LA LIBERTA' SOFFOCATA
S’insinua come un serpente ai piedi
delle cime dove si poggia il cielo azzurrissimo
del mondo. È il treno che collega
Pechino con Lhasa, capitale del Tibet, inaugurato
in pompa magna nell’estate del 2006
dalle autorità cinesi. Un’opera
di ingegneria tecnologica straordinaria,
che copre in 40 ore 4.200 chilometri e capace
di correre oltre i 5.000 metri di altitudine.
Un convoglio sbalorditivo, con vagoni passeggeri
costruiti per resistere a quelle altezze:
doppi vetri con filtri per smorzare i raggi
ultravioletti, pressurizzazione come negli
aerei per garantire l’ossigenazione.
Per riuscire in questa impresa titanica,
il governo cinese ha stanziato oltre 5 miliardi
di euro. Sono serviti a vincere gli ostacoli
che il territorio del Tibet metteva di fronte
agli ingegneri: stabilità dei binari a quelle
altezze, dove il suolo è sempre ghiacciato, precipizi da superare con
ponti arditi, varchi da aprire nelle valli remote.
Niente ha fermato le migliaia di operai che, come operose formiche, si sono lanciate
nell’impresa, coronando un sogno accarezzato già mezzo secolo fa
da Mao, rimasto irrealizzato perché la tecnologia allora era inadeguata.
Il “treno del cielo”, com’è stato ribattezzato, è diventato
così il fiore all’occhiello dell’amministrazione di Pechino,
che va ad aggiungersi ad altri pesanti interventi attuati negli ultimi anni in
Tibet: costruzioni di autostrade, palazzi e grattacieli, impianti per l’estrazione
mineraria, gasdotti e dighe. Uno sviluppo simile a quello già attuato
in altre zone e città della Cina, che il presidente Hu Jintao ha chiamato “modernizzazione”.
C’è un problema, però.
La “modernizzazione” non è stata
chiesta dai tibetani, è stata loro
imposta: con la forza e la violenza. E, purtroppo, è una
storia vecchia.
Il pugno rosso
Grande come l’Europa, il Tibet ha sempre
fatto gola alla Cina per la sua strategica
posizione geo-politica. Si trova ai confini
con l’India e l’Asia Centrale,
dal suo territorio sgorgano le vitali sorgenti
d’acqua dei maggiori fiumi del continente
(lo Yangtze, il Fiume Giallo, il Mekong,
l’Indo, il Brahmaputra) e custodisce
giacimenti di minerali preziosi come oro
e uranio. Lo capisce subito Mao Zedong che,
appena un anno dopo la conquista del potere,
nel 1950 scatena l’Esercito di Liberazione
Popolare, che invade la regione all’ombra
dell’Himalaya arrivando fino alla capitale,
Lhasa.
I cinesi hanno vita facile nell’occupazione. Di fronte, si trovano un popolo
numericamente ridotto (6 milioni di abitanti), militarmente “disarmato” (8.000
soldati tibetani contro 40.000 cinesi), sostanzialmente mite, costituito da pastori,
montanari e monaci. È una società, difatti, in cui la religione,
il buddismo, ha un’importanza centrale. Seguita praticamente da tutti gli
abitanti, con monasteri sparsi nell’intero territorio, ha in Tenzin Gyatso,
XIV Dalai Lama, la sua suprema guida spirituale e politica, riconosciuta dai
tibetani. È infatti lo stesso Dalai, allora
adolescente, che cerca all’inizio una
mediazione con Mao affinché il suo
popolo e la sua cultura millenaria non vengano
brutalmente cancellati. Sono tentativi inutili.
L’esercito cinese opera arresti e repressioni
di massa, tanto che nel 1959 il Dalai, in
pericolo di vita, lascia il Tibet e fugge
avventurosamente in esilio in India. Troverà ospitalità a
Dharamsala, insieme a migliaia di profughi,
dove stabilisce il suo quartiere generale
intorno alla “nuova” comunità tibetana.
