Nel mondo, 1,2 miliardi di persone vive con meno di 1 dollaro al giorno, 852 milioni sono i denutriti cronici, 5 milioni di bambini sotto i cinque anni muoiono ogni anno per malnutrizione. Sono cifre cui le cronache mediatiche ci hanno abituati. Dimezzare la povertà estrema nel mondo entro il 2015, questa la sfida lanciata dall’Onu all’inizio del nuovo millennio. Insieme ad altri sette obiettivi specifici come raggiungere l’istruzione primaria universale, promuovere l’uguaglianza di genere, migliorare la salute materna. Un traguardo utopico o un progetto realizzabile? Lotta alla povertà significa, anzitutto, destinare le risorse necessarie agli aiuti internazionali, assegnando lo 0,7% del Prodotto Interno Lordo alla cooperazione e allo sviluppo. Questo impegno, confermato nel 2002 a Monterrey, era stato preso dai Paesi ricchi nel 1980, eppure quasi tutti sono ancora ben lontani dal raggiungerlo.
Secondo le Nazioni Unite, Asia e Nord Africa sono sulla strada giusta per raggiungere il traguardo di dimezzare la povertà estrema entro i prossimi sette anni. Lo stesso non si può dire per altre vaste regioni dell’Africa Sub-Sahariana, dove persistono condizioni estreme di limite alla sopravvivenza.
Ancora una volta, dunque, si ripropone la sfida dell’equità e della capacità di creare condizioni di sviluppo reali e sostenibili per vincere la fame, perché essa è la peggiore iniquità dei nostri tempi.
Dimensioni Nuove ha incontrato il Prof. Umberto Veronesi, promotore di The Future of Science, Food and Water for Life. A lui, che non sempre condivide le nostre posizioni, ha rivolto alcune domande.
C’è un’ingiustizia alimentare nel mondo. Perché?
L'ingiustizia alimentare è una delle peggiori iniquità dei nostri tempi, un’offesa alla cultura e alla civiltà umane di fronte alla quale non possiamo rimanere inerti. Da un lato, nei Paesi in via di sviluppo, ci sono 840 milioni di persone che soffrono di malnutrizione cronica e 40 milioni, di cui 15 milioni di bambini, che muoiono di fame. Dall’altro, nel mondo occidentale, aumenta l’obesità fra i nostri figli, le nostre adolescenti anoressiche usano il cibo come ricatto e se ne privano fino a lasciarsi morire, la nostra dieta opulenta ci fa ammalare sempre di più. In realtà c’è qualcosa che possiamo fare da subito per contrastare questa situazione: utilizzare le scoperte e gli strumenti della scienza genetica nel campo della produzione alimentare e assumere un comportamento alimentare più responsabile.
Quale sarebbe il comportamento alimentare più responsabile?
Buona parte degli scienziati concordano che è inevitabile orientarsi verso un modello che preveda la progressiva riduzione del consumo di carne, per tre motivi. Il primo è di ordine ecologico/sociale. I prodotti agricoli a livello mondiale sarebbero in realtà sufficienti a sfamare tutti se venissero equamente divisi, e soprattutto se non fossero in gran parte utilizzati per alimentare gli animali da allevamento. Ogni anno 150 milioni di tonnellate di cereali sono destinate a bovini, polli e ovini, con una perdita di oltre l’80% di potenzialità nutritiva; in pratica il 50% dei cereali e il 75% della soia raccolti nel mondo servono a nutrire gli animali d’allevamento. L’America meridionale, per fare posto agli allevamenti, distrugge ogni anno una parte della foresta amazzonica grande come l’Austria. Gli allevamenti intensivi producono fino a tre tonnellate di liquami per ogni cittadino, inquinando il sottosuolo, e l’evaporazione dei liquami è tra le cause principali delle piogge acide. Per produrre la stessa quantità di cibo, l’allevamento intensivo consuma molta più acqua della coltivazione (per un chilo di carne bovina occorrono circa 15.000 litri d’acqua, mentre per un chilo di cereali ne bastano poco più di 100). La stessa estensione di territorio produce oltre dieci volte più proteine se coltivata a cereali e leguminose per il consumo umano che se destinata a pascolo o a coltivazioni per la produzione di mangimi. Trentasei dei quaranta Paesi più poveri del mondo esportano cereali negli Stati Uniti, dove il 90% del prodotto importato è utilizzato per nutrire animali destinati al macello.
