In questo numero
NERI PER CASO di Claudio Facchetti

Undici duetti “a cappella” con altrettanti big
della canzone nostrana che ripropongono
alcuni dei loro “classici”.
È la scommessa riuscita del gruppo salernitano
con “Angoli diversi”, il loro nuovo album
che li rilancia alla grande.


Cinque anni di silenzio discografico sono un’eternità in un mercato dove ormai se non fai parlare di te ogni mese vieni dato per scomparso. Ai Neri per Caso, però, la cosa non deve averli preoccupati più di tanto, visto che è dal 2002 che non pubblicano un album. È però bastato che si riaffacciassero nel pianeta delle sette note con la godibile versione di What a fool believes, un grande successo dei Doobie Brothers dei ’70, eseguita insieme a Mario Biondi, per far subito tornare in mente il sestetto salernitano.
D’altra parte, era difficile dimenticarsi dei Neri per Caso, anche solo per la loro caratteristica più evidente: quella di cantare “a cappella”, ossia senza l’accompagnamento di strumenti musicali, lasciando alle sole voci l’intera architettura del pezzo. Una particolarità che pochi altri gruppi praticano al mondo e che in Italia è balzata alle… orecchie di tutti quando i sei ragazzi sono saliti sul palco di Sanremo nel 1995.
All’epoca presentarono il brano Le ragazze, con cui vinsero nella categoria “Nuove proposte”, che li proiettò subito nel firmamento della musica italiana vendendo oltre 700 mila copie dell’album omonimo, con brani eseguiti ovviamente “a cappella”.
Da allora, la carriera del gruppo è proseguita su ottimi binari, tra album di buona fattura (qualcuno con l’uso degli strumenti), applauditi tour e l’apertura al mercato sud americano, dove hanno ottenuto un buon riscontro.
Oggi è arrivato il “ritorno” su disco con un progetto importante e originale, anticipato appunto dal singolo What a fool believes con Mario Biondi. Un brano che è il gustoso antipasto di Angoli diversi, album che vede i Neri per Caso duettare con altri dieci grandi nomi della musica italiana: Mango, Claudio Baglioni, Neffa, Lucio Dalla, Luca Carboni, Gino Paoli, Samuele Bersani, i Pooh, Alex Britti e Raf. Per ognuno di questi artisti, il gruppo ha scelto un loro brano famoso, sostituendo gli strumenti con le voci. Operazione riuscitissima, anche perché nella rilettura le canzoni hanno preso traiettorie diverse, assumendo una nuova identità e soprattutto una nuova anima. Bentornati.

Mancate dal mercato da oltre cinque anni. Dove eravate finiti?
Sui palchi dei teatri. Abbiamo fatto dei tour soddisfacenti in Italia e in Sud America, dove siamo stati accolti benissimo. Poi, nel 2006, è incominciato il lavoro per questo album, che ci ha preso parecchio tempo per realizzarlo.

Come mai?
Essendoci undici duetti da incidere, c’è stato molto materiale da ascoltare per scegliere, per ogni artista, la canzone che meglio si prestasse alla nostra interpretazione. E poi non volevamo ripeterci, dopo la lunga assenza discografica. Avevamo questa idea, che ci ha subito entusiasmato, e desideravamo sfruttarla il meglio possibile, senza fretta, curandola nei minimi particolari.

In quale modo avete scelto i brani nel vasto repertorio di ogni singolo ospite?
Seguendo il cuore e la sua resa “tecnica” nel trasporla per sole voci. Doveva funzionare, insomma, sia nell’intreccio vocale, in modo da non far sentire la mancanza degli strumenti, sia dal punto emotivo, per catturarne il feeling.

È scaturita una lettura delle canzoni diversa rispetto agli originali, eppur riconoscibile.
È stata una specie di sfida. Abbiamo cercato di scegliere, insieme agli artisti, dei brani famosi proprio perché, come anticipa il titolo dell’album, volevamo osservarli da angolature diverse lasciando però intatta quell’identificazione melodica dei pezzi più conosciuta dal pubblico.

