L’atmosfera è rarefatta, come al crepuscolo. Lo spazio tagliato da una bianca luce lunare. Tra lo scintillio del cielo stellato e il blu intenso delle profondità marine, il visitatore si muove in una dimensione onirica, ovattata, in cui secoli di storia convergono in uno spazio dove il tempo sembra essersi fermato. Luci, ombre, suoni, avvolgono re e regine, sfingi e divinità, ceramiche e gioielli, testimoni silenziosi di 1500 anni di storia dell’Antico Egitto. Dai fondali del Mediterraneo alle immense sale delle Scuderie Juvarriane della Reggia di Venaria (Torino). Sono questi luoghi ricchi di fascino e storia, alle porte di Torino, ad ospitare l’unica tappa italiana della mostra internazionale «Egitto. Tesori sommersi» che per la prima volta svela al pubblico oltre 500 preziosi reperti archeologici provenienti dalle città egiziane di Heracleion, Canopo e Alessandria.
Rimasti per secoli sotto i sedimenti del Delta del Nilo, nelle acque di fronte ad Alessandria d’Egitto, questi oggetti hanno rivisto la luce grazie agli scavi subacquei dell’équipe mutidisciplinare coordinata da Franck Goddio, archeologo e direttore dell’Institut Européen d’Archéologie Sous-Marine. Un lungo lavoro iniziato nel 1992 che, con l’ausilio di tecnologie d’avanguardia, ha impegnato molti esperti in ricerche, misurazioni, esplorazioni e immersioni sottomarine. Man mano che gli oggetti venivano riportati in superficie non solo si delineavano quindici secoli di storia e cultura egiziana (dal 700 a.C. all’800 d.C.), ma veniva svelato anche il mistero di alcune città sprofondate sotto il livello del mare, nei primi secoli dell’era Cristiana, a causa del crollo della costa dovuto ad eventi sismici e fenomeni naturali.
Un immenso valore scientifico e artistico. Un ritrovamento spettacolare. Tre statue in granito alte più di cinque metri, la gigantesca stele di Tolomeo, la statua di una regina, ma anche oggetti di uso quotidiano come ami da pesca, specchi e monete: sono alcuni esempi di ciò che il mare ha nascosto, ma ha anche saputo conservare, per secoli. Evoca questo mondo sommerso la suggestiva ambientazione che Robert Wilson, esponente di punta del teatro sperimentale mondiale, ha immaginato per enfatizzare l’estetica di questi oggetti dal valore inestimabile, ricreando la loro ultima dimora sottomarina. «Un allestimento contemporaneo di grande impatto, che vuole ricreare l’emozione della discesa sott’acqua», ha spiegato Alberto Vanelli, direttore del Consorzio di Valorizzazione Culturale la Venaria Reale. Progetto reso ancor più coinvolgente dalle musiche e dalle sonorità composte da Laurie Anderson, artista di fama mondiale, nota soprattutto per i suoi spettacoli multimediali .
Una rassegna che può vantare grandi nomi e grandi numeri, a partire dai 2 milioni di visitatori che hanno ammirato le precedenti tappe a Berlino, Parigi, Bonn e Madrid. E ancora: 16 anni di scavi e ricerche condotte sotto il patronato e in collaborazione con il Consiglio Supremo delle Antichità dell’Egitto, 16 tonnellate di peso per l’oggetto più grande in mostra e 5 mila metri quadrati di spazi espositivi tra la Scuderia Grande della Reggia di Venaria e la Citroniera, l’antica serra per gli agrumi. «Tutto ciò è stato possibile grazie a questi spazi straordinari che, consegnati al loro antico splendore dopo tre anni di intensi restauri, esaltano al massimo la bellezza e la maestosità dei reperti», ha precisato ancora il direttore Vanelli. «Tutte le regge hanno sempre avuto una sala delle meraviglie. Per la Reggia di Venaria sono proprio questi spazi prestigiosi quelli che noi vorremmo utilizzare ciclicamente per ospitare altri eventi di questa portata».
La mostra inizia in uno spazio che accoglie il visitatore con video ed immagini che ricostruiscono le fasi del recupero, del trasporto e della conservazione dei reperti archeologici. Solo attraversando l’Ocean Corridor, un tunnel buio in cui l’elemento predominante è il rumore delle onde del mare, si scende in “profondità” e si accede alla monumentale stele di Tolomeo VIII, trovata nella città sommersa di Heracleion. Conosciuta grazie a iscrizioni e testi antichi, questa città, centro commerciale e religioso di grande importanza, fu ritrovata durante gli scavi grazie all’identificazione del suo gigantesco tempio, lungo oltre 150 metri. Nelle vicinanze vennero rinvenute anche le diverse parti della stele, (6 metri di lunghezza per un peso di 16 tonnellate), le cui iscrizioni, anche se parzialmente cancellate, testimoniano la propaganda reale durante la dinastia dei Tolomei.
Basta fare pochi passi per ritrovarsi in un ambiente dove a predominare sono il bianco e la luce: il Contemplation Space. In una prospettiva capovolta rispetto alla sala precedente, ecco l’unico protagonista di questa grande stanza: un piccolo vaso canopo (24 centimetri) decorato con scene sacre, il cui coperchio ritrae la testa di Osiride. Le dimensioni ridotte (soprattutto se confrontate con quelle gigantesche della stele) non ne sminuiscono il valore simbolico, legato all’imbalsamazione e quindi all’idea della vita dopo la morte. La Sunken Forest (Foresta sommersa) ci costringe nuovamente ad un cambio di prospettiva. La musica diventa trionfale e in una sala quasi buia si assiste ad una lunga processione di statue, a ricordo di quella che si svolgevano in Egitto, quando venivano portate fuori dal tempio per le celebrazioni annuali. La luce le illumina e le circonda di un’aurea di eternità, esaltandone le forme, la consistenza e il materiale. È qui che si trovano le opere più maestose, come la coppia di statue reali in granito rosa del periodo tolemaico alte ben 5 metri; la statua che ritrae Hopi, dio della fertilità, rappresentato mente porta un vassoio per le offerte; oppure la bellissima Regina in pietra nera con occhi intarsiati, splendido esempio di statua con elementi sia egiziani che greci.
Proseguendo scopriamo che «all’ingresso di ogni sala», come spiega Robert Wilson, «è posta una parete che ne scherma la visione per creare un effetto di sorpresa nel passaggio dall’una all’altra». Ogni ambiente, quindi, diventa un mondo a sé, dove solo i suoni e i contrasti ne definiscono lo spazio. È quanto accade nella sala dedicata al commercio, soprannominata Alveare dei tesori (Treseaures Honeycomb) dove sono raccolte anfore, brocche, piatti, monete, anelli e recipienti. Oppure nella Sphinx Box, la stanza delle Sfingi, guardiane enigmatiche, emerse dalle profondità del mare, di uno degli oggetti più importanti della collezione: il Naos delle Decadi, piccola cappella monolitica che ospitava la statua di una divinità. Passando per la sala dedicata ai rituali (Liquid Space), al potere temporale e divino (Waves Power) e al lungo tunnel (Coral Tunnel), che espone l’ultimo gruppo di oggetti, si arriva davanti alla statua che chiude la mostra: quella di una bellissima e sensuale regina tolemaica, forse Arsinoe II. Sebbene sia giunta a noi priva della testa e dei piedi, il leggero drappeggio del vestito ne ricorda l’influenza dell’antica Grecia, ponendosi come uno splendido esempio di incontro tra culture e popoli diversi.
Dalle ultime dinastie dei Faraoni ai Tolomei, dai Greci ai Romani, dai Bizantini all’inizio dell’era islamica. Sono queste le civiltà che, in 1500 anni di storia, sono venute in contatto con la cultura egiziana, favorite dalle sponde di quel mare comune, il Mediterraneo, che poi ne ha anche conservato resti e testimonianze. Come ha ricordato l’archeologo Franck Goddio: «Questi oggetti risorti dall’acqua meritano il nostro sguardo e il piacere che abbiamo provato noi quando li abbiamo scoperti per la prima volta». Dopo Torino, che quest’anno dedicherà all’Egitto diverse iniziative (sarà ospite d’onore alla prossima edizione della Fiera del Libro), la mostra toccherà anche la città di Yokohama, in Giappone. L’ultima tappa. Poi re e regine ritorneranno in Egitto. Questa volta, forse, per rimanerci per sempre.
Barbara Giambusso
La Mostra è aperta fino al 31 maggio. Lunedì escluso. |