È stato in silenzio per tre anni,
quasi un’eternità per chi fa
il mestiere del musicista in questi tempi
convulsi, dove i cambiamenti sono rapidi
e si cade in fretta nell’oblio. Ma
era difficile dimenticarsi di Tiziano Ferro,
artista che con due album, Rosso relativo e Centoundici, ha
venduto oltre tre milioni e mezzo di copie
andando anche alla positiva conquista dei
mercati internazionali.
È piaciuta a molti la sua miscela di pop, moderna musica nera e melodia
all’italiana, risultante delle sue passioni sonore coltivate in gioventù cantando
prima nel coro gospel della sua città, Latina, poi accompagnando come
corista altri artisti, come i Sottotono e gli ATPC. Una miscela, comunque, che è sembrata,
quando è arrivata, una ventata d’aria fresca improvvisa passata
a spazzare un po’ di polvere depositata da anni sul vecchio mobilio della
canzone nostrana.
Il difficile era tenere il vento in poppa, mantenere il sapore della freschezza,
e Tiziano Ferro ci è riuscito finora assai bene. Non meraviglia più di
tanto, quindi, che alla terza fatidica prova, come richiede la cabala delle sette
note, l’artista ci abbia pensato su per benino, anche se poi ogni album è decisivo
per una carriera.
E nel pensarci, Tiziano è andato un po’ in giro per il mondo, annotando
suggestioni ed emozioni in ordine sparso. Le ha quindi riordinate nelle undici
canzoni di Nessuno è solo, lavoro di ampio respiro, dove Ferro
mette da parte certo furore ritmico per aprirsi a una dimensione più intima,
più autoriale, ma in chiave squisitamente pop. Il risultato è la
prevalenza di brani mid-tempo e di ballate su quelli mossi, ma va bene così.
Il disco convince e si getta nella mischia internazionale con coraggio. Nessuno è solo è pubblicato
in contemporanea in 44 Paesi del globo: una sfida che Tiziano è in grado
di vincere.
Sono trascorsi tre anni dalla tua ultima
fatica. Come sei arrivato a questo nuovo appuntamento?
Provando a mantenere il più possibile vergine il rapporto con la scrittura
dei pezzi, condizione non facile da perseguire. Ho cercato di arrivare al disco
evitando di pensarci in modo ossessivo. E l’unico modo per riuscirci era
di non fami prendere dalla frenesia. Per questo, sono passati tre anni: solo
dandomi il tempo necessario perché i brani maturassero in maniera spontanea
potevo raggiungere un risultato soddisfacente, che mi convincesse dalla prima
all’ultima nota.
È stato più facile
realizzare i precedenti dischi?
Sono storie diverse. Il primo album era
il frutto di tante canzoni composte durante
l’adolescenza, ovviamente poi rielaborate
e selezionate; il secondo già viveva
di esperienze differenti, nate dall’entusiasmo
per i risultati ottenuti nell’aver
intrapreso questa carriera, ma comunque
concepito con input ancora liberi da condizionamenti.
Per quest’ultimo, ho preferito aspettare,
sfuggendo anche alla legittime pressioni
della mia casa discografica.
Come hai impiegato questo tempo?
Ho viaggiato, in una specie di vacanza-lavoro.
Sono stato negli Stati Uniti, in America
Latina e soprattutto in Messico, dove
ho abitato per quasi un anno. La mia
intenzione era di sfuggire gli stereotipi
di chi fa questa professione. Non sono
un tipo mondano e quel genere di vita
trovo che inaridisca la voglia di scrivere.
Preferisco visitare Paesi diversi dal
nostro: lo considero uno dei modi migliori
per superare certe barriere mentali e
mi dà sempre grandi stimoli. Non
a caso ogni canzone mi ricorda un luogo
in cui sono stato, sono una sorta di
fotografie musicali.
A proposito di fotografia, tu
ne sei un grande appassionato.
Il mio sogno nel cassetto è pubblicare
un libro con le mie foto e spero che, prima
o poi, diventi realtà. Per adesso,
non ho ancora raggiunto quel livello professionale
necessario per produrre un portfolio artisticamente
valido, però penso di essere sulla
buona strada.
Perché ti piace fotografare?
Riproduce in sé una serie di atteggiamenti
intimi, come la cattura di un momento,
l’istinto, il colpo d’occhio,
l’impressione, condizioni che ritrovo
quando compongo un brano. Rappresenta bene
il mio carattere. Vivo il processo di scrittura
in modo passionale e solitario, quindi
vedo le canzoni come delle foto: alcune
con colori caldi, altre con tinte fredde,
altre ancora sfocate, che vorresti correggere
ma non puoi più…
Le «foto-canzoni» di questo
album hanno colori contrastati: luce-buio,
coraggio-paura, dolore-gioia… Per
quali ragioni?
Ritengo si debba incominciare dall’individuo
per cambiare il mondo. E per farlo è fondamentale
osservare ogni aspetto della vita. Solo
così ci si può conoscere,
capire, cambiare, e cercare di risolvere
i conflitti all’interno di se stessi,
per poi proiettarli nel mondo stesso, proprio
perché “Nessuno è solo”.
La musica è lo specchio di tutto
ciò e per me è la risposta
a qualsiasi stato d’animo: quando
sto male scrivo una canzone, quando voglio
gioire metto lo stereo a palla e mi diverto
con gli amici… Ha, insomma, una
funzione propedeutica.
Sembri aver lasciato
da parte i colori della black music sterzando
verso un disco quasi d’«autore».
Era questa la tua intenzione?
Ho voluto
allontanarmi dall’etichetta
di musicista black che qualcuno mi aveva
già cucito addosso. Non rinnego il
passato, intendiamoci, e amo ancora quel
genere in maniera viscerale, ma avevo intenzione
di compiere altri viaggi nelle sette note.
Non amo essere ingabbiato, per questo definisco
ciò che faccio come musica pop. È un
genere che molti addetti ai lavori denigrano
rispetto ad altri perché ritenuto
meno impegnativo. Invece è uno stile
privo di schemi, che ti spalanca le porte
su qualsiasi altro orizzonte sonoro e ti
permette di essere popolare nel senso migliore
del termine. Sono felice se le mie canzoni
arrivano a chi si alza al mattino per andare
al lavoro o a scuola, non mi piacerebbe cantare
solo per un pubblico selezionato. Alcuni
artisti sono ghettizzati e non escono dal
loro recinto. Li rispetto, ma non è il
mio caso. Preferisco seguire altre strade,
orgoglioso di essere pop.
Claudio Facchetti |