In questo numero
UN'OSTERIA A CALCUTTA di Patrizia Spagnolo

“La vidi bene: un’auto di lusso, inconsueta da quelle parti.
Chissà chi c’era dentro. Quando mise in moto in velocità,
me la ritrovai contro prima ancora di capire che aspettava me”.
Un avvertimento. Fine di un sogno. Parole di Marina Valente,
vittima della mafia indiana che opera negli slum,
sfruttando le miserie dei poveri.


Quando, alla fine del 2004, Marina Valente fu costretta ad andarsene da Calcutta, nello slum in cui operava, abitavano 2.500 persone. Oggi pare che siano raddoppiate. E lei vuole ritornarci, per rimettere in piedi quello che era riuscita a creare con la gente del posto nei tre anni intensi e faticosi, prima che la mafia la azzoppasse investendola con un’auto.
Adesso Marina, presidente dell’associazione di promozione sociale L’Osteria a Calcutta (nata in seno alla comunità di San Benedetto al Porto di Genova, di don Andrea Gallo), è in Italia dove si sta prodigando per raccogliere le risorse necessarie per rilanciare il progetto. Soprattutto, sta cercando la formula per tornare a lavorare in quello slum legalmente e con un minimo di tutela. “Eravamo clandestini – racconta – Per operare legalmente occorre essere collegati a un’Ong locale, ma in tanti anni non siamo riusciti a trovarne un’onesta. Adesso, forse, alcuni amici indiani riescono a fondarne una, alla quale ci agganceremo, oppure dovremo appoggiarci a una già esistente. Siamo pronti a ripartire, abbiamo conservato quasi tutti i volontari che c’erano prima”.

Uno slum per la mafia
Questa è la storia del poverissimo slum di Sarada Pally (Chanditalia, periferia sud di Calcutta), dove in tre anni circa 50 persone si sono alternate realizzando un ambulatorio medico, programmi di prevenzione sanitaria, corsi di alfabetizzazione, attività di microcredito e iniziative ludiche e di supporto a donne e bambini. Dei 20 milioni di persone che vivono a Calcutta, 18 milioni “abitano” nelle tante baraccopoli dove si rifugia chi non ha niente, chi scappa da guerre, chi è stato espropriato della terra e delle risorse base che aveva.
È il racconto di come si sopravvive in uno dei tanti slum indiani controllati dalla mafia, che li utilizza come serbatoi per i suoi traffici (armi, droga, prostituzione, commercio di organi...). “Sono insediamenti mantenuti volutamente abusivi (perciò non beneficiari di incentivi o servizi pubblici) perché le persone facciano ricorso alla mafia – spiega Marina – Sono riserve dove vengono trattenuti coloro che servono come pretesto per lucrare aiuti dall’Occidente, come empori di pezzi anatomici di ricambio, come cavie per sperimentare farmaci, come vivai di bambini per i papponi di Mumbai, come riserva di voti in tempi elettorali (un’innumerevole quantità di voti in cambio della promessa di un tetto riparato), come forza lavoro gratuita”.
In questi slum abusivi - ma tollerati dai politici per gli enormi e molteplici interessi che vi stanno dietro – le persone sono costrette a indebitarsi e a firmare col pollice impegni economici che non saranno mai in grado di rispettare, condannando alla schiavitù e alla totale dipendenza dalla mafia anche i propri figli e i figli dei figli perché in India il debito è ereditario.

Lavorare con la gente
A Sarada Pally, nelle baracche fatte di foglie di banano e plastica ogni anno distrutte dalle piogge monsoniche, vivono in condizioni di estrema indigenza migliaia di fuori casta (i dalit, 250 milioni in tutta l’India) che si affollano in un’area pubblica di non più di un chilometro quadrato con al centro un tempietto di Kali, preesistente all’insediamento. Non c’è illuminazione, non esistono i gabinetti e l’unica acqua a disposizione è quella sudicia di un laghetto artificiale. Quasi tutti sono analfabeti e pochissimi sono i bambini che vanno a scuola.
È qui che nel 2001 sbarcarono i volontari de L’Osteria a Calcutta, che è anche il titolo del libro che Marina Valente, 10 anni vissuti in India prima di dedicarsi a questo progetto, ha scritto (Ed. Sensibili alle foglie) per far conoscere attraverso un’esperienza concreta e intensa la realtà dell’India con tutte le sue contraddizioni. Un’esperienza, un tentativo di costruire la pace con una nuova “grammatica” della solidarietà, all’insegna di caratteristiche e modalità inconsuete rispetto a quelle del volontariato tradizionale.

Se migliori ti sparo
I volontari - non professionali, provenienti anche loro da fasce marginali nell’ambito di un progetto basato sulla condivisione e lo sviluppo autogestito dal basso – non hanno lavorato “per” ma “con” la popolazione locale. “Abbiamo fatto tutto con loro – racconta Marina – Per accedere al centro medico, per esempio, ogni abitante dello slum era invitato a versare una cifra simbolica. Questi soldi finivano in una cassa che veniva utilizzata per bisogni della comunità individuati dalla comunità stessa. Il sistema funzionava. La cassa l’hanno sempre tenuta loro e non è mai mancata una rupia”.
Piccoli progetti, piccole iniziative che all’interno di uno slum assumono però enorme importanza: il miglioramento di vita legato alla presa di coscienza della propria condizione e dei propri diritti, l’alfabetizzazione e quindi la capacità di leggere ciò che si sta per firmare, la conoscenza delle leggi e quindi la consapevolezza che essere un fuori casta non condanna necessariamente alla schiavitù e allo sfruttamento...
Eppure, sono state proprio queste conquiste faticosamente ottenute a decretare la fine dell’esperienza dell’associazione, che a Sarada Pally ha voluto operare in piena autonomia sganciandosi da certe “consuetudini” e meccanismi consolidati di molte Ong. Con obiettivi che mal si conciliavano con gli interessi del potere locale. “L’intreccio di complicità mafia-polizia-stato - prosegue Marina Valente - rende impossibile a una piccola associazione di volontariato bypassare i poteri forti e operare direttamente insieme alla popolazione interessata, in un rapporto che vada ben oltre la carità”. Osteria a Calcutta ci è riuscita per un po’, poi, quando ha iniziato a dare veramente fastidio, è stata costretta a sloggiare, vedendo tutto quello che aveva realizzato ridursi a un cumulo di macerie.
“La vidi bene: un’auto di lusso, inconsueta da quelle parti. Chissà chi c’era dentro. Quando mise in moto in velocità, me la ritrovai contro prima ancora di realizzare che aspettava me”. Un avvertimento. Fine di un sogno, di “un’utopia messa in pratica”, come Marina definisce questa esperienza.
Ma L’Osteria non si è arresa e vuole riprovarci. A proposito, perché si chiama così? “Le antiche osterie – è la risposta di Marina - erano luoghi popolari dove si potevano incontrare i personaggi più disparati, soprattutto gente che veniva da Paesi lontani. Molte ospitarono anche gruppi rivoluzionari. Ecco, il nostro progetto conteneva molte caratteristiche delle osterie, a partire dall’interscambio tra popolazioni diverse che intendevamo realizzare, al fatto che avesse una radice popolare”.

Patrizia Spagnolo

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