Cosa succederebbe se la Cina, assumesse le nostre abitudini alimentari?
Oggi ci sono tre miliardi di capi di bestiame destinati a sfamare circa 1 miliardo di persone dei 6 miliardi che popolano la Terra e che invece si nutrono essenzialmente di cereali: riso, frumento, mais, orzo. Se tutti si mettessero a mangiare carne avremmo più animali che uomini sul pianeta, infrangendo ogni tipo del suo equilibrio. La riduzione di carne, tutelerebbe meglio la salute. Non ci sono dubbi che un’alimentazione povera di carne e ricca di vegetali sia più adatta a mantenerci in buona forma. Gli alimenti di origine vegetale hanno una funzione protettiva contro l’azione dei radicali liberi, cioè quelle molecole che possono alterare la struttura delle cellule e dei loro geni. Si può quindi pensare che chi segue un’alimentazione ricca di alimenti vegetali è meno a rischio di ammalarsi e possa vivere più a lungo.
La carne contiene sostanze nocive per la salute?
Noi siamo circondati da sostanze inquinanti, che possono mettere a rischio la nostra vita. Sono sostanze nocive se le respiriamo, ma lo sono molto di più se le ingeriamo. Consumando carne, ci mettiamo proprio in questa situazione, perché dall'atmosfera queste sostanze ricadono sul terreno, e quindi sull'erba che, mangiata dal bestiame, (o attraverso i mangimi) le introduce nei suoi depositi adiposi, e poi nel nostro piatto quando la mangiamo. L’accumulo di sostanze tossiche ci predispone a molte malattie cosiddette “del benessere” (diabete non insulino-dipendente, aterosclerosi, obesità). Anche il rischio oncologico è legato alla quantità di carne che consumiamo. Le sostanze tossiche, si accumulano più facilmente nel tessuto adiposo, dove rimangono per molto tempo esponendoci più a lungo ai loro effetti tossici. Frutta e verdura sono alimenti poverissimi di grassi e ricchi di fibre: queste, agevolando il transito del cibo ingerito, riducono il tempo di contatto con la parete intestinale degli eventuali agenti cancerogeni presenti negli alimenti.. I vegetali poi, oltre a contaminarci molto meno degli altri alimenti, sono scrigni di preziose sostanze come vitamine, antiossidanti e inibitori della cancerogenesi che consentono di neutralizzare gli agenti cancerogeni, di “diluirne” la formazione e di ridurre la proliferazione delle cellule malate.
Allora bisogna diventare vegetariani?
Vi è certamente una motivazione di ordine etico- filosofico che nasce dal massimo rispetto per la vita in tutte le sue forme, specie quando questa non può far valere le proprie ragioni. La logica di mercato scatena la violenza totale nei confronti degli animali che vengono letteralmente torturati: immobilizzati per impedire il movimento, ingozzati di cibo e anche percossi perché il muscolo si spezzi e la carne risulti più gustosa. Anche la pratica della macellazione è violenza allo stato puro e risveglia un senso di ripugnanza nel vedere come l’animale viene inizialmente solo stordito per poi essere sgozzato in modo che la morte avvenga per dissanguamento (questo è quanto impone la legge sulla macellazione), affinché la sua carne prenda un colorito più chiaro. Rinunciare alla carne dunque è un modo di contribuire ad alleviare le sofferenze inutili degli altri animali.
Maria & Enrico Marotta |