Cinque anni di silenzio discografico sono
un’eternità in un mercato dove
ormai se non fai parlare di te ogni mese
vieni dato per scomparso. Ai Neri per Caso,
però, la cosa non deve averli preoccupati
più di tanto, visto che è dal
2002 che non pubblicano un album. È però bastato
che si riaffacciassero nel pianeta delle
sette note con la godibile versione di What
a fool believes, un grande successo
dei Doobie Brothers dei ’70, eseguita
insieme a Mario Biondi, per far subito tornare
in mente il sestetto salernitano.
D’altra parte, era difficile dimenticarsi dei Neri per Caso, anche solo
per la loro caratteristica più evidente: quella di cantare “a cappella”,
ossia senza l’accompagnamento di strumenti musicali, lasciando alle sole
voci l’intera architettura del pezzo. Una particolarità che pochi
altri gruppi praticano al mondo e che in Italia è balzata alle… orecchie
di tutti quando i sei ragazzi sono saliti sul palco di Sanremo nel 1995.
All’epoca presentarono il brano Le ragazze, con cui vinsero nella
categoria “Nuove proposte”, che li proiettò subito nel firmamento
della musica italiana vendendo oltre 700 mila copie dell’album omonimo,
con brani eseguiti ovviamente “a cappella”.
Da allora, la carriera del gruppo è proseguita su ottimi binari, tra album
di buona fattura (qualcuno con l’uso degli strumenti), applauditi tour
e l’apertura al mercato sud americano, dove hanno ottenuto un buon riscontro.
Oggi è arrivato il “ritorno” su disco con un progetto importante
e originale, anticipato appunto dal singolo What a fool believes con
Mario Biondi. Un brano che è il gustoso antipasto di Angoli diversi,
album che vede i Neri per Caso duettare con altri dieci grandi nomi della musica
italiana: Mango, Claudio Baglioni, Neffa, Lucio Dalla, Luca Carboni, Gino Paoli,
Samuele Bersani, i Pooh, Alex Britti e Raf. Per ognuno di questi artisti, il
gruppo ha scelto un loro brano famoso, sostituendo gli strumenti con le voci.
Operazione riuscitissima, anche perché nella rilettura le canzoni hanno
preso traiettorie diverse, assumendo una nuova identità e soprattutto
una nuova anima. Bentornati.
Mancate dal mercato da oltre cinque anni.
Dove eravate finiti?
Sui palchi dei teatri.
Abbiamo fatto dei tour soddisfacenti in Italia
e in Sud America, dove siamo stati accolti
benissimo. Poi, nel 2006, è incominciato
il lavoro per questo album, che ci ha preso
parecchio tempo per realizzarlo.
Come mai?
Essendoci undici duetti da incidere,
c’è stato
molto materiale da ascoltare per scegliere,
per ogni artista, la canzone che meglio
si prestasse alla nostra interpretazione.
E poi non volevamo ripeterci, dopo la lunga
assenza discografica. Avevamo questa idea,
che ci ha subito entusiasmato, e desideravamo
sfruttarla il meglio possibile, senza fretta,
curandola nei minimi particolari.
In quale modo avete scelto i brani nel
vasto repertorio di ogni singolo ospite?
Seguendo il cuore e la sua resa “tecnica” nel
trasporla per sole voci. Doveva funzionare,
insomma, sia nell’intreccio vocale,
in modo da non far sentire la mancanza
degli strumenti, sia dal punto emotivo,
per catturarne il feeling.
È scaturita
una lettura delle canzoni diversa rispetto
agli originali, eppur riconoscibile.
È stata una specie di sfida. Abbiamo cercato di scegliere, insieme agli
artisti, dei brani famosi proprio perché, come anticipa il titolo dell’album,
volevamo osservarli da angolature diverse lasciando però intatta quell’identificazione
melodica dei pezzi più conosciuta dal pubblico.
Quanto è difficile
raggiungere un tale risultato?
