C'era una volta, a Brescia, un giovane operaio col pallino dei pedali. Correre lo rendeva libero, ma ciò che gli mancava era il tempo. Otto ore in fabbrica: le gerarchie, il rumore, l'intollerabile oppressione degli spazi chiusi. Charlie Chaplin, in Tempi moderni, fuggiva terrorizzato di fronte all'avanzare delle macchine. E così, anche lui: il caporeparto, burbero e scorbutico, non gli perdonava nulla. Ordini, rimproveri, improperi. “Ora basta - si disse un giorno il ragazzo -. Io non reggo più”. Prese la bicicletta, e partì per capo Nord. Sono passati otto anni. Francesco Gusmeri viaggia per i 40, ma da allora non ha mai smesso di galoppare. Non è un intellettuale, non ha sponsor, non cerca celebrità. Parla con la voce bassa, un po' timido, quasi impacciato. Ogni tanto, nella foga della conversazione, gli scappa qualche battuta in dialetto: e allora ridacchia, come per scusarsi. Allarga le braccia: “Ecco, sono fatto in questo modo”. L'ultima impresa risale a pochi mesi fa: 500 giorni di sudore, dalla Lombardia a Melbourne. In totale, oltre 30mila chilometri: i Balcani, il Medio Oriente. E poi, l'Asia: la Turchia, l'Iran, la Cina, l'Indonesia. Mai nessun italiano era riuscito a fare tanto. Il suo è uno sport anonimo: non ha un nome. Non esistono gare, né medaglie, né campionati del mondo. In fondo, è uno stile di vita: tanta fatica, nessuna preoccupazione. A molti farebbe terrore. Lui, invece, ne va matto: lavora quando può, mette da parte qualche risparmio, e si prepara per la prossima avventura.
Francesco, sei pronto a ripartire?
Se dipendesse da me, me ne andrei già domani. Purtroppo, però, servono i soldi.
Questione di budget.
Già. Gli avventurieri, in genere, sono uomini ricchi, terrorizzati dall'ozio: fuggono per noia, in cerca di nuove emozioni. Nel mio caso, invece, è successo l'esatto contrario. Ora, sono di nuovo fermo: devo risparmiare ed allenarmi. Ho trovato una buona occupazione, faccio l'assistente sociale: resterò a Brescia per altri due anni. Poi, ricomincerò a viaggiare: in America o in Cina, pensavo.
Il tuo tour australiano si è concluso nel settembre scorso. Dal deserto alla metropoli: com'è stato?
Terribile. Il fatto è che non riesco a starmene fermo, odio la routine. Sono atterrato all'aeroporto di Roma, ho guardato gli altri turisti, e ho pensato: “Al diavolo”. Niente treno: me ne sono tornato in bicicletta. Non ero per nulla stanco: poi, visto che c'ero, ho fatto una puntatina in Veneto. Giusto così, per gironzolare un altro po'.
Infaticabile...
No, assolutamente. Non mi ritengo un atleta: in fondo, sono semplicemente un testardo. Pedalo per cento chilometri al giorno, dormo dove capita. Basta un po' di allenamento. Per raggiungere Melbourne, ho speso circa 15mila euro. Non tantissimo: ci ho impiegato due anni.
E di ciclisti come te? Ne hai incontrati molti?
Sì, ce ne sono. Tedeschi e scandinavi, soprattutto. Italiani pochini. In Asia, però, ho conosciuto Sergio, un signore di Monza. Ha cominciato a viaggiare che aveva 17 anni. Ora ne ha 55: non ha mai smesso.
E come fa?
Si arrangia. È un personaggio molto particolare, quasi da film: burbero, schivo. Non ama parlare. Personalmente, comunque, devo ammetterlo: lo capisco. In Europa, ci sono i mass media, c'è la pubblicità, c'è lo stress. Anche il vostro, in fondo, è un correre frenetico: l'italiano medio insegue il cellulare, l'auto costosa, il bell'appartamento. Siamo tutti in viaggio. Stando fuori, però, ci si rende conto di una cosa: la vita moderna è completamente assurda. E allora, tanto vale andarsene.
Va bene, procediamo con ordine: capo Nord.
Ci ho impiegato un'estate: cinque mesi esatti. Andata attraverso la Germania, ritorno dalla Russia. Era il 2001: sono tornato a casa, e ho lavorato per altri cinque anni. Ma avevo la testa altrove. Nel 2007, ho deciso: “Voglio andare oltre”. E sono partito per l'Australia.
Detto così, sembra quasi semplice.
Lo è, in fondo. È come innamorarsi: attraversare un paese in bicicletta significa assaporarlo pian piano, significa vederlo tutto. Scopro una città interessante, giro il manubrio, e vado a visitarla. E' una sensazione inimmaginabile. Una volta che l'hai provata, non riesci più a smettere.
Comunque sia, non è una passeggiata. Hai attraversato tre continenti. Mai avuto paura?