Quanto è difficile raggiungere un tale risultato?
Ogni cover che realizziamo non vuole essere la semplice riproposizione dell’originale, una sorta di karaoke vocale. Al contrario, c’è sempre un’idea nuova alla base che sviluppiamo durante la fase di studio. Se funziona, la portiamo avanti: la canzone deve trasformarsi nelle nostre mani, “dire” cose nuove che prima magari erano nascoste, tirare fuori un’altra anima.

In alcuni brani, si rincorrono anche le citazioni, dai Beach Boys ai Bee Gees ai Beatles. Sono uscite spontanee?
Sono richiami che, in qualche modo, rappresentano il nostro bagaglio musicale. Noi arriviamo da quel tipo di mondo, siamo cresciuti con le canzoni di questi miti nelle orecchie e “omaggiarli” tra le pieghe dei pezzi è stato del tutto naturale.

A questa schiera appartengono i Doobie Brothers, unici stranieri rappresentati. Per quale ragione solo loro?
È una scelta nata dal confronto con Mario Biondi e dalla sua voce fenomenale che, in Italia, è davvero unica. What a fool believes si sposava perfettamente con il suo timbro e, visto che abbiamo anche un seguito internazionale, si è deciso di lanciarla come singolo.

Come hanno reagito gli artisti coinvolti nel progetto?
Con grandissimo entusiasmo. Innanzi tutto ogni canzone è stata registrata insieme proprio per catturarne il feeling giusto. Quindi niente incisioni a distanza, in studi diversi, come si usa fare ultimamente. E poi ci sono stati davvero un confronto e una partecipazione attiva nel lavoro, che ha portato sintonia e complicità, basi indispensabili per rendere al meglio le emozioni dei brani.

Nella play list dell’album manca la presenza femminile. Una decisione voluta?
No, è del tutto casuale. Certamente, in Italia è più difficile trovare cantautrici che cantautori: a parte Biondi, tutti gli altri sono compositori dei loro brani e quindi la scelta è più vasta. La maggior parte delle cantanti, d’altra parte, è fatta di sole interpreti. Può darsi che in futuro si incida un album puntando sull’altra metà del cielo, ovviamente sempre con le sole voci.

Ecco, le voci. Cosa ha spinto anni fa dei ragazzi a formare, diversamente dal solito, un gruppo vocale?
È nato per gioco. Prima di essere colleghi, tra di noi si intrecciano parentele e amicizie che hanno favorito il cantare insieme. Siamo partiti da Quel mazzolin di fiori per non fermarci più, spinti chiaramente dalla comune passione per la musica e, in particolare, per il canto.

Ci è voluto comunque coraggio nel proporsi in maniera così inconsueta per il nostro panorama musicale.
Siamo stati incoraggiati anche dal crescente interesse che suscitavano le nostre esibizioni già a livello locale. Durante la gavetta, ci siamo accorti che a ogni concerto il pubblico aumentava, sorpreso nel vedere sei ragazzi che riuscivano a ricostruire un brano senza far sentire la mancanza degli strumenti. Abbiamo così capito che quella era la strada da seguire. È poi arrivato Sanremo e la nostra vita è cambiata.

C’è qualche gruppo vocale a cui vi siete ispirati?
Francamente, all’inizio, non avevamo nessun punto di riferimento. Solo più tardi, quando ormai si era raggiunta una certa notorietà, abbiamo scoperto Bobby McFerrin, i Take 6, gli All 4 One, che usano la voce come noi. Se proprio dovessimo fare dei nomi, ci sentiamo più vicini ai Platters e alla tradizione vocale degli anni ’50 e ’60, artisti che però erano al servizio di una canzone con gli strumenti. Noi, tutto sommato, pensiamo di aver sviluppato un “nostro” stile, anche perché non abbiamo seguito la solita trafila di altri gruppi “a cappella” che passa dal gospel per poi evolversi. Forse siamo un po’ la somma di tutto questo, un gruppo pop vocale con la sua originalità.

Claudio Facchetti

www.timeandmind.com