In questo numero
DI TUTTI I COLORI (2) di Susanna Conti
 

Maestre e bambini
In quotidiana eccezionalità


Alessandro, Alessia, Ali, Andrea, Anna Maria, Armando, Catalina, Chiara, Cornelia, Daniela, Domenico, Eva, Federica, Fouad, Francesca, Francesco, Gianni, Giorgia, Giovanni, Giulia, Giulia detta Giulietta, Giulia detta Julie, Giulia detta Rusu, Giuseppe, Imad, Ismael, Lidia, Loris, Luca, Marco, Maria, Micaela, Nadoua, Nicole, Pietro, Pruna, Rebecca, Roberto, Romano, Simona, Souhaiel, Soukaina, Teresa, Teodora, Vali, Viviana, Vlad, Yossef, Zacharias, Loredana, Roberta.

I nomi che avete appena letto sono di due maestre e di 46 bambini che vanno a scuola in una seconda e in una terza dell’elementare Gabelli a Torino. Forse che vi ricordate di un articolo che avete già visto su Dimensioni, intitolato Di tutti i colori: parlava di studenti stranieri nella scuola italiana e terminava con l’impegno Il discorso continua. Per mantenere la promessa, sono andata per tre volte alla Gabelli, a vedere che cosa càpita nella realtà in una scuola elementare di barriera. Quanto state per leggere è il resoconto del mio incontro con le due maestre e con i loro bambini. Li ringrazio tutti, perché mi hanno regalato:

  • una cartolina di Torino
  • una moneta marocchina
  • una caramella ricordo di un matrimonio arabo
  • un invito alla “festa della luce”
  • una buona dose di fiducia nel futuro del mondo.

Indicazioni per lettori adulti increduli
Questo resoconto non è una fiaba Abituati come siamo a sentir parlare solo di problemi, stentiamo a credere che esistano davvero realtà nelle quali i problemi vengono affrontati e (se possibile) risolti per andare avanti, per condividere esperienze, per accogliersi a vicenda non nonostante, ma grazie alle differenze. Ho trascorso tre pomeriggi nelle classi della Gabelli, pressoché a sorpresa, senza che ci fossero situazioni preparate o scalette da rispettare. Tutto quello che scrivo è vero, anche se (lo ammetto), qualche volta sembra incredibile.
Questo resoconto non è nemmeno un’utopia Quello che leggerete è quanto ho visto e sentito, non quello che avrei voluto sentire e vedere. È il racconto di un mondo positivo i cui protagonisti, per quanto bambini, sanno che la vita non è sempre facile e che esistono pregiudizi e ostacoli da superare: ad esempio le differenze di lingua e di religione, ma anche le barriere della povertà o dell’handicap.
Questo resoconto non è una fotografia È piuttosto un rapido fotogramma che ha già lasciato il posto ad altri: dal tempo in cui sono stata alla Gabelli a quello in cui i lettori vedranno Dimensioni, i bambini hanno imparato e insegnato tante cose in più. Può darsi che alcuni siano già andati altrove: in un’altra zona di Torino o dell’Italia, o in Marocco o in Cina o in un altro campo nomadi…

I protagonisti
Ciascun bambino mi ha detto qualcosa di sé, ma io non lo riferisco: ciascun bambino me lo ha detto per comunicare con me o per farmi un regalo personale, perciò me lo tengo stretto e me lo ricorderò senza raccontarlo. Posso però dare indicazioni sui due gruppi di bambini: sia in seconda sia in terza più di venti, alcuni italiani, altri marocchini, tunisini, moldavi, rumeni, cinesi (i bambini cinesi prendono nomi italiani). Ci sono alcuni che vivono in un campo Rom nell’estrema periferia. Ci sono alcuni che vorresti fossero un po’meno poveri. Ci sono alcuni che oggi si chiamano diversamente abili, come se non fosse vero che ciascuno di noi è abile diversamente da tutti gli altri. Ci sono alcuni ai quali vorresti augurare una famiglia un po’ più serena. Ci sono alcuni che hanno una bella casa e la Barbie o la PSP, ma che sono insicuri come i bambini hanno il diritto di essere.
C’è un bambino che vorrebbe invitare tutti i suoi compagni in un gonfiabile. C’è un bambino che dice Vorrei che tutti siano felici. Il congiuntivo presente è una speranza. C’è una bambina che mi fa vedere un libro che ha stampato suo papà. C’è un bambino che mi va a prendere il cappotto quando usciamo. C’è una bambina che ne aiuta un’altra a vestirsi quando suona per errore l’allarme antincendio. Sono incredibilmente tutti diversi e tutti uguali, perché vivono il fatto che essere di tutti i colori è un normalissimo diritto di tutti.

