In questo numero
C'ERA UNA VOLTA LA TV di Stefano Ferrio

La televisione ha spento
la passione sportiva.
Un fatto, non un’opinione.
Infatti è bastato che dall’America…


Lo scorso febbraio, per la prima volta nella storia della televisione italiana, è toccato alla Rai trasmettere, sulla seconda rete, la diretta del quarantatreesimo Superbowl, la finale del campionato americano di football, giocata a Tampa da Pittsburgh Steelers e Arizona Cardinals. Pochi milioni di italiani, assottigliati dall’orario notturno dell’evento, hanno così fatto mucchio nel miliardo che ogni anno si calcola assista nel mondo alla telecronaca sportiva più seguita dell’anno.
Tanta attesa ha avuto per altro un senso, perché la partita ha regalato il meglio di un Superbowl: straordinaria intensità agonistica; intelligenza tattica, dispiegatasi in un’infinità di schemi mandati a memoria; fenomenali virtuosismi atletici, come il touch-down realizzato dallo Steeler James Harrison dopo fuga vincente di 100 yard su palla intercettata; accorta esaltazione della tecnologia televisiva, tramite replay fatti per gustare la bellezza di questo fantastico gioco di squadra. Come se ciò non bastasse, ecco l’epilogo, davvero degno di un thriller da ore piccole: favoritissimi Steelers nettamente avanti fino all’ultimo quarto d’ora, incredibile rimonta dei “Cardinali” che si portano in vantaggio a due minuti dalla fine, e nuovo colpo d’ala di Pittsburgh, che vince il sesto titolo della sua storia (record assoluto in America) grazie all’implacabile regia del quarterback Ben Roethlisberger.
Uno “spettacolo”, come si suol dire. Donato al pianeta da un Paese, gli Stati Uniti, giustamente fiero di una propria cultura sportiva. Se ne è accorto anche il signor Amedeo che, pur senza capire granché di tutte quelle regole per lui un po’ astruse, ha fatto le 5 di mattina entusiasmandosi come un bambino davanti alle telluriche fughe in touch down di Larry Fitzgerald, l’esagitato wide-receiver dei Cardinals. Ma chi è, il signor Amedeo? vi domanderete. In realtà lo conoscete molto bene, non importa se di persona. È il famoso italiano medio della terza età. Un pensionato di 80 anni, adattatosi a vivere da solo dentro un palazzone di una periferia metropolitana che potete liberamente immaginarvi a Milano, Roma, Torino, Napoli, Genova, o in qualsiasi altra città della penisola. Di lui aggiungiamo due cose, anzi tre: che gli piace tanto lo sport, così come alla maggior parte dei suoi connazionali, che di notte dorme poco, problema tipico della terza età, e che fa i salti mortali per tirare avanti con ottocento euro al mese di pensione.

