In questo numero
SOGNARE ALLA… GRANDI di Claudio Facchetti

L’artista fiorentina torna con un album
di inediti dopo cinque anni,
“Alle porte del sogno”.
E si scopre più matura e attenta all’ambiente,
dimenticando Sanremo.

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Se ci fosse uno straccio di logica a Sanremo, a contendersi la vittoria al Festival di quest’anno ci sarebbero state Malika Ayane e Irene Grandi. Invece è andata com’è andata e le due favorite sono tornate a casa con le pive nel sacco ma con il risarcimento delle vendite, il segno migliore del gradimento del pubblico.
In particolare, Irene Grandi, che non pubblicava un disco di inediti da cinque anni, ha lanciato il suo ritorno in grande stile dal palco dell’Ariston, prima con la straordinaria canzone La cometa di Halley, e subito dopo con il cd Alle porte del sogno, di ottima fattura.
Proprio da Sanremo, nel 1994, è incominciata l’avventura musicale di Irene, quando gareggiò nella categoria “Giovani” con Fuori, mettendo la prima pietra per una carriera che sarebbe presto diventata importante. Album sempre vendutissimi, in bilico tra pop e rock, collaborazioni eccellenti con Eros Ramazzotti, Jovanotti, Pino Daniele, Gaetano Curreri (degli Stadio), Vasco Rossi, e scusate se è poco.
Nel mezzo, un’altra partecipazione a Sanremo nel 2000 con il brano La tua ragazza sempre, firmata da Vasco e Curreri, in cui si piazza seconda, e un’esclusione clamorosa tre anni fa, quando propone Bruci la città, scritta da Francesco Bianconi dei Baustelle, che diventa il tormentone dell’estate e uno degli abbagli più vistosi dei cosiddetti selezionatori del Festival.
L’artista fiorentina, comunque, in questi cinque anni non è rimasta in completo silenzio, pubblicando sul mercato una particolare antologia, irenegrandi.hits, con la rilettura dei suoi successi, di alcuni classici della canzone italiana e l’inedita Bruci la città. Alla raccolta, ha fatto seguito alla fine del 2008 l’originale Canzoni per Natale, con brani dal sapore appunto natalizio.
Adesso, però, è il momento di Alle porte del sogno, confezionato con i preziosi tessuti del miglior pop, a cui hanno contribuito ancora Bianconi, Curreri e il giovane poeta toscano Alfredo Vestrini. Un album di pregio, che mette in evidenza una Grandi in… grande spolvero che, dice lei, disegna una “nuova” e più matura Irene.

Delusa da Sanremo?
Un po’. Non ho nascosto, prima del Festival, che con La cometa di Halley puntavo in alto, proprio perché la ritengo una canzone importante, di qualità. Ma la gara è sempre un rebus: rimane la soddisfazione di vedere che il brano funziona, così come l’album. È quello che conta, alla fine.

Non è la prima volta che vai al Festival. Perché andarci?
La mia carriera ha preso il via dall’Ariston e ho un debito di riconoscenza con Sanremo, non sono il tipo di artista che lo ha dimenticato. Ci vado, però, solo se penso di avere qualcosa da dire.

Serve ancora Sanremo?
È sempre una bella vetrina, ancor più per i giovani: è una delle rare occasioni in cui un debuttante può presentare un suo pezzo senza passare per forza in un talent show. Il Festival, insomma, è ancora una realtà importante nel panorama nostrano.

Anche se prende cantonate, come nel tuo caso con Bruci la città?
Allora c’era Baudo e credo che abbia capito di aver commesso un errore nello scartarlo; infatti, mi ha poi invitata diverse volte in tv a cantarlo. Non è stato il solo, comunque, a sbagliare: il brano era stato proposto a Mina, prima di me, ma anche lei lo aveva rifiutato.

E Bianconi firma pure La cometa di Halley. Una sorta di rivincita?
No, semplicemente con Francesco è nato un bel rapporto basato sulla fiducia totale. Lui mi ha mandato questa canzone in una stesura completa, ma affidandola alla mia interpretazione e al mio gusto nell’arrangiamento. Ci siamo trovati alla perfezione nelle immagini del testo e nell’ariosità dei suoni.

Nel disco, ti affiancano nella scrittura anche Curreri e Vestrini.
Curreri è un vecchio amico, una sicurezza nel trovare la melodia vincente. Vestrini è un personaggio un po’ misterioso, che vive davvero la poesia; insieme siamo riusciti a far esplodere i suoi versi nelle canzoni.

Quali contenuti hai voluto dare ai brani?
Raccolgono quelle riflessioni e quelle scelte che in questi anni hanno portato dei cambiamenti significativi nella mia vita. Ho attraversato un periodo di crisi: fare l’artista vuol dire anche non avere un’esistenza del tutto “normale”, rinunciare talvolta all’amore, alla famiglia. Ho imparato, però, che con il tempo i drammi e i dolori vanno sì vissuti, ma anche superati.

L’album è stato inciso nelle campagne toscane. Bisogno di tranquillità?
È stata una scelta conseguente al fatto che sono andata a vivere in collina, a Greve del Chianti. Avevo bisogno di pace, volevo staccare dalla frenesia della città. Ora apro le finestre e vedo alberi, fiori e il cielo azzurro, e questa atmosfera mi fa stare bene. Così ho deciso di realizzare l’album in un contesto simile: una piccola casa in campagna, però attrezzata dal punto di vista tecnologico. Molto meglio che stare in uno studio.

Un’Irene quindi dall’animo “ecologico”?
Senza dubbio, come sottolineo in un brano del disco, Greensburg, una città del Kansas ricostruita con criteri ecosostenibili dopo essere stata distrutta da un tornado. Mi sono chiesta come rifaremmo il mondo se ci fosse data l’opportunità di ricominciare da capo. Commetteremmo gli stessi errori? Distruggeremmo l’ambiente? È importante ristabilire una relazione più stretta, quasi intima, con la natura e l’universo che ci circonda, prima che sia troppo tardi.

Il cd segue una direzione musicale differente dal passato.
I brani hanno una dimensione meno rock e sono orientati verso sonorità più elettroniche e contemporanee. Non è la prima volta che sperimento questi suoni, ma erano quasi sempre sottotraccia. In Alle porte del sogno, invece, escono in modo evidente: mi è piaciuto sentire la mia voce sopra arrangiamenti diversi dal solito.

Come mai lo hai intitolato Alle porte del sogno?
È il titolo di un brano del disco molto significativo per me, che definisco emotivo, in cui ho tirato fuori delle cose inconsce: ritrovare una dimensione senza tempo perché si è dimenticato ciò che ci ha fatto male e ci ha impedito di vivere appieno. E adesso siamo pronti a vivere di nuovo e incontrarci finalmente alle porte del sogno.

Claudio Facchetti

www.timeandmind.com