Ragazzi, tranquilli: tutto sommato,voi non c’entrate. A voi non importa che da settembre 2010 cambi la scuola superiore: o ci siete già dentro e allora per voi non cambia niente (a parte, forse, qualche ora in meno…) oppure state per entrarci e vi importa poco come fosse, prima del 2010, la scuola che avete scelto. Però leggete lo stesso. Avrete un’idea della scuola che non fa scuola, cioè di quella che non vive del fatto che ci siete voi, ma che è scritta nei regolamenti e nei decreti. Chiamiamo scuola viva quella in cui siete (anche) voi, scuola scritta l’altra.
Forma della scuola scritta
È stata appena emanata la riforma della scuola scritta. A voler essere pignoli e precisi, l’hanno chiamata tutti riforma, ma si tratta soltanto di tre regolamenti. Però, siccome è passata l’idea che tre regolamenti siano una riforma, probabilmente dovranno passare decenni prima che si faccia la riforma vera e propria. Rapidamente, ecco che cosa dicono i tre regolamenti (per i licei, per i tecnici e per i professionali):
- 6 tipi di liceo (artistico, classico, scientifico, delle scienze umane, linguistico e musicale/coreutico). Alcune varianti fanno sì che gli indirizzi possibili siano comunque 14
- istituti tecnici distinti in due settori (economico, con due diverse opzioni) e tecnologico (con 9 indirizzi)
- istituti professionali divisi in due macrosettori (servizi e industria/artigianato), con un totale di 6 scelte possibili
- orari settimanali sostanzialmente ridotti (anche se con ore di 60 minuti e non di 50 o 55 come spesso adesso succede):
- Licei: biennio 27 ore (32 al musicale e 34 all’artistico), triennio 30 (31 al classico, 32 al musicale e 35 all’artistico)
- Tecnici: 32 ore
- Professionali: 32 ore
- orari calcolati su base annuale, in modo tale che in periodi diversi dell’anno l’articolazione del monte ore di ciascuna materia possa essere flessibile
- elenco delle materie in linea di massima immutato nelle diverse scuole tradizionali e in alcune sperimentali, con novità minime (lingua straniera al biennio del classico, ad esempio: ma si faceva già quasi dappertutto). Quello che diminuisce (soprattutto nei tecnici e nei professionali) è il monte ore di ciascuna disciplina. In previsione, all’ultimo anno dei licei una materia non linguistica potrà essere insegnata in una lingua straniera.
Insomma, 31 tipi di scuola fra i quali debbono scegliere i ragazzi che cominciano le superiori: tutti, perché da un po’ di tempo a scuola si va per altri due anni dopo la media. Questo almeno fino a quando non dovrà diventare vero che lavorare da apprendista equivalga ad andare a scuola.
Sostanza della scuola viva
I regolamenti danno alla scuola italiana una forma più snella. Diminuiscono gli indirizzi possibili, le ore di scuola e i posti di lavoro per gli insegnanti. Voi lettori che siete esperti di palestra sapete che un conto è diventare più snelli in modo bilanciato, un altro è dimagrire perdendo i muscoli e tenendosi i cuscinetti. Insomma, essere in forma è questione di sostanza. È perciò da vedere quale sia la sostanza di questa scuola scritta così snella.
Noi che siamo dentro la scuola viva avremmo voluto alcuni cambiamenti di sostanza: ci sono urgenze (non di centro-destra né di centro-sinistra) che costituiscono i fondamenti dello stare a scuola assieme (studenti, insegnanti, operatori, famiglie, autori ed editori di libri e di materiali didattici). Proviamo a sintetizzare queste urgenze:
- un’idea della scuola e della sua funzione
- un’idea del mondo che sta fuori scuola e che dovrebbe entrarci almeno un po’
- un vero biennio dell’obbligo in cui progettare percorsi e idee con i ragazzi sedicenni e non un parcheggio in qualunque luogo si trovi posto, purché il più possibile vicino all’uscita.
a. Un’idea della scuola nasce dal lavoro e confronto fra tutti: è un’idea su cui magari ci si spacca e si litiga, perché è un’idea in cui vale la pena di credere o di non credere. È un’idea sulla quale merita investire denaro pubblico, tagliando solo gli sprechi e non le risorse. Una scuola viva è una scuola che educa tutti quelli che ci stanno. Si può discutere sul come, sul perché e sul quanto: ma che la scuola educhi (giovani cittadini onesti, efficienti, capaci di pensare e di imparare sempre) è un’idea bipartisan.
b. Un’idea del mondo-fuori significa tenerlo d’occhio quando si è a scuola: i regolamenti parlano (vagamente) di studenti cittadini europei, peraltro senza indicare con quali criteri educarli. La realtà è che i nostri studenti, se e quando lavoreranno, lo faranno in un mondo globalizzato; vivranno assieme a persone di etnie e culture diversissime da quelle comunitarie; faranno fronte a situazioni (d’ordine economico e non soltanto) che richiederanno elasticità e disponibilità a cambiare rapidamente lavoro e vita. Con buona pace di coloro a cui questo non va bene, nelle nostre città un ragazzo italiano è più vicino a un ragazzo nordafricano che a un ragazzo finlandese. Tanto varrebbe costruire cultura comune (e dirlo), visto che le maestre già lo fanno da tempo.
c. Un vero biennio dell’obbligo è un progetto articolato, che tenga magari conto dei punti a. e b. di cui sopra. Adesso i ragazzi “stanno a scuola” fino a sedici anni, iniziando un biennio dove càpita. Meglio di niente: ma sarebbe stato bello pensare che questa fosse solo una soluzione provvisoria, per forzare la situazione, per obbligare chi può farlo a pensare una “struttura” in cui lavorare.
Fare scuola assieme
C’è un sito ufficiale sul quale leggere i regolamenti che dovrebbero mettere “in forma” la scuola:
http://nuovesuperiori.indire.it/
È una lettura complessa perché è complesso il linguaggio e anche perché, alla fine, le indicazioni sono vaghe. Qui proponiamo poche considerazioni, “politicamente scorrette”:
1. La riforma della scuola non c’è eppure c’è da un pezzo. È vero che i 513 indirizzi possibili in cui i regolamenti mettono ordine erano una selva. È però anche vero che si sono formati per un motivo importante: oramai da 35 anni (!) i professori e le singole scuole fanno esperimenti, progetti, innovazione. In molte classi (non in tutte) la riforma che si poteva già fare è stata fatta, discussa, rifatta e ridiscussa. Tanto valeva tenerne davvero conto…
2. Diminuiscono gli orari per puntare (?) sulla qualità e non sulla quantità. D’accordo: ma la qualità si costruisce. Si formano gli insegnanti e si mettono in condizione di condividere esperienze e dubbi. Più di 10 anni fa sono nate le scuole di specializzazione per gli insegnanti. Certo: con tutti i problemi di un “lavoro in corso”. Queste scuole sono già state abolite, sprecando risorse economiche e umane, percorsi svolti e progetti pensati…
3. Diminuisce la quantità (oraria) e diminuiscono i laboratori: innovazione didattica a parte, dove è il rapporto fra quel che si sa e qual che si fa? A che vale studiare fisica in inglese (il quinto anno) se non si sta più (o comunque molto meno) in laboratorio? Tecnici e professionali (da decenni più attenti al rapporto fra teoria e pratica) si “adeguano” al vecchio modello liceo.
4. Solo più la mattina da passare a scuola: va bene, così è in Finlandia e la scuola finlandese è ai vertici statistici. Ma fuori scuola che cosa c’è? L’Italia punta sui consumi per rilanciare l’economia:
allora mandiamo i ragazzi a passarsi i pomeriggi ai centri commerciali, visto che, per adeguarsi all’Europa, non devono più stare a scuola.
5. Rimangono immutati (?) i contenuti, anche se si punta alla qualità. Come sempre, se la vedranno i prof. E tutti quanti ci terremo i test OCSE (sempre perdenti) e i libri smisuratamente ampi e costosi. Di fronte ai quali, al massimo, il lavoro da fare è tagliare. Nel senso di sfoltire, non nel senso di andare anche di mattina al centro commerciale…
Occorrerebbero pagine per dire sulla scuola scritta tutto quello che c’è da dire di politicamente scorretto. Resta spazio per presentare qualche riga di un “profilo in uscita”, cioè di quello che (insieme a tutto il resto) devono sapere gli studenti che concludono un corso di studi. Segue un taglia e incolla tratto da un regolamento ministeriale, dal lungo elenco di quello che devono sapere Giada e Samira (che si sono iscritte al liceo delle scienze sociali, opzione economico sociale, cioè il vecchio sociopsicopedagogico, quello senza latino):
• […] utilizzare le prospettive filosofiche, storico-geografiche e scientifiche nello studio delle
interdipendenze tra i fenomeni internazionali, nazionali, locali e personali;
• saper identificare il legame esistente fra i fenomeni culturali, economici e sociali e le
istituzioni politiche sia in relazione alla dimensione nazionale ed europea sia a quella
globale […].
Noi conosciamo Giada e Samira. Noi vorremmo avere un ministro (di destra o di sinistra non importa) che sapesse capire lui questi legami e interdipendenze. Letti nella realtà, vogliono dire stabilimenti che chiudono, morti bianche, lavoro precario, violenza nel mondo dei giovani…
Allore, ragazzi, dàtevi una mossa: è la vostra scuola ed è la vostra vita. Voi dovete entrarci.
Susanna Conti |