Straordinaria quotidianità
In una situazione così colorata, ricca e complicata, mi sarei aspettata qualcosa di didatticamente eccezionale: strumenti miracolosi, vocabolari multilingue prontamente disponibili o traduttori simultanei. Niente di tutto questo: normalissima rassicurante vita di classe, del tutto simile all’idea che uno ha della scuola elementare, modellata sui propri ricordi.
In seconda, maestra Loredana, dopo la mensa, lascia ai bambini un po’di intervallo in cui, insieme a loro, prepara colorate decorazioni. Poi attacca con una spiegazione sul regno vegetale e con una scheda sulle parti delle piante. I bambini ascoltano e partecipano, fanno esempi che conoscono, sono molto più attenti di tutti quanti i miei studenti diciottenni più attenti. Poi si passa alle prove della canzone per la festa della luce. I bambini mi invitano alla festa: sentirò la canzone quando la canteranno in pubblico.
In terza, maestra Roberta lascia anche lei un po’ di intervallo. Si fanno le prove de I musicanti di Brema che verranno rappresentati lunedì (Maestra, mancano quattro briganti!). Poi Roberta fa silenzio, lo ottiene e passa a interrogare i bambini sul Big Bang e sull’evoluzione. Quando c’è una parola chiave che esige spiegazione, uno scolaro fa un link: dice la definizione. Si passa a chiedersi che cosa sia una parola e si dà la definizione di parola. Si scava ancora di più e si dà la definizione di definizione. Distribuzione di una scheda di definizioni connesse con il Big Bang e con l’evoluzione. Discussione delle definizioni (Maestra, ma se la balena è un mammifero, ha il corpo ricoperto di peli?). Analisi grammaticale di tutte le definizioni.
Tutto normalissimo, tutto eccezionale: in un tempo in cui gli esperti dicono che la soglia di attenzione degli studenti è sempre più ridotta (dieci minuti di spiegazione e poi falli riposare un po’…), i bambini stanno attenti per tutto il pomeriggio e ciascuno partecipa con interesse, proprio come se il regno vegetale e la grammatica fossero qualcosa di “intrigante”…

Attesi imprevisti
Dentro a questa quotidiana normalità, capitano consuete cose eccezionali. Mentre maestra Loredana e i suoi costruiscono decorazioni, una bambina rumena parla di una festa cristiana nel calendario ortodosso e una bambina araba racconta di una festa musulmana che la sua famiglia ha appena celebrato. La bambina non sa con sicurezza quale evento le festa abbia ricordato, ma per lei è stata bella lo stesso. Mentre Loredana spiega una parte dell’albero, per chissà quale associazione di idee, una bambina moldava dice Maestra, la religione che cos’è? E Loredana non parte con una dissertazione lunga e oscura. Spiega che cosa è credere. Dice che coloro che credono che Gesù sia figlio di Dio si chiamano cristiani. Coloro che credono in Dio e lo chiamano Allah, non vanno in chiesa ma in moschea. Loredana aggiunge che la religione non riguarda tanto il paese da cui uno proviene, ma la scelta che la sua famiglia fa per lui e la scelta che lui dovrà fare personalmente quando sarà adulto. Poi si continua con un’altra parte dell’albero.
Alla festa della luce, i bambini presentano la lampada di carta che ognuno ha costruito, recitano e poi cantano la canzone che avevano provato. Ciascuno ci mette tutto se stesso. Poi si mangiano le merende che le mamme e i papà, anche loro di tutti i colori, hanno portato da dividere in comune.
Mentre maestra Roberta e i suoi costruiscono la definizione della parola parola, una bambina rumena dice che, quando non capisce qualche parola, si sente inutile. Un bambino arabo sostiene che il suo compagno però lo aiuta. Una bambina marocchina dichiara che lei vuole sapere e chiede compiti per quando dovrà andare in Marocco con sua mamma, dalla nonna che non sta bene (Io senza compiti non parto). Intanto tutti, senza che nessuno dica niente, hanno già preso il vocabolario. Analizzano le definizioni sull’evoluzione, cercano le strutture costanti e tirano fuori l’idea di parola-scatola (un linguista la chiamerebbe iperonimo).
Tutti aspettano il momento in cui arriveranno all’analisi grammaticale. Vero: tutti aspettano grammatica! La prima volta che abbiamo fatto grammatica, sembrava un’allucinazione della maestra; adesso, quando aspettiamo un premio, facciamo grammatica. Grazie a un sistema simpaticissimo che la maestra ha elaborato, questi bambini di terza riconoscono forme e funzioni e le discutono. Sottolineano in colori diversi le parti del discorso e si danno un ritmo velocissimo (Maestra, devo rallentare?). Quando arrivano ad analizzare essere vivente, nessuno ci casca a dire che essere è un verbo. Hanno un modo di ragionare strutturato e chi resta indietro viene soccorso dagli altri. Giulia intanto aiuta tutti a temperare le matite e legge un libro su Bambi. Poi viene a scrivere Bambi alla lavagna ed è molto soddisfatta.

Ho il dubbio se scrivere quanto segue, perché i miei allievi diciottenni non crederebbero. Quando suona la fine, i bambini sono delusi: vorrebbero continuare. Sarebbe lungo ipotizzare tutti i perché. Certo, a scuola, i bambini di Loredana e di Roberta stanno bene. Fanno comunità. Per loro, quello di tolleranza è un concetto superato ed inutile. Loro stanno assieme e per loro è normalissimo essere tanti ed essere di tutti i colori.
Dietro a tanta straordinaria normalità, c’è un’infinità di lavoro: compresenze, moduli, maestre d’appoggio, redazione e discussione di materiali, riunioni, magari anche costruttivi conflitti. I rapporti internazionali dicono che la scuola elementare italiana funziona benissimo. Speriamo che quello che funziona (che educa, che fa crescere) non cambi. Sarebbe come togliere luce ai colori. Maestra, a me i colori piacciono tutti, ma il nero no.

Susanna Conti

www.timeandmind.com