Cinquant’anni fa, il 12 aprile del 1959, moriva don Primo Mazzolari. Un prete della “bassa padana”, parroco di contadini e di ramazzai in un paese sull’argine del Po, scrittore e polemista, che per le sue idee in anticipo sui tempi è richiamato più volte dall’allora Sant’Uffizio. Salvo, poi, sentirsi definire “la tromba dello Spirito Santo in terra mantovana” da papa Giovanni XXIII. Così, da quell’udienza avvenuta poche settimane prima della morte, sono tutti a lodarlo. Specie ora che non dà più fastidio, ora che le sue idee sono recepite nei documenti conciliari e nelle encicliche. Anzi, qualcuno che tempo fa ha (o avrebbe) avuto da ridire, non esita a fare proprie alcune sue espressioni. Così, oggi, per tutti, don Primo è “animato da una fede ardente” o ancora, “sempre in prima linea contro le giustizie, accanto ai bisognosi e ai poveri e straordinariamente capace di interpretare la storia a lui contemporanea mai come semplice spettatore ma come protagonista”. È il destino dei “profeti”. Basta ripercorrerne le tappe principali.
Don Primo nasce il 13 gennaio 1890 a Boschetto, frazione di Cremona, primo di cinque figli. A dodici anni entra in seminario, mentre è vescovo Mons. Geremia Bonomelli, noto per le idee cattolico-liberali, di conciliazione con lo Stato italiano. È ordinato prete nel 1912. Poi, è inviato in Svizzera per assistere gli emigrati che rientrano dalla Germania. Durante la prima guerra mondiale è cappellano militare (e sul Carso muore l’amato fratello Peppino). Dopo, è tra quanti sono incaricati a recuperare le salme dei caduti nella zona di Tolmino, nell’odierna Slovenia. Nel 1920, per sei mesi, è in Alta Slesia, con le truppe italiane inviate a mantenere l’ordine in una zona forzatamente ceduta dalla Germania alla neonata Polonia. Alla fine del 1921 è nominato parroco a Cicognara, sulla riva mantovana del Po. Nel novembre del 1925 non canta il Te Deum per lo scampato attentato a Mussolini. Nel ’29 esprime riserve sui Patti Lateranensi, perché con essi la Chiesa avrebbe barattato privilegi in cambio dell’accettazione del regime. Nel ’31 sfugge ad alcune rivoltellate. L’anno dopo è trasferito a Bozzolo, diocesi di Cremona, ma provincia di Mantova.
Nel ’34 pubblica La più bella avventura, un commento alla parabola del Figliuol prodigo o come si preferisce dire oggi, del Padre misericordioso (Luca 15, 11-31). Duecentocinquanta paginette che 75 anni dopo sono ancora fresche e giovani. Parole semplici, ma non banali, che vanno diritto al cuore. Che invitano all’amore verso il prossimo e ad aprirsi a coloro che sbrigativamente sono (ancora) detti “lontani”, estranei, se non addirittura nemici della comunità cristiana. Il Sant’Uffizio giudica “erroneo” il libro, senza spiegarne gli errori. Forse si è mosso perché il testo è apprezzato in ambienti protestanti e “lontani”.
Don Primo non si scoraggia. Nel ’38 appaiono Il samaritano, I lontani, Tra l’argine e il bosco e l’anno dopo La via crucis del povero. Sotto la censura fascista cade, invece, nel 1941, Tempo di credere, un testo contro la guerra. Nel ’43 il Sant’Uffizio biasima per la forma Impegno con Cristo. Per don Primo, infatti, i cristiani devono contribuire alla giustizia, alla solidarietà, alla fratellanza, all’amore verso tutti. Così, durante la seconda guerra mondiale si avvicina alla nascente Democrazia Cristiana e per le sue idee antifasciste, è ricercato e vive clandestino per quasi un anno.
Nelle elezioni del 1948, appoggia la DC. Convinto che il cristianesimo può essere il rimedio alle ingiustizie del mondo, si fa portavoce di una “rivoluzione cristiana” (che è anche il titolo di un suo libro), sottolineando che per essere guida della società i cristiani devono rinnovarsi nella mentalità e nei comportamenti. Le sue speranze di reale cambiamento sociale, però, sono presto deluse. È lui a sollecitare i parlamentari alla coerenza con le promesse elettorali. Un suo articolo, per esempio, ha un titolo eloquente e purtroppo ancora attuale: “Deputati e senatori vi hanno fatto i poveri”. Nello stesso tempo, dialoga con i “lontani” e con i comunisti, distinguendo tra uomini e ideologia (che critica), tra errante ed errore.
Nel 1949 inizia a pubblicare il quindicinale Adesso, dove denunzia le ingiustizie sociali, incoraggia la pace in un’epoca di guerra fredda, chiede alla Chiesa di rinnovarsi, si apre all’ecumenismo, anticipa molte scelte del Concilio Vaticano II. Stringe e rafforza amicizie con don Zeno Saltini, fondatore di Nomadelfia, con padre David Maria Turoldo, padre Nazareno Fabbretti, don Lorenzo Milani, don Lorenzo Bedeschi, con il sindaco fiorentino Giorgio La Pira e quello socialista di Milano Antonio Greppi e con lo scrittore Luigi Santucci. Molti di loro collaborano al giornale, e le loro posizioni innovative non sono sempre gradite a politici ed ecclesiastici. Arriva un altro intervento vaticano. L’arcivescovo di Milano, Card. Schuster, sconfessa il quindicinale, che nel febbraio del ’51 sospende le pubblicazioni (le riprende a novembre, con direttore un laico: Giulio Vaggi). A don Primo è proibito predicare fuori Bozzolo e poi, anche di scrivere articoli su temi sociali. Comunque, nel ’52 pubblica il racconto autobiografico La pieve sull’argine e nel ’55, anonimo, il libro Non uccidere. Di nuovo, il Sant’Uffizio ordina il ritiro dalla vendita. Lui continua ad “ubbidire in piedi”: si sottomette ai superiori, ma sottolinea il primato della coscienza.
Nel 1957, però, qualcosa cambia. Il nuovo arcivescovo di Milano, il Card. Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI, lo fa predicare alla “Missione”, straordinaria iniziativa di predicazioni e interventi pastorali. Soprattutto, il 5 febbraio 1959, don Primo ha l’udienza “riabilitativa” con papa Giovanni XXIII. La sua salute, però, è logorata. Il 5 aprile, è colpito da un ictus cerebrale mentre sta celebrando Messa. Una settimana di agonia e poi, la morte, a Cremona. È sepolto nella “sua” parrocchiale di San Pietro. Sulla tomba, realizzata secondo un bozzetto dello scultore Giacomo Manzù, un ramo d’olivo stilizzato, che è anche il logo, ora oggetto di restyling, della Fondazione che porta il suo nome. Sette anni dopo, è proprio papa Paolo VI a dire: “Lui aveva il passo troppo lungo e noi si stentava a stargli dietro. Così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. Questo è il destino dei profeti”.
Camilla Furno
La fondazione
La Fondazione Don Primo Mazzolari tiene vivo l’interesse culturale ed ecclesiale sul parroco di Bozzolo, organizza convegni, studi e ricerche sulle sue opere e sul suo pensiero, ne custodisce l’archivio e la biblioteca, pubblica il semestrale “Impegno” e altro ancora. Ha sede in via Castello 15, 46012 Bozzolo (Mantova), tel. 0376-92076; sito: http://www.fondazionemazzolari.it/ (dal quale sono state riprese alcune informazioni).
I festeggiamenti per il 50°
Per i cinquant’anni della morte di don Primo sono stati costituiti un Comitato nazionale e un Comitato organizzatore, con autorità civili e religiose tra le quali, il card. Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, mons. Loris Capovilla. già segretario particolare di papa Giovanni XXIII, Enzo Bianchi, priore di Bose, e mons. Gianfranco Ravasi. Alcune iniziative intendono far conoscere la figura e il persiero di don Primo su tutto il territorio nazionale. Tra queste: domenica 19 aprile 2009, nella chiesa parrocchiale di Bozzolo, Messa presieduta dal card. Tettamanzi; in aprile, a Cicognara, Messa trasmessa in diretta dalla Rai; il 17 e 18 aprile, a Roma, convengo su “L’ecclesiologia dei tempi di don Primo”; il 25 giugno a Bozzolo, consegna del premio “‘Giusto’ alla maniera di don Primo”; sempre a Bozzolo, in settembre, Rassegna biennale internazionale d’Arte Città di Bozzolo. Le Poste italiane hanno previsto l’emissione di un francobollo e un annullo “primo giorno”. Continuerà la ristampa dei suoi libri in riedizione critica e saranno pubblicati vari volumi celebrativi e raccolte antologiche.
Qualche pensiero
- Povero Giuda. Che cosa gli sia passato nell'anima io non lo so. È uno dei personaggi più misteriosi che noi troviamo nella Passione del Signore. Non cercherò neanche di spiegarvelo, mi accontento di domandarvi un po’ di pietà per il nostro povero fratello Giuda. Non vergognatevi di assumere questa fratellanza. Io non me ne vergogno, perché so quante volte ho tradito il Signore; e credo che nessuno di voi debba vergognarsi di lui. E chiamandolo fratello, noi siamo nel linguaggio del Signore. Quando ha ricevuto il bacio del tradimento, nel Getsemani, il Signore gli ha risposto con quelle parole che non dobbiamo dimenticare: “Amico, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo!”.
- Non ho né oro né argento da distribuirvi, né intelligenza tanta per farvi sapienti. Altri vi insegneranno a far soldi e a badare ai vostri affari. Questo non è il mio compito. Io vengo per insegnarvi a diventare buoni e per diventare buono insieme a voi. Non ho niente altro da darvi. Ma aggiungo con orgoglio: nessuno potrebbe darvi di meglio!
- Oh, se noi cristiani, in quest’ora grave, sentissimo il dovere di essere anche dei “cittadini e degli uomini”, di vivere cioè sulla pubblica piazza, più che all’ombra delle sacrestie, di confonderci con la folla invece di fuggirla, amarla invece di sconfessarla, di parlarle attraverso tutte le voci che essa intende e nel linguaggio che essa comprende, di contendere con ardente carità il posto a quelli che pretendono di condurla e la conducono male; se comprendessimo, in una parola, che il nostro dovere è quello di essere “il lievito della pasta”, più che dei bei torniti panini, non importa se benedetti, ma coi quali non si può nutrire una moltitudine affamata! |