In questo numero
SOCIAL MONDIAL FORUM: UNA SFIDA CONTRO LA CRISI di Simone Baroncia

I numeri affermano il successo
di questo appuntamento della società civile:
132.000 i partecipanti;
15.000 nell'accampamento
della gioventù; 3.000 piccoli accolti
nella tenda dei bambini,
per un numero totale di 150.000 persone
che si sono incontrate per affrontare
i grandi temi per salvare il Pianeta.


Una marcia di 100.000 partecipanti ha aperto la IX edizione del Social Mondial Forum, (FSM) tornato nella sua terra di origine, il Brasile, a Belem.
Si è parlato della crisi economica mondiale, dei cambiamenti climatici e le alternative al modello di sviluppo. Questo è stato il motivo per cui si è scelto Belem, cuore dell’Amazzonia, riconoscendo il ‘ruolo strategico che la regione ha per tutta l'umanità’. La regione è una delle ultime del pianeta, che rimane in parte preservata per il suo spazio geografico di valore incommensurabile per la sua biodiversità. “La scienza è dominata dallo sviluppo delle tecnologie al servizio delle industrie e ha dimenticato l’essere umano. È necessario convincere gli accademici che la sfida oggi è salvare il pianeta”, ha detto Blanca Chancosa, rappresentante della Confederazione nazionale dei popoli Kichua dell’Ecuador (Ecuarunari) introducendo il dibattito aperto con una serie di rituali celebrati da rappresentanti dei popoli indigeni andini in omaggio alla Madre Terra e alla vita “per gli esseri umani, le piante, gli animali, i fiumi”. Numerose le testimonianze sull’impatto delle attività di sfruttamento delle risorse naturali del ‘polmone verde del pianeta’, che hanno stravolto lo stile di vita delle comunità originarie basato “sull’armonia tra la natura, la cultura e la società”. Bisogna però investire nell’economia solidale. Di questo programma se ne sono fatte carico le ACLI, che attraverso la propria ONG (Ipsia), stanno sviluppando alcuni progetti solidali a Recife e Salvador: “Lavoriamo per la costruzione di un'economia solidale, spiega Alfredo Cucciniello, responsabile del dipartimento Pace e Stili di Vita, e lo facciamo realizzando progetti in Brasile come in Africa, ma soprattutto intessendo relazioni con persone, associazioni e organizzazioni della società civile internazionale, delle Chiese locali e delle missioni. Vogliamo rafforzare la speranza che uscire dalla crisi, costruire un'altra economia fondata non sul profitto di pochi ma sulla buona vita di tutti, governata da istituzioni rivolte davvero alla giustizia e al bene comune, non è solo un sogno, ma un processo già in atto. E il tempo di crisi può essere un tempo opportuno”.