Ogni cover
che realizziamo non vuole essere la semplice
riproposizione dell’originale,
una sorta di karaoke vocale. Al contrario,
c’è sempre un’idea nuova
alla base che sviluppiamo durante la fase
di studio. Se funziona, la portiamo avanti:
la canzone deve trasformarsi nelle nostre
mani, “dire” cose nuove che
prima magari erano nascoste, tirare fuori
un’altra anima.
In alcuni brani, si rincorrono anche
le citazioni, dai Beach Boys ai Bee Gees
ai Beatles. Sono uscite spontanee?
Sono
richiami che, in qualche modo, rappresentano
il nostro bagaglio musicale. Noi arriviamo
da quel tipo di mondo, siamo cresciuti
con le canzoni di questi miti nelle orecchie
e “omaggiarli” tra le pieghe
dei pezzi è stato del tutto naturale.
A questa schiera appartengono i Doobie
Brothers, unici stranieri rappresentati.
Per quale ragione solo loro?
È una scelta nata dal confronto con Mario Biondi e dalla sua voce fenomenale
che, in Italia, è davvero unica. What a fool believes si sposava
perfettamente con il suo timbro e, visto che abbiamo anche un seguito internazionale,
si è deciso di lanciarla come singolo.
Come hanno reagito gli artisti coinvolti
nel progetto?
Con grandissimo entusiasmo.
Innanzi tutto ogni canzone è stata registrata
insieme proprio per catturarne il feeling
giusto. Quindi niente incisioni a distanza,
in studi diversi, come si usa fare ultimamente.
E poi ci sono stati davvero un confronto
e una partecipazione attiva nel lavoro,
che ha portato sintonia e complicità,
basi indispensabili per rendere al meglio
le emozioni dei brani.
Nella play
list dell’album manca
la presenza femminile. Una decisione voluta?
No, è del tutto casuale. Certamente,
in Italia è più difficile
trovare cantautrici che cantautori: a parte
Biondi, tutti gli altri sono compositori
dei loro brani e quindi la scelta è più vasta.
La maggior parte delle cantanti, d’altra
parte, è fatta di sole interpreti.
Può darsi che in futuro si incida
un album puntando sull’altra metà del
cielo, ovviamente sempre con le sole voci.
Ecco, le voci. Cosa ha spinto
anni fa dei ragazzi a formare, diversamente
dal solito, un gruppo vocale?
È nato per gioco. Prima di essere colleghi, tra di noi si intrecciano
parentele e amicizie che hanno favorito il cantare insieme. Siamo partiti da Quel
mazzolin di fiori per non fermarci più, spinti chiaramente dalla
comune passione per la musica e, in particolare, per il canto.
Ci è voluto comunque coraggio nel
proporsi in maniera così inconsueta
per il nostro panorama musicale.
Siamo stati incoraggiati anche dal crescente
interesse che suscitavano le nostre esibizioni
già a livello locale. Durante la
gavetta, ci siamo accorti che a ogni concerto
il pubblico aumentava, sorpreso nel vedere
sei ragazzi che riuscivano a ricostruire
un brano senza far sentire la mancanza
degli strumenti. Abbiamo così capito
che quella era la strada da seguire. È poi
arrivato Sanremo e la nostra vita è cambiata.
C’è qualche
gruppo vocale a cui vi siete ispirati?
Francamente,
all’inizio, non avevamo
nessun punto di riferimento. Solo più tardi,
quando ormai si era raggiunta una certa notorietà,
abbiamo scoperto Bobby McFerrin, i Take 6,
gli All 4 One, che usano la voce come noi.
Se proprio dovessimo fare dei nomi, ci sentiamo
più vicini ai Platters e alla tradizione
vocale degli anni ’50 e ’60,
artisti che però erano al servizio
di una canzone con gli strumenti. Noi, tutto
sommato, pensiamo di aver sviluppato un “nostro” stile,
anche perché non abbiamo seguito la
solita trafila di altri gruppi “a cappella” che
passa dal gospel per poi evolversi. Forse
siamo un po’ la somma di tutto questo,
un gruppo pop vocale con la sua originalità.
Claudio Facchetti |