Aumenta la
repressione
L’occupazione cinese, intanto,
non allenta la sua morsa. Anzi, nel 1965,
in piena “Rivoluzione culturale”,
si fa più cruenta. Scrive Federico
Rampini, corrispondente del quotidiano La
Repubblica dall’Oriente e autore
di libri di successo, nel suo L’ombra
di Mao: «Il fanatismo radicale
delle Guardie Rosse aizzate da Mao devasta
uno dei più ricchi patrimoni artistici
e archeologici dell’umanità.
Molto prima dei talebani in Afghanistan o
di Pol Pot in Cambogia, i comunisti cinesi
decidono di annientare tutto ciò che
ricorda la religione: castelli e statue,
dipinti e libri antichi vengono distrutti.
Dei seimila templi e monasteri censiti prima
del 1959, nel 1976, dopo dieci anni di Rivoluzione
culturale, non ne resta intatto neanche uno».
Anche il numero dei morti fa tremare i polsi.
Oltre un milione di tibetani, monaci e monache
compresi, sono uccisi dai militari, un quinto
dell’intera popolazione. La terribile
tempesta rossa non piega però l’anima
tibetana, che resta comunque devota ai principi
del buddismo e alla sua guida in esilio, il
Dalai Lama, di cui è proibito tenere
l’immagine. Il popolo prova persino a
rialzare la testa nel decennio successivo,
con insurrezioni e contestazioni, favorito
da un leggero calo di attenzione del regime.
Il risultato, alla fine, è l’arrivo
di un giovane rampante della nomenclatura di
Pechino, Hu Jintao, attuale presidente della
Cina, a cui è affidato il compito di
mettere ordine nella regione. Nel 1988, Hu
istituisce la legge marziale e dà il
via a una nuova ondata di sanguinose repressioni.
Saranno le ultime, almeno di così grosse
proporzioni. All’orizzonte si fa largo
un altro tipo di repressione, più subdola
e strisciante, ma non meno devastante della
passata.
IL TEMPO
DELLA MODERNIZZAZIONE
Il cambio
di rotta voluto da Deng Xiaoping, con l’apertura economica
al mercato internazionale, e proseguita con
i suoi successori, ha fatto diventare la
Cina il colosso che è oggi. Quel cambio,
più che in altre regioni lontane da
Pechino, ha avuto riflessi significativi
anche in Tibet.
Il nuovo corso, difatti,
segue due vie che si intersecano fra loro:
quella della ricchezza capitalistica e quella
della colonizzazione, con una vasta immigrazione
di cinesi sotto le cime dell’Himalaya. «La
Cina globalizza il Tibet – dice Gabriel
Lafitte, esperto di economia tibetana all’università di
Melbourne, Australia - . Investimenti stranieri,
alta tecnologia, borsa valori, infrastrutture.
C’è fretta di integrare non solo
il Tibet, ma tutta la metà occidentale
del Paese, drenare le sue risorse e fronteggiare
un malcontento diffuso delle popolazioni di
quelle aree lasciate indietro dallo straordinario
sviluppo concentratosi soprattutto a est».
Il Tibet, in particolare, offre la possibilità di
invertire il flusso di manodopera cinese,
finora diretto verso le ricche metropoli
ormai ai limiti della sopportazione demografica.
Risorse da sfruttare
Il tetto del mondo,
d’altra
parte, benché ostico dal punto di
vista climatico, è tra
i più appetibili. «Il Tibet è stato
da sempre considerato uno scrigno di tesori – scrive
lo scomparso giornalista e scrittore Tiziano
Terzani, che ha vissuto buona parte della
sua vita in Oriente - . E i suoi abitanti,
prigionieri dei loro tabù e terrorizzati
dalle proprie superstizioni, non hanno mai
mosso un sasso alla ricerca di minerali,
né hanno mai cercato di aprire delle
strade pensando che ciò avrebbe reso
sterile la terra».
