In questo numero
ALDO MORO UN ITALIANO SCOMODO di Ada Serra

 


«Il primo ricordo che ho di mio padre è una voce in una notte estiva, una voce lontana e che conoscevo, anche se non capivo di cosa parlasse. È un ricordo molto sereno». Esordisce così Agnese Moro, terza dei 4 figli dello statista Aldo Moro. La incontriamo per ricordare la figura di suo papà, a 30 anni esatti dal rapimento e da quell’omicidio che ha cambiato l’Italia.

L’ultimo ricordo che ha di suo padre…
«La mattina del rapimento. Io uscivo per andare a lavoro e lui si stava preparando. L’ho salutato attraverso una porta perché andavo di corsa. Lui mi ha salutato. È stata l’ultima volta che ho sentito la sua voce».

E poi?
«Ero arrivata da poco in ufficio quando venne un’amica, che aveva sentito la radio, a dirmi che erano morte le persone della scorta e che sembrava che papà fosse stato rapito. Tornai subito a casa. Ma sul momento era tutto confuso».

Ci può raccontare le sue emozioni durante i giorni del sequestro?
«Da una parte era sempre viva la speranza. Ma dall’altra fu forte il dispiacere nel vedere tanta chiusura e accanimento nei confronti di una persona estremamente buona e sensibile. Penso sempre alla solitudine che credo abbia provato. E mi colpisce, ripensando a quei giorni, la serenità della sua fede. Il dialogo con Dio, durato tutta la vita, anche in giorni così difficili non si è minimamente incrinato». È commossa mentre pronuncia queste parole.

Suo papà è stato dunque anche un uomo di fede.
«Mi ha sempre colpito la sua fede nella resurrezione. Nelle ultime lettere alla mia mamma scrive: “Ci ritroveremo, ci riameremo”, o a me: “Saremo più lontani o forse più vicini in maniera diversa”. Come poi è stato, in qualche modo. Vedo la sua fede anche nel suo ottimismo, nella capacità di vedere il bene a lavoro nel mondo anche nei momenti più brutti. Non è stato un integralista, però la fede che viveva viene fuori in tante delle cose che ha scritto e ha detto».

C’è una foto che viene istintivamente associata al rapimento Moro, anche da chi non ha vissuto quell’epoca e che fu diffusa qualche giorno dopo il rapimento: suo padre in camicia davanti a una bandiera della BR.
«Da una parte ci fece piacere perché voleva dire che era vivo. E poi ha quello sguardo, di sofferenza ma anche paziente».

Nell’era dell’antipolitica e di una sfiducia crescente dei giovani nei confronti della politica, che testimonianza pensa possa ancora dare suo padre?
«Penso all’idea che la vita va vissuta non come una ‘cosa nostra’ ma va messa a servizio di tutti. Poi, l’idea che l’impegno di una persona può fare la differenza. Un signore di Terracina (in provincia di Latina, dove la famiglia Moro andava per le vacanze, ndr), all’epoca era ragazzo e incontrò mio padre sul lungomare. Il giovane cominciò a fargli l’elenco delle cose che non andavano nel mondo. Mio padre lo ascoltò per un bel po’. Alla fine gli chiese: “E tu che fai?”. E poi, ricordo anche la grande fiducia che aveva nei giovani. Era un professore universitario anomalo: passava molto tempo con i suoi studenti. Li conosceva tutti per nome e se uno mancava a lezione si preoccupava. Ci sono racconti di ragazzi ricoverati che si sono visti andare a trovare in ospedale da mio padre. C’era affetto, attenzione e gratitudine reciproca».

Che padre è stato Aldo Moro per lei e per i suoi fratelli?
«Permissivo e attento alle nostre necessità. Non ricordo prediche, a parte “Lavatevi le mani”, “Mi raccomando l’igiene”, “Non mangiate le gomme americane”, “Non comprate alle bancarelle”! Forse, a me è rimasto, più di ciò che mi ha detto, quello che gli ho visto fare».

Qual è il suo rapporto col perdono di fronte alla tragedia che ha colpito la sua famiglia?
«Penso che ‘perdono’ non significhi né non sentire dolore per ciò che è accaduto né fare finta che le cose accadute non fossero sbagliate. Ritengo che perdonare sia un dono di Dio, una grazia che ci viene data. Tutti io devo perdonare: chi ha premuto il grilletto, chi poteva fare qualcosa e non l’ha fatta, chi s’è tirato indietro».

Nell’introduzione al suo libro lei scrive che è suo intento far conoscere ai suoi figli il loro nonno. Come raccontarlo ai ragazzi che leggono Dimensioni?
«Il modo in cui lui papà è morto ha un po’ oscurato la persona. Invece, è bene ricordare che dietro ogni atto di terrorismo ci sono delle persone e non dei simboli. Per me era mio padre e io in lui ho visto una persona capace di starci accanto con semplicità, umiltà, anche quando era lontano, con tante piccole ma importanti attenzioni: ovunque andasse mandava sempre una cartolina e portava un regalino. Aveva la capacità di interessarsi delle grandi scelte della tua vita ma anche delle piccole cose. Mi fanno sempre tenerezza, quando le rileggo, le sue lettere dal carcere delle BR: ha scritto cose molto belle, addii molto profondi. Ma poi, nelle lettere, ci sono anche raccomandazioni del tipo:“Spegnete il gas”».

A 30 anni dalla morte di suo padre, sembra si sia ancora lontani dalla verità. Non vogliamo fare un’analisi storica. Però ci aiuti a capire il perché di tutto questo.
«Molte delle vicende che riguardano il terrorismo non sono state ancora chiarite, nonostante i processi e le commissioni d’inchiesta. Molto si basa sulle ricostruzioni dei terroristi, in parte logiche e in parte piene di interrogativi. E poi, ci sono tanti personaggi: ognuno dice la sua verità ed è difficile districarsi. Tutto si è complicato ulteriormente perché è mancata un’attività investigativa più tempestiva e chiarificatrice».

Cosa pensa della riabilitazione dei terroristi e degli ex-brigatisti che vanno in tv?
«Credo che quando uno ha scontato la sua pena ha diritto a fare una vita normale. Poi c’è una questione di buon gusto e sensibilità interiore: forse ci si aspetterebbe che chi ha rovinato la vita di tante persone senta la necessità di trascorrere il resto della sua vita un po’ da parte. Però è chiaro che, per chi è stato colpito duramente, vedere persone che hanno fatto certe cose e che magari possono conoscere fatti che potrebbero aiutare le indagini può essere difficile».

In questi decenni molti artisti hanno preso la vicenda di suo papà come ispirazione per la loro opera…
«Io purtroppo non riesco mai a vedere questi spettacoli: è più forte di me. Però penso che siano importanti veicoli di riflessione. Sono opere significative anche per i ragazzi, perché pensate con un linguaggio che arriva a loro più facilmente».

Sono in programma celebrazioni particolari per il trentennale dalla morte di suo papà?
«Come “Accademia di studi storici Aldo Moro” stiamo organizzando una commemorazione per il 9 maggio (nel 2007 è stata istituita la Giornata della memoria per le vittime del terrorismo, ndr) e un convegno internazionale di studi per novembre. E poi ci saranno altre iniziative in Italia.

Se le venisse chiesto di ricordare suo padre con un sorriso…
«C’è un evento che ricordo con tenerezza. Una volta, un ragazzo con cui c’era una certa simpatia mi regalò un orso di peluche. E mio papà si ingelosì. Allora, di ritorno da Parigi poco tempo dopo, mi riportò un gigantesco orso come per dire: “Gli orsi belli te li regala papà!”».

Ada Serra

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