Altroché. In Iran, ad esempio, mi hanno rubato il computerino della bicicletta. Ho passato un pomeriggio al commissariato, assieme con i pasdaran. Alla fine, non se ne è fatto più nulla: ma vuoi mettere l'emozione? E poi, in Uzbekistan: la polizia voleva requisirmi la macchina fotografica. Mi hanno chiesto soldi, volevano mettermi nei guai. Una brutta rogna.
E tu?
Io? Già mastico male l'inglese: figuriamoci l'uzbeko. Mi sono arrangiato con i gesti, ho alzato la voce, e sono riuscito a dileguarmi.
Sono i rischi dell'avventura.
Già: sta tutto in preventivo. Vuoi sentirne altre? Potrei scriverci un libro. Arrivato in Australia, ho incontrato gli aborigeni: molto pittoreschi, molto affabili. Una vera scoperta. Peccato, però, che mi abbiano fregato la bicicletta. In Indonesia, invece, ho preso il tifo. Poi, come se non bastasse, sono stato attaccato dalle vespe. Mica male, eh?
Il Paese più bello?
“La Cina, fantastica. C'è il deserto di Taklimakan, nello Xinjiang: una immensa distesa brulla, senza un solo filo d'erba. E poi, dall'altra parte, la giungla dello Yunnan, dove la vegetazione è così fissa che a malapena riesci a piantare la tenda. E' il paese dei mille contrasti. Io arrivavo sulle mie due ruote, con la guida in tasca e un minuscolo frasario tra le mani. Volevo chiedere una ciotola di riso: aprivo il libro, e mostravo l'ideogramma corrispondente, “cibo”. Per il resto, c'è il linguaggio universale: quello dei gesti. E sembrerà incredibile: funziona.
Gente timida, comunque.
Sì, i cinesi senz'altro: per secoli, sono rimasti isolati. Oggi si stanno aprendo, ma lo fanno con grande lentezza. C'è un episodio significativo, a tale riguardo: vi avrò assistito decine di volte. Sto pedalando lungo una strada, e incontro un gruppo di contadini. Loro sembrano imbarazzati, non sorridono: anzi, si voltano dall'altra parte. Poi, dopo una ventina di metri, butto lo sguardo alle mie spalle: finalmente, mi hanno notato. Gridano, e mi salutano con le mani. Come dire: amicizia a scoppio ritardato.
E il paese più brutto?
Nessuno: i Paesi, quando viaggi, sono tutti incantevoli. Ci sono le differenze culturali, certo, e a volte possono risultare fastidiose. Attraversare l'Indonesia, ad esempio, è stato durissimo. Gli indonesiani sono molto calorosi, forse un po' troppo. Ti saltano addosso, ti circondano. Ogni venti metri, c'è qualcuno che ti chiama. Sono assillanti: l'esatto contrario dei cinesi. All'inizio, è divertente. Dopo due settimane, però, cominci a impazzire.
Te ne sei andato così: senza troppi complimenti. La fama non ti interessava. Qualcuno, però, ha fatto il tifo per te.
Qualcuno, certo: gli amici, i parenti. La stampa no: non mi ha mai contattato. Ho viaggiato in sordina, come si dice. Ma va bene così. In compenso, comunque, usavo internet: avevo aperto un blog, e ogni giorno inserivo le foto, qualche considerazione, e due righe sulla tappa. Sai, una specie di diario.
Sbagliando si impara, recita un proverbio. E pedalando?
E pedalando pure. Vedi, lo sanno tutti: gran parte della popolazione mondiale vive oggi in condizioni di povertà. Detta così, però, sembra un dato come tanti: freddo, astratto. Roba da statistiche. Per capire, devi sbatterci il naso. Devi vedere le bidonville, le capanne costruite con il fango, i bambini denutriti e mutilati. Devi prenderti, insomma, qualche pugno nello stomaco. E allora, come d'incanto, scoprirai mille altre cose. Il povero non è come il ricco: non ha paura del suo simile. È aperto, generoso. Sa che non ha nulla da perdere, e si comporta di conseguenza. Pedalando si impara, dici tu? Certo che sì, si impara moltissimo.
Insomma, tu fai sport, ma con filosofia. E hai anche stabilito un record: cosa ne pensi?
Nulla. Non mi interessa. Anzi, ti dirò: l'ho scoperto per caso. C'è un altro ragazzo di Brescia, Willy Mulonia. Nel 2002, ha percorso in bici tutta l'America, dall'Argentina all'Alaska: 25mila chilometri, e quello era il record italiano. Io, di chilometri, ne ho fatti 30.700. Dunque, a rigor di logica, sembra proprio che l'abbia battuto....
Complimenti.
Grazie, ma ripeto: non mi interessa. Quello che faccio, lo faccio per me stesso: lo faccio per crescere e per sentirmi libero.
Libero come un uomo, diceva Gaber.
Già. Il resto sono solo chiacchiere.
Andrea Sceresini |