Secondo Robert Thurman, uno dei più autorevoli studiosi del Tibet, grazie
alla loro adorazione di tutto ciò che vive, i tibetani hanno preservato
il più sofisticato ecosistema della Terra, «un ambiente così fragile
che, una volta scomparso, non potrà ritornare mai più». Un
angolo di Paradiso, dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità.
A Pechino, però, tutto questo poco importa. La svolta “modernista” deve
proseguire a spron battuto. Ci sono risorse da sfruttare per soddisfare il bisogno “energivoro” della
Cina e che possono dare lavoro a migliaia di cinesi, incentivati a fare le valigie
verso Lhasa e ad allentare così le tensioni sociali interne al Paese.
Non a caso, il governo ha facilitato le pratiche per la residenza in Tibet e
la regione riceve più sussidi che in altre Province.
È un nuovo tipo di “occupazione”, in parte meno violenta di
quella militare, ma forse più destabilizzante. L’afflusso di coloni
cinesi ha ormai ridotto a minoranza i tibetani e il “miracolo economico” in
atto nella regione ha portato loro scarsi benefici.
A Lhasa, specchio del cambiamento, si ricostruiscono interi quartieri, si innalzano
grattacieli e si asfaltano strade. «I tibetani – riporta il giornalista
Joshua Kurlantzick in un articolo apparso sul mensile Rolling Stone – vengono
sospinti ai margini: nei quartieri più recenti non riesco a trovare neppure
un negozio di proprietà di un tibetano. Il flusso di contante ha generato
crescita e creato prosperità, favorendo però i cinesi».
I coloni, insomma, viaggiano su corsie preferenziali, favoriti dal fatto che
i centri di potere sono tutti nelle mani delle autorità di Pechino, che
non si sforzano neppure di imparare la lingua del Tibet. È cresciuto così l’impoverimento
di tanti tibetani, incapaci di competere con gli immigrati e di inserirsi in
un mondo imprenditoriale dominato dai cinesi. Il risultato è l’emarginazione
sociale ed economica.
La “modernizzazione”, intanto,
apre le porte anche al turismo, che sbarca
dagli aerei migliaia di visitatori, cinesi
e stranieri, in Tibet. Un numero in aumento
con la nuova linea ferroviaria Pechino-Lhasa,
che inonda il territorio di 800.000 immigrati
e turisti all’anno. Ad accoglierli, nella
capitale in trasformazione e sempre più simile
alle megalopoli cinesi, hotel di lusso, grandi
magazzini, fast food, locali notturni con contorno
di prostituzione e di spaccio di droghe, problemi
un tempo sconosciuti.
L'armonia spezzata
A osservare questo mesto
panorama, c’è il
maestoso Potala, il palazzo sacro più elevato
del mondo a 3.800 metri di altitudine. Per
360 anni è stato la dimora dei vari
Dalai Lama, di cui ospita le salme. Oggi,
restaurato e aperto dalle autorità cinesi
che in passato lo avevano chiuso, è meta
di continue visite da parte di turisti cinesi
e occidentali, ma anche di molti pellegrini
locali.
È il segno di una religiosità ancora profonda e diffusa, che resiste
nel popolo tibetano nonostante gli sforzi delle autorità cinesi di cambiarla
con ogni mezzo. «Un’antica cultura muore – spiega Renata Pisu,
giornalista attenta ai problemi dell’Oriente – e si tenta di farla
sopravvivere nei suoi aspetti folkloristici, e cioè danze tibetane, maschere
tibetane, salmodiare di preghiere, il tutto a uso e consumo di un turismo incolto
e vorace».
La Cina, infatti, da circa un decennio, ha cambiato registro nei confronti della
religione buddista. Una volta constatato quanto sia difficile estirparla, ha
concesso delle aperture, ovviamente a suo modo. Lo spiega bene Joshua Kurlantzick: «Pechino
sostituisce sistematicamente i monaci locali più venerati con propri leader
fantoccio, torturando e uccidendo coloro che si rifiutano di sommettersi all’autorità cinese».
E chi si ostina a pretendere libertà viene messo a tacere con discrezione
dalle forze di polizia.
Tra i religiosi che vivono sul filo del rasoio, sempre sotto controllo delle
autorità, c’è Nyima Tsering, 38 anni, il vice-abate del tempio
buddista Jokhang, uno degli edifici più antichi e sacri di Lhasa. Confessa
a Federico Rampini: «Per accumulare denaro si distrugge l’armonia
tra gli uomini, e tra gli uomini e la natura. Non ho nulla contro i cinesi che
arrivano, se vengono per studiare la nostra cultura. Il buddismo appartiene anche
a loro, a tutta l’umanità. Ma vengono per il business, distruggono
la natura, questa è una tragedia». E aggiunge: «L’altra
delusione della mia vita, dopo essere entrato in monastero, è l’assenza
di un maestro. Non si impara bene il buddismo senza un grande maestro. Qui non
ce ne sono».
Dialogo e non violenza
l “grande maestro” è chiaramente
il Dalai Lama in esilio, che non calpesta
la sua terra da 49 anni, ma conosce bene
i gravi problemi del Tibet. Sa quanto sia
difficile, se non impossibile allo stato
attuale delle cose, far cambiare rotta a
Pechino. Per questo, da tempo, ha modificato
le sue legittime richieste: non chiede più l’indipendenza,
ma il riconoscimento di una vera autonomia
del suo Paese all’interno della Costituzione
della repubblica popolare cinese.
Dal 2001, ci sono stati sei incontri tra la delegazione tibetana e il governo
cinese che sembravano aprire spiragli positivi. Poi, all’improvviso, nel
2006, il dietro front di Pechino, con l’aumento della repressione in Tibet
e l’attuazione di una strategia di denigrazione verso il Dalai. Proprio
lui, che ha avuto parole benevoli persino per il “treno del cielo” Pechino-Lhasa: «La
mia terra è arretrata. Siamo un grande Paese ricco di risorse naturali
ma del tutto sprovvisto di tecnologie o conoscenze per sfruttarle. Perciò se
restiamo dentro la Cina potremmo ottenere benefici più grandi, a patto
che si rispetti la nostra cultura e il nostro ambiente naturale. La nuova ferrovia,
per esempio, è un’ottima cosa, utile allo sviluppo, purché non
la usino politicamente».
Come la usino i cinesi, si è visto. E la dichiarazione del Dalai non è piaciuta
ad alcune frange più estremiste del Tibet, che sono per la lotta armata.
Una soluzione, questa, che la massima guida spirituale tibetana non accetta e
di cui non vuole sentire parlare. Anche se i crimini contro i diritti umani continuano
nel suo Paese, l’unica via da seguire, per lui, passa attraverso la non
violenza e il dialogo. I gesti terroristici, inoltre, offrirebbero a Pechino
la scusa per stringere ancora di più la morsa sul suo popolo.
La strada scelta, quindi, è in salita e tortuosa. Se è vero che
il “progresso” ha portato un certo diffuso benessere e dei miglioramenti
nella società, come fanno intuire le parole del Dalai, è altrettanto
vero che questo benessere raggiunge una minima parte dei tibetani. Non solo.
La millenaria cultura della regione sta scomparendo, sostituita da “valori” che
non appartengono al suo popolo.
I cinesi, per quanti sforzi facciano, per adesso
non sono ancora riusciti a farla scomparire.
L’immagine del Dalai Lama è proibita
e il suo nome non si può dire. Il suo
pensiero e la sua fede, però, superano
la cornice delle vette himalayane e arrivano
ugualmente nel suo Paese. E forse non sono
mai andati via dal Tibet e dalla sua gente,
perché è difficile cancellare
ciò che custodisce l’anima.
Claudio Facchetti
Per leggere l’intervista al Dalai
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