Quando, alla fine del 2004, Marina Valente
fu costretta ad andarsene da Calcutta, nello
slum in cui operava, abitavano 2.500 persone.
Oggi pare che siano raddoppiate. E lei vuole
ritornarci, per rimettere in piedi quello
che era riuscita a creare con la gente del
posto nei tre anni intensi e faticosi, prima
che la mafia la azzoppasse investendola con
un’auto.
Adesso Marina, presidente dell’associazione di promozione sociale L’Osteria
a Calcutta (nata in seno alla comunità di San Benedetto al Porto
di Genova, di don Andrea Gallo), è in Italia dove si sta prodigando per
raccogliere le risorse necessarie per rilanciare il progetto. Soprattutto, sta
cercando la formula per tornare a lavorare in quello slum legalmente e con un
minimo di tutela. “Eravamo clandestini – racconta – Per operare
legalmente occorre essere collegati a un’Ong locale, ma in tanti anni non
siamo riusciti a trovarne un’onesta. Adesso, forse, alcuni amici indiani
riescono a fondarne una, alla quale ci agganceremo, oppure dovremo appoggiarci
a una già esistente. Siamo pronti a ripartire, abbiamo conservato quasi
tutti i volontari che c’erano prima”.
Uno slum per la mafia
Questa è la storia del poverissimo
slum di Sarada Pally (Chanditalia, periferia
sud di Calcutta), dove in tre anni circa
50 persone si sono alternate realizzando
un ambulatorio medico, programmi di prevenzione
sanitaria, corsi di alfabetizzazione, attività di
microcredito e iniziative ludiche e di
supporto a donne e bambini. Dei 20 milioni
di persone che vivono a Calcutta, 18 milioni “abitano” nelle
tante baraccopoli dove si rifugia chi non
ha niente, chi scappa da guerre, chi è stato
espropriato della terra e delle risorse
base che aveva.
È il racconto di come si sopravvive in uno dei tanti slum indiani controllati
dalla mafia, che li utilizza come serbatoi per i suoi traffici (armi, droga,
prostituzione, commercio di organi...). “Sono insediamenti mantenuti
volutamente abusivi (perciò non beneficiari di incentivi o servizi pubblici)
perché le persone facciano ricorso alla mafia – spiega Marina – Sono
riserve dove vengono trattenuti coloro che servono come pretesto per lucrare
aiuti dall’Occidente, come empori di pezzi anatomici di ricambio, come
cavie per sperimentare farmaci, come vivai di bambini per i papponi di Mumbai,
come riserva di voti in tempi elettorali (un’innumerevole quantità di
voti in cambio della promessa di un tetto riparato), come forza lavoro gratuita”.
In questi slum abusivi - ma tollerati dai
politici per gli enormi e molteplici interessi
che vi stanno dietro – le persone
sono costrette a indebitarsi e a firmare
col pollice impegni economici che non saranno
mai in grado di rispettare, condannando
alla schiavitù e alla totale dipendenza
dalla mafia anche i propri figli e i figli
dei figli perché in India il debito è ereditario.
Lavorare con la gente
A Sarada Pally, nelle
baracche fatte di foglie di banano e plastica
ogni anno distrutte dalle piogge monsoniche,
vivono in condizioni di estrema indigenza
migliaia di fuori casta (i dalit, 250 milioni
in tutta l’India)
che si affollano in un’area pubblica
di non più di un chilometro quadrato
con al centro un tempietto di Kali, preesistente
all’insediamento. Non c’è illuminazione,
non esistono i gabinetti e l’unica
acqua a disposizione è quella sudicia
di un laghetto artificiale. Quasi tutti
sono analfabeti e pochissimi sono i bambini
che vanno a scuola.
È qui che nel 2001 sbarcarono i
volontari de L’Osteria a Calcutta,
che è anche il titolo del libro che Marina Valente, 10 anni vissuti
in India prima di dedicarsi a questo progetto, ha scritto (Ed. Sensibili alle
foglie) per far conoscere attraverso un’esperienza concreta e intensa
la realtà dell’India con tutte le sue contraddizioni. Un’esperienza,
un tentativo di costruire la pace con una nuova “grammatica” della
solidarietà, all’insegna di caratteristiche e modalità inconsuete
rispetto a quelle del volontariato tradizionale.
Se migliori ti sparo
I volontari - non
professionali, provenienti anche loro da
fasce marginali nell’ambito
di un progetto basato sulla condivisione
e lo sviluppo autogestito dal basso – non
hanno lavorato “per” ma “con” la
popolazione locale. “Abbiamo fatto
tutto con loro – racconta Marina – Per
accedere al centro medico, per esempio,
ogni abitante dello slum era invitato a
versare una cifra simbolica. Questi soldi
finivano in una cassa che veniva utilizzata
per bisogni della comunità individuati
dalla comunità stessa. Il sistema
funzionava. La cassa l’hanno sempre
tenuta loro e non è mai mancata
una rupia”.
Piccoli progetti, piccole iniziative che
all’interno di uno slum assumono
però enorme importanza: il miglioramento
di vita legato alla presa di coscienza
della propria condizione e dei propri diritti,
l’alfabetizzazione e quindi la capacità di
leggere ciò che si sta per firmare,
la conoscenza delle leggi e quindi la consapevolezza
che essere un fuori casta non condanna
necessariamente alla schiavitù e
allo sfruttamento...
Eppure, sono state proprio queste conquiste
faticosamente ottenute a decretare la fine
dell’esperienza dell’associazione,
che a Sarada Pally ha voluto operare in
piena autonomia sganciandosi da certe “consuetudini” e
meccanismi consolidati di molte Ong. Con
obiettivi che mal si conciliavano con gli
interessi del potere locale. “L’intreccio
di complicità mafia-polizia-stato
- prosegue Marina Valente - rende impossibile
a una piccola associazione di volontariato
bypassare i poteri forti e operare direttamente
insieme alla popolazione interessata, in
un rapporto che vada ben oltre la carità”. Osteria
a Calcutta ci è riuscita per
un po’, poi, quando ha iniziato a
dare veramente fastidio, è stata
costretta a sloggiare, vedendo tutto quello
che aveva realizzato ridursi a un cumulo
di macerie.
“La vidi bene: un’auto di lusso, inconsueta da quelle parti. Chissà chi
c’era dentro. Quando mise in moto in velocità, me la ritrovai
contro prima ancora di realizzare che aspettava me”. Un avvertimento.
Fine di un sogno, di “un’utopia messa in pratica”, come Marina
definisce questa esperienza.
Ma L’Osteria non si è arresa
e vuole riprovarci. A proposito, perché si
chiama così? “Le antiche osterie – è la
risposta di Marina - erano luoghi popolari
dove si potevano incontrare i personaggi
più disparati, soprattutto gente che
veniva da Paesi lontani. Molte ospitarono
anche gruppi rivoluzionari. Ecco, il nostro
progetto conteneva molte caratteristiche
delle osterie, a partire dall’interscambio
tra popolazioni diverse che intendevamo realizzare,
al fatto che avesse una radice popolare”.
Patrizia Spagnolo |