Una teologia della sostenibilità
Accanto ai temi sociali, economici ed ambientali si è parlato anche di teologia e spiritualità. Una riflessione per la sostenibilità della vita nel pianeta. Il contesto dell’Amazzonia ha aiutato i partecipanti a riscoprire una relazione più sacrale e rispettosa della vita, presente nella terra e nell’acqua, fonte concreta di vita per molti popoli indigeni come i kayapò, con i quali i saveriani, come ha testimoniato padre Paolo Andreolli, lavorano e vivono da più di trent'anni: rispetto significa creare le condizioni per il permanere della biodiversità culturale e delle forme viventi che caratterizza questo mondo amazzonico. La sostenibilità è circolata anche tra i partecipanti, spiega Privilege Haang’andu, gesuita della Provincia Zambia-Malawi ed impegnato nell’apostolato sociale: “Credo che gli effetti delle azioni umane travalichino i confini di un singolo paese o regione. Quelli delle emissioni di anidride carbonica, per esempio, ricadono anche oltre i confini delle regioni che li provocano. Abbiamo discusso di come fedi diverse possono rispondere alle lotte delle popolazioni emarginate e lavorare per la tutela dell’ambiente. Questa causa non è precipua delle popolazioni amazzoniche, bensì costituisce una preoccupazione globale. L’umanità è una grande famiglia che non può rimanere indifferente a coloro che soffrono. Mi rendo conto che i modelli di ingiustizia in Amazzonia non sono diversi da quelli del mio paese. Il dibattito e il discernimento degli ultimi due giorni sono espressioni di un’inesauribile pedagogia di advocacy e di impegno di fede”.
Mentre Mons. Mario Paciello, vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle fonti e membro di presidenza della Caritas italiana, ha visitato una delle zone più pericolose del Brasile, la ‘zona rossa’ a Guamà, nelle vicinanze di Belem: “La visita alla favela mi ha molto impressionato, pur avendone viste peggiori a Nairobi. Ci si rende conto, passando tra le case, che la miseria materiale è poca cosa, rispetto al degrado morale e spirituale, alla povertà culturale, allo spirito di violenza e di aggressione, al ricorso alla prostituzione come mezzo di sussistenza sin dall’adolescenza. È scioccante notare che non c’è porta o finestra senza un’inferriata. La gente continuava ad avvertirci di fare attenzione e ci invitava ad andare via per evitare di subire assalti. Purtroppo, i governi e le istituzioni sono ciechi e sordi davanti a questi lager di miseria. Per questo la Chiesa non deve cessare di elevare la voce sempre più forte e ferma verso coloro che, a livello mondiale, hanno la responsabilità di intervenire”. Quello raccontato dal vescovo italiano è quotidianità per i vescovi brasiliani, che da anni ricevono minacce di morte da gruppi organizzati di latifondisti, politici, medici e narcotrafficanti per averne denunciato i traffici nello sfruttamento sessuale di bambine e adolescenti, come sta succedendo a Mons. José Luiz Azcona, della prelatura territoriale Ilha de Marajò, sulla foce del Rio delle Amazzoni, nello Stato del Parà. In un incontro ha raccontato le storie di molte famiglie che vendono per pochi soldi, a volte solo per un litro d’olio o un chilo di farina, le proprie figlie, che vengono mandate all’estero o a vivere nelle case di impresari potenti, sfruttate sessualmente, cadendo in una rete dove il narcotraffico si mischia con la tratta degli esseri umani verso i Paesi limitrofi (in particolare nella Guyana francese) o l’Europa: “Tante volte noi vescovi abbiamo parlato di questa piaga sociale che sta crescendo pericolosamente… Oggi sento la morte vicina, ma non la temo, se questo è il prezzo che devo pagare per difendere le giovani dallo sfruttamento”. Allo stesso modo non ha temuto di morire Chico Mendes, ricordato con una giornata completamente dedicatagli, a 20 anni dalla morte; infatti venne ucciso il 22 dicembre 1988.

Un’economia senza crisi
Dai racconti e dalle idee dei partecipanti al FSM, in conclusione, è emerso che "l'economia solidale è l'unico comparto che in questo momento non sta subendo la crisi, ma la sta vivendo come un'opportunità”, secondo le parole di Euclides Mance, economista brasiliano: “Se davvero dobbiamo combattere la crisi, soprattutto quella alimentare, dobbiamo chiedere all'Onu di smettere di regalare soldi alle imprese multinazionali per i loro aiuti alimentari, ma investire più risorse nell'agricoltura familiare e nell'economia solidale". Queste parole hanno incoraggiato le associazioni italiane presenti a Belem (Mondo solidale, Libero mondo, Equomercato e Fair) a stringere un accordo con i produttori locali brasiliani attraverso la campagna ‘babacu libre’ (salvare l'albero della vita), un albero che è per le grandi imprese la prossima miniera di basi per biocarburanti e oli industriali, ed invitando i consumatori italiani a comprare detersivi alla spina biologici ed equosolidali: “La raccolta di babacu fatta dalle comunità locali è sostenibile e permette di vivere a migliaia di villaggi. Appena arrivano le transnazionali gli alberi, semplicemente, si ammalano e abbassano la resa. Intorno, la foresta muore. Noi resistiamo, però, e le vendite vanno bene. Fino a quando resistiamo la crisi non ci atterra, e la risposta arriva solo in rete, tra Nord e Sud". Questa è la sfida essenziale lanciata dal Social Mondial Forum, svoltosi a Belem, nel cuore pulsante dell’Amazzonia e del mondo.

Simona Baroncia

L’incontro tenutosi fino ai primi di febbraio ha visto la partecipazione di 5.808 associazioni: 489 dall'Africa,119 dall'America Centrale, 155 dall'America del Nord, 4193 dall'America del Sud, 334 dall'Asia, 491 dall'Europa, 27 dall'Oceania, promuovendo 2310 attività autogestite.

4.830 sono stati i volontari, traduttori, tecnici e responsabili del comitato promotore al lavoro; 5.200 gli espositori nella fiera dell'economia solidale e negli spazi di ristorazione; 200 sono stati gli eventi culturali realizzati e 1000 gli artisti che hanno organizzato performance.
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