nascita, il
matrimonio, la morte, mentre in una tribù di
cacciatori nomadi delle Filippine, gli Ilongot,
si esalta e si induce alla rabbia attraverso
insulti e persino con una “caccia delle
teste”, prova di forza, coraggio e
potenza. Differenze ben più contenute
sono comunque presenti nel nostro mondo occidentale
dove i popoli dei paesi nordici sono generalmente
meno espressivi rispetto agli abitanti di
paesi più a sud, “più caldi” Senza
andare lontano, attraversando la nostra stessa
Italia, possiamo riscontrare intensità diverse
di colorazioni!
Occorre chiarire bene che la differenza riguarda l’espressione di emozioni,
non il provarle nella loro varietà e intensità, esperienza che
ci accomuna come esseri umani!
Possiamo ora chiederci: la nostra società come si rapporta con le emozioni?
Troviamo due atteggiamenti opposti:
- da un lato una ricerca esasperata di
emozioni. Si cerca il brivido nel rischio,
negli sport estremi, nell’eccesso
di velocità (come cantava Battisti,
in “Emozioni”: “guidare
a fari spenti nella notte per vedere,
se è così difficile morire”).
I media strumentalizzano le emozioni
che vengono esibite, mostrate nei talk
show per accrescere l’audience.
Tra i giovani si individua una generazione
emo, il cui slogan è “hugs,
no drugs” (=abbracci, non droga),
con una propria musica, filmati, un diario
in rete in cui esprimersi e dialogare
in profondità. Anche gli MMS permettono
di catturare e comunicare delle sensazioni
- dall’altro un appiattimento,
come effetto di una saturazione per il
troppo urlato ed esibito. Si spengono
quindi l’interesse, la partecipazione,
il coinvolgimento davanti a situazioni
che potrebbero toccare il nostro cuore
ma a cui ci siamo tristemente abituati,
con una sorta di assuefazione. La difficoltà ad
entrare in contatto con le proprie emozioni è in
rapporto con l’aumento di disturbi
psicosomatici e alimentari: spesso il
disagio emotivo non espresso a parole
si manifesta attraverso il corpo. Come
disturbo è in crescita l’alessitimia,
cioè l’incapacità di
esprimere verbalmente le proprie emozioni
(di cui si ha scarsa consapevolezza).
L’alessitimia, un tempo riguardante
solo personalità psichiatriche,
rischia di diventare una personalità dei
nostri tempi, caratterizzata da un atteggiamento
piatto, come sotto anestesia, senza un
aggancio con le emozioni proprie e altrui.
Cerchiamo di non diventare “uomini
grigi”!
Maria Poetto |