“Enrico, dove vai?”, “Parto,
vado in Germania”, “E quando
torni?”, “Non lo so, forse mai.
Che ci resto a fare qui? In Italia trovi
lavoro soltanto se sei raccomandato, ti pagano
poco, non fai carriera e non cresci professionalmente.
Me ne voglio andare, tornerò qui per
le vacanze”.
L’estero esercita sui giovani del Bel Paese un’attrazione sempre
maggiore. Sfiduciati dalla dequalificazione e provincializzazione delle Università italiane
(alle quali sono approdati dopo essere sopravvissuti allo sfacelo delle scuole
precedenti), scoraggiati e imbarazzati dalla triste, ridicola e degradata situazione
politica in cui il bene comune non si sa più cosa sia, depressi da un
quadro occupazionale ed economico decisamente nero, spaventati dallo spettro
della povertà, studenti e neolaureati attraversano le Alpi e volano altrove.
La tendenza è forte e pare inarrestabile. Oggi studiano all’estero
già il 14 per cento dei ragazzi tra i 15 e i 29 anni e il 30% degli universitari.
Vent’anni fa, per esempio, erano poco più di 200 coloro che partivano
col programma Erasmus, contro i circa 20 mila all’anno attuali...
La “fuga” degli studenti in cerca di università di alto livello
e inserite in circuiti internazionali si quantifica in 40 mila giovani che ogni
anno sbarcano in Paesi come la Germania (soprattutto), Inghilterra, Austria,
Svizzera, Stati Uniti, Francia, Spagna. E il 4% non fa più ritorno. Sono
dati recenti del Censis, da cui emerge anche come i giovani siano attratti dalla
valorizzazione della meritocrazia che all’estero consente di trovare lavoro
con una semplice inserzione e non tramite conoscenze.
I numeri di questo fenomeno sono in crescita, ma per adesso restano comunque
contenuti sul totale della popolazione studentesca italiana. Mica tutti possono
permettersi di andare a studiare all'estero, così molti si accontentano – dopo
la laurea triennale, giusto per chiarirsi le idee – di un’esperienza
formativa in un Paese straniero della durata di pochi mesi o al massimo di un
anno.
Matteo, per esempio, conta di fare questo. Ma i suoi genitori non sono affatto
convinti e in famiglia si è scatenato un serio conflitto. Ciò che
lascia perplessi papà e mamma è che il loro bambino perda un anno
di studio e faccia scelte avventate spinto in Australia dall’amore verso
una ragazza venezuelana conosciuta tempo prima, anche lei tra i canguri in cerca
di un lavoro. Non essendo riusciti a convincerlo a rimanere, gli hanno negato
il foraggio: “Se vuoi proprio andare – gli hanno detto – trovati
i soldi per pagarti il viaggio”.
E così è stato. Enrico ha lavorato per alcuni mesi in un call center,
20 ore a settimana, mentre preparava gli ultimi esami universitari e la tesina.
Adesso è pronto a partire. “Mi dispiace per i miei – dice – Continuano
ad essere contrari. E’ vero, raggiungo la mia ragazza, ma non credo di
fare una scelta avventata. Voglio andare lì a imparare meglio l’inglese,
a lavorare, arricchire il mio curriculum con un’esperienza formativa all’estero.
Quando tornerò, completerò il ciclo di studi universitari”.
Negli ultimi anni si sono moltiplicate le proposte per chi vuole studiare e lavorare
nei Paesi d’oltralpe. L’Unione Europea, il ministero degli Esteri,
i centri “Informagiovani”, “Socrates”, “Leonardo” ecc.
offrono un ampio ventaglio di possibilità, prontamente colte da giovani
che hanno voglia di cambiare aria e farsi nuove esperienze. Lasciando in Italia
genitori a volte inconsolabili e incapaci di comprendere certe scelte. Roberta è figlia
unica, si è laureata da poco e adesso vuole andare all’estero col
ragazzo, anche lui laureato, per un po’. “Quando, due anni fa, sono
andata in Spagna con Erasmus – racconta - mia madre ha pianto per non so
quanti giorni, non voleva farmi andare via, mi chiedeva perché volevo
stare lontana dalla mia famiglia, dalla mia casa, non stavo bene con loro?”.
“Io abito al Sud – continua Roberta - in un paesino di 20 mila abitanti:
che lavoro posso trovare lì, quali prospettive ho? Il mio fidanzato ha
studiato ingegneria a Torino e non concepisce proprio l’idea di tornare
in questo buco. Vogliamo partire, vedere, guardarci intorno, capire quali possibilità abbiamo
all’estero. Ci spinge il desiderio di evadere, ma soprattutto il bisogno
di allargare i nostri orizzonti. Sarà dura per i miei, lo so, ma non posso
e non voglio restare”.
Chiamarli mammoni non si può, ma la strada verso l’autonomia è ancora
lunga. Si va all’estero contenti ed eccitati di fronte a una nuova esperienza,
ma per lo più si tratta di una bella parentesi che si chiude con il ritorno
a casa, dove si aggiorna il proprio curriculum vitae e ha inizio la lunga trafila
per trovare un lavoro.
“Una trafila tutta italiana – dice
Luigi esasperato – Sono tornato dall’America
6 mesi fa, ho spedito non so più quanti
curriculum, ho risposto ad annunci e messo
inserzioni, ho mobilitato la mia famiglia,
parenti, amici e amici di amici. Niente di
niente. All’estero ho conosciuto un
ragazzo italiano che ha deciso di rimanere
lì. Siamo ancora in contatto. Nell’ultima
mail mi ha scritto che già da mesi
ha trovato un lavoro ben pagato che gli piace
molto e di tornare in Italia non se ne parla
nemmeno, se non in vacanza. Anch’io
ho voglia di andarmene dall’Italia,
mi sembra di essere in un Paese del Terzo
mondo”. Da studente desideroso di
allargare i propri orizzonti a immigrato,
insomma. E come lui, tanti altri.
Patrizia Spagnolo |