Non fanno più niente di bello
Diciamo tutta la verità, il signor Amedeo è una vita che da un pezzo non paga più il canone, secondo la legge dovuto alla Rai a causa del tremolante 24 pollici piazzato sulla credenza della sua cucina. Però, la mattina dopo il Superbowl, avesse avuto i soldi per farlo, quasi quasi versava in posta quello del 2009, tanto si era divertito, “dopo una vita”, a guardare lo sport in tv. Uno dei motivi per cui ha smesso, lo dice ogni volta che si sfoga al bar all’angolo, “è che non fanno più niente di bello, come una volta”. Ha ragione, e da due punti di vista. Quel “niente di bello” vale infatti non solo per la quantità, ma anche per la qualità dello sport attualmente trasmesso “in chiaro” in Italia da Rai, Mediaset e La7.
Come è facile immaginare, il nostro amico fa parte di quella stragrande maggioranza di italiani che non possono permettersi il satellite, e quindi tutto lo sport programmato a pagamento. Diventa perciò comprensibile tutta la sua nostalgia per quando aveva 40 anni, una famiglia da mandare avanti e, nel salotto di casa, una tv in bianco e nero con due soli canali della Rai. Che però gli regalavano un’infinità di emozioni. La domenica, per esempio, c’erano le dirette del Pomeriggio Sportivo, che potevano spaziare da una finale di tennis a un gran premio ippico passando per un arrivo di ciclismo, e poi, alle 19,10 la famosa telecronaca di un tempo di una partita della Serie A. Pensate che bastava non seguire “Tutto il calcio minuto per minuto” alla radio, per mettersi davanti al teleschermo ignari del risultato finale, così da seguire l’incontro come se si trattasse di una diretta, complice una Rai che si premurava di oscurare ogni anticipazione in proposito.
Questo rito domestico è entrato in crisi, ma a ragion veduta, nel 1970, quando un ammirevole trio di giornalisti - formato da Maurizio Barendson, Remo Pascucci e Paolo Valenti – dà vita su Raiuno a “Novantesimo Minuto”, con le immagini freschissime di tutti i match del massimo campionato di calcio. Un’autentica festa popolare, seguita da milioni di telespettatori, esattamente come la “Domenica sportiva” che, dopo lo sceneggiato di prima serata, spedisce a letto un’Italia appagata da tutto quello sport trasmesso nel dì di festa. Ci si sarebbe ritrovati tutti lì la domenica dopo, con ancora negli occhi le immagini della Coppa dei Campioni o delle tappe del Giro mandate in onda durante la settimana.
Ora, il signor Amedeo è il primo a sapere quanto il mondo sia cambiato da allora, compresa una tv, pubblica e privata, che ha moltiplicato i suoi canali, e modificato profondamente la filosofia su cui si basa, divenuta oggi molto più commerciale e meno sociale-didattica. Impera l’audience, comandano gli sponsor, si corre dietro a teledivi più pagati dei calciatori. Ma i conti non gli tornano lo stesso.

Sport da Hollywood
Partiamo dalla quantità. Il calcio in diretta si limita alla Nazionale, a qualche briciola di “Champions” lasciata sul piatto da Sky, e a una tristissima Coppa Italia giocata da riserve dentro stadi deserti. Oltre al pallone, “dal vivo” per ora resistono in chiaro i gran premi di auto e moto, il Giro d’Italia di ciclismo (il Tour può andare in differita), il Sei Nazioni di rugby, più le sintesi registrate, a ore impossibili, di eventi utilizzati per tappare buchi nei palinsesti. Sparito il basket, sparito il volley, sparito il tennis del Grande Slam, quasi estinti lo sci l’atletica e il nuoto, un vago ricordo la ginnastica, l’ippica, la pallanuoto, la boxe e il canottaggio. Mai pervenuti, oggi come ieri, discipline come la scherma, il baseball, la pallamano, la canoa, l’hockey, la lotta.
Ma il signor Amedeo ha ogni motivo di lamentarsi anche della qualità di quel poco che vede e ascolta nella sua piccola cucina. Sempre il Superbowl ha suscitato in lui confronti impietosi con la realtà italiana. Quello stadio stracolmo e festante, quella regia da film di Hollywood, quelle telecamere piazzate ad arte in qualsiasi angolo del campo, e quell’uso emozionante della moviola hanno dato vita a uno spettacolo televisivo lontano anni luce da una nostrana modestia a cui concorrono in varia misura telecronisti stucchevoli, regie obsolete, moviole faziose, competenze tecniche affidate al commento di qualche generoso ex atleta.
Ha due nipoti, il signor Amedeo. Abitando in un’altra città, lo vedono poco, e quindi si perdono molto, del nonno. In compenso hanno l’abbonamento a Sky, e così, quando i genitori lo vanno a prendere, guardano un po’ di sport con lui. Che si accomoda felice a godersi tutto quel calcio, quella pallacanestro, e quel tennis in diretta. Come ai vecchi tempi. Quando bastava accendere la tv per sentirsi idealmente assieme a milioni di altri italiani, inchiodati davanti alla stessa partita, trasmessa da San Siro o dal Santiago Bernabeu. Tempi in cui in Italia c’era un Superbowl ogni settimana. Perché, come nonno Amedeo può spiegare ai suoi nipoti, la distruzione di un Paese comprende anche la sua cultura sportiva.

Stefano